Conservatori di tutto il mondo, unitevi!

La destra americana comincia a chiedersi se per uscire dal trumpismo si debbano rompere i legami con la “reaganomics” e “l’ossessione del mercato”. Per fare appello ai lavoratori in nome di un nazionalismo moderato e compassionevole.
scritto da MARCO MICHIELI
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Quale futuro per quei repubblicani che vogliono liberarsi dalla presa di Donald Trump sul partito che fu di Lincoln? Il fallimento del secondo storico impeachment dimostra che l’ex presidente ha ancora un peso nel partito. Un’influenza che non sembra, al momento, destinata a declinare. Perché la risposta deve essere interna al movimento conservatore. Così almeno pensa Oren Cass, uno dei maggiori intellettuali della destra statunitense ed ex collaboratore di Mitt Romney.

Cass, che in passato aveva patrocinato la necessità della nascita di un sindacato conservatore, ha espresso la sua ricetta in un articolo apparso su Foreign Affairs. Per l’intellettuale statunitense, che dirige American Compass, il successo di un “non-conservatore” come Trump dovrebbe essere un campanello d’allarme. Per ridiscutere degli ultimi quarant’anni di politiche pubbliche adottate dai repubblicani al potere. 

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Il trumpismo, dice infatti Cass, nasce dalla rigida adesione del Partito repubblicano a un programma politico “reaganiano” di tagli alle tasse e alla spesa, di deregolamentazione e di libero scambio. Politiche che hanno consentito ai repubblicani di rilanciare il paese negli anni Ottanta e vincere la Guerra Fredda ma che oggi non sono più valide. Mentre i repubblicani lasciavano gran parte della loro proposta politica “nelle mani di una piccola cricca di fondamentalisti del mercato”, le questioni sociali erano completamente ignorate.

In un mondo dove i “progressisti” sono sempre più alle prese con i problemi culturali, i repubblicani pertanto dovrebbero ripensare il proprio programma politico per vincere nuovamente le elezioni. E scongiurare il disastro che Trump ha rappresentato per il paese:

I conservatori sanno apprezzare lo stato-nazione, le regole e le istituzioni necessarie per il buon funzionamento dei mercati e la forza del tessuto sociale. È il miglior punto di partenza per affrontare la concorrenza delle grandi potenze come la Cina, i monopoli nel settore della tecnologia, le comunità in via di disfacimento e la crescente disuguaglianza. Migliore rispetto alla fede dei libertari nei mercati o alla dipendenza dalla redistribuzione di matrice progressista.

Per Cass, una volta messo da parte l’approccio fideistico dei repubblicani nel mercato – “che fa parte del contesto umano e non è un motore astratto di efficienza” – il programma politico segue. Ad esempio, i repubblicani dovrebbero riconoscere gli effetti degli alti livelli di disuguaglianza economica sul tessuto sociale, sul funzionamento dei mercati e sul benessere delle persone. Ancora: il GOP dovrebbe dare priorità alla creazione di un movimento sindacale conservatore. E ripensare anche il sistema di istruzione pubblica, che ha l’obiettivo di trasformare tutti gli americani in “lavoratori della conoscenza” con istruzione universitaria. Ovviamente non significa abbandonare i principi chiave del pensiero conservatore. Anzi, significa darvi seguito. Lo scetticismo conservatore rispetto alla capacità del governo di soppiantare i mercati non deve essere eliminato, ma ci si deve anche rendere conto che i mercati non sempre fanno bene e che esiste un indispensabile ruolo pubblico per “incanalare gli investimenti verso priorità nazionali”.

Una prospettiva post-liberale quella di Cass che non è nuova in ambito conservatore. Anche dall’altra parte dell’Atlantico. Qualche anno fa il dibattito divenne centrale nel discorso politico di David Cameron, primo ministro tory del Regno Unito, grazie a Phillip Blond, teologo, ricercatore e soprattutto fondatore del think tank ResPublica. Blond fu soprattutto l’autore di un fortunato saggio – Red Tory: how the left and right have broken Britain and how we can fix it – nel quale espose quello che divenne il programma dell’allora leader dell’opposizione britannica. Tesi, come peraltro indicato da Blond stesso, che deve molto all’idea di “economia civile” sviluppata nel Settecento dall’illuminista napoletano Antonio Genovesi.

Se del thatcherismo Blond conservava l’idea dell’esistenza di un obbligo morale ad agire per evitare la dipendenza dal sistema di welfare, l’intellettuale britannico se ne differenziava proprio rispetto alla fiducia nei meccanismi di mercato, preferendo invece affidarsi al senso di responsabilità dei cittadini e delle comunità locali. Sono infatti le comunità locali che devono essere coinvolte nel fornire indicazioni ai servizi pubblici locali. Alle élite conservatrici spetta il compito di riconciliare gli interessi di tutte le classi piuttosto che identificare se stessi con gli interessi della classe imprenditoriale.

Eredità della “one-nation society” di Benjamin Disraeli, storico primo ministro conservatore del Diciannovesimo secolo, che proponeva un mix di politiche che facevano appello anche alla classe lavoratrice, l’attenzione dei tories per le classi sociali non tradizionalmente associate al loro partito rimane in vita per gran parte del Ventesimo secolo. E talvolta assume tinte fosche, come con Enoch Powell e la sua politica anti-immigrazione. Fino al thatcherismo che relega questa parte dell’ideologia conservatrice a un ruolo ancillare, pressoché inesistente. In maniera non dissimile dal Labour – che i diciotto anni di governo conservatore obbligarono a una revisione totale delle politiche proposte – tredici anni di New Labour spinsero i tories a una revisione dell’eredità del primo ministro tory di maggiore successo dopo la Seconda guerra mondiale.

E in Italia? Qualcuno ha osservato la svolta “conservatrice” di Matteo Salvini, ospite qualche tempo fa della trasmissione “Mezz’ora” di Lucia Annunziata, quando il leader della Lega si è definito come “conservatore e liberale”. Un posizionamento, in vista di un possibile ingresso futuro nella famiglia del Ppe, ma che comporta forse per la destra italiana la chiusura della parentesi sovranista. Come ha osservato infatti Francesco Giubilei su Il Giornale, la svolta di Salvini avviene nel contesto del Covid-19, “una cesura rispetto al passato” che ha contribuito a distaccare l’opinione pubblica “dai toni talvolta sopra le righe che hanno caratterizzato il sovranismo”. Una tendenza, aggiunge, esplosa con l’occupazione di Capitol Hill e la sconfitta di Donald Trump. Ma a salvare la Lega c’è la tradizione conservatrice, quello che potrebbe essere il solo collante della coalizione di centrodestra, anche a trazione leghista, poiché questa tradizione rappresenta 

[…] gli aspetti migliori del liberalismo classico (libertà individuali, attenzione al mondo delle imprese) e del sovranismo (interesse nazionale, stato forte nei settori strategici) tralasciando gli aspetti meno condivisibili del liberalismo (derive liberal e neoliberiste) e del sovranismo (derive populiste).

Se è tutto da vedere il possibile successo di questo vecchio-nuovo conservatorismo, l’obiettivo è fornire una sorta di “mappa” che possa aiutare la destra a ritrovare la direzione in un mondo che cambia velocemente. Una discussione alla quale la sinistra dovrebbe prestare attenzione, senza rilegarla e ridurla al “margine morale” delle nostre società.

Conservatori di tutto il mondo, unitevi! ultima modifica: 2021-02-17T11:01:58+01:00 da MARCO MICHIELI

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