Una sfida per Draghi. Una sfida per la politica

L’inizio del nuovo esecutivo è segnato da un discorso alle camere squisitamente politico, di fronte al quale la reazione del centrosinistra non può che essere di apertura di una nuova storia. Per il Pd e le altre forze politiche e sociali riformiste c’è davvero la possibilità di rimediare a un fallimento della politica altrimenti irrimediabile.
scritto da CARMINE FOTIA
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Difficile dire ancora qualcosa che non sia stato detto sul discorso pronunciato dal presidente del consiglio Mario Draghi in occasione del voto di fiducia al senato. In questa sede m’interessa pertanto analizzare gli aspetti più pienamente politici del suo discorso, sia nel senso della cultura politica che esprime, sia sugli effetti che ha e avrà sugli assetti politici a sinistra. 

Quel che è certo è che si tratta di un discorso politico nel senso più pieno del termine: indica obiettivi a breve termine (proteggere il paese affrontando le tre emergenze: sanitaria, economica, sociale), a medio termine (ricostruire il paese utilizzando bene le risorse del Next Generation Eu per sciogliere i nodi che da troppo tempo lo soffocano), e a lungo termine (transizione ecologica e digitale, riduzione significativa delle diseguaglianze di genere, territoriali, generazionali, sociali). Indica le priorità e gli strumenti: riforme nei settori strategici della burocrazia, della giustizia, del fisco.

IL PdC Mario Draghi alla Camera dei deputati per la fiducia al governo da lui presieduto, il sessantasettesimo esecutivo della Repubblica italiana

È stato anche un discorso profondamente empatico, non nell’ignorante vulgata che misura l’empatia con il numero di like, bensì nel suo reale significato di “mettersi nei panni dell’altro”, nominando senza nasconderlo il dolore del paese, mostrandolo nella non celata emozione dell’esordio, respingendo il calice dell’antipolitica con l’esplicito riferimento ai governi dell’immediato dopoguerra, esortando i partiti a compiere, unendosi per un periodo limitato al fine di salvare il paese, il più eminentemente politico dei gesti.

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Dinanzi al fallimento non della politica, ma di un’esperienza politica che poggiava sulla sabbia – “non gridiamo: fallimento della politica… è il fallimento di formule politiche di corto respiro, di maggioranze e governi tappabuchi, di alleanze e contrapposizioni che non corrispondono alle faglie di conflitto presenti invece nel corpo della società reale”, ha detto in un’intervista a Umberto De Giovannangeli sul Riformista il filosofo Mario Tronti, come sempre lucidissimo e tagliente –; dinanzi a tale fallimento, nel più classico degli stati d’eccezione determinato dall’emergenza pandemica, “sovrano è chi decide. Ha deciso la più alta istituzione della Repubblica. Decisione, dunque, eminentemente politica”.  

Non si può dire meglio di così. Politica la scelta del capo dello stato, politica la missione del governo (al di là della sua composizione), politico il profilo del presidente del consiglio. Un politico che non viene dai partiti ma che, rispetto ai leader-ologrammi che guidano i partiti (tutti, non il solo Pd), ha una cultura politica assai più solida. 

Per carità di patria non azzardo confronti con il Cincinnato di Volturara Appula, salutato dal delirante addio di Toninelli, dalla crepuscolare commozione di Rocco Casalino, dall’inguaribile nostalgia di Pierluigi Bersani. Basta e avanza essere passati dall’Avvocato del Popolo a un Premier che non parla a nome di un popolo (parola assente nel suo discorso) indistinto, che è la cifra di ogni populismo, bensì parla di cittadini e di cittadinanza come risultato di un complesso bilanciamento di diritti e doveri che è esattamente quello “spirito repubblicano” che ha evocato.

Mario Draghi nelle seduta al senato il 17 febbraio 2021. Il governo che presiede ottiene la fiducia con 262 voti favorevoli, 40 contrari e 2 astenuti.

In quel discorso si legge una forte impronta culturale: il keynesismo del suo maestro Federico Caffè. Il suo background è il Socialismo liberale, che non ha nulla a che spartire con il liberismo e che anzi vi si oppone ma senza l’illusione di poter fuoriuscire dal capitalismo o di sostituirsi a esso attraverso la proprietà dello stato, bensì di correggerne iniquità e storture usando le leve statali per determinare un’azione regolatrice del mercato, di indirizzo dello sviluppo, e di redistribuzione della ricchezza. 

Non è un pranzo di gala, bensì una lotta dura, un confronto continuo in cui il riformista rischia spesso di soccombere, perché mentre il rivoluzionario indica un sogno futuro e il populista vive nell’eterno presente, il riformista sente il dovere di avvicinare l’avvenire giorno dopo giorno. Sapendo che ogni piccola conquista lo avvicina ma al tempo stesso lo modifica, e sa che per questo sarà giudicato non per le imprese mirabili ed eroiche compiute in nome del sogno ma sulla concretezza del risultati. Da ciò deriva quella che Federico Caffè definiva “la solitudine del riformista” (titolo di una sua raccolta di saggi) della quale Draghi credo sia pienamente consapevole. Conquistare all’esordio la fiducia del paese, del parlamento, dei mercati e della comunità internazionale è una premessa necessaria, ma non sufficiente. La vera sfida è appena cominciata e sarà giudicata dai risultati. 

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il nuovo governo presieduto da Mario Draghi nella foto ufficiale al Quirinale dopo il giuramento

Spetterebbe ai partiti, in particolare a quelli della sinistra riformista (nel senso indicato sopra), cogliere il cambio di paradigma e adeguarsi cambiando classi dirigenti, prospettiva, rapporto con la società, come suggerisce ancora Mario Tronti, “profittando”, per così dire, di una tregua nel conflitto politico e di un governo che metta in sicurezza il paese. E potendo contare su una consonanza politico-culturale con il premier, lui sì “punto di riferimento dei progressisti”. Il che non vuol dire affatto trascinarlo nella lotta di fazione, ma accettarne la leadership perché se ne condivide la visione. Una sinistra lungimirante creerebbe le condizioni affinché possa consolidarsi la tenuta delle istituzioni con l’elezione di Mario Draghi al Quirinale e il ritorno della competizione e del conflitto tra schieramenti alternativi per valori e scelte politiche, ma dentro un quadro di principi e regole condivise.

È questa l’aria che tira? Sempre sul Riformista Biagio De Giovanni e ancora Mario Tronti definiscono l’annunciato Intergruppo Pd-Leu-M5S al senato un suicidio politico del Pd. Vedo che ora si ridimensiona la cosa, derubricandola a puro espediente di tecnica parlamentare, ma allora qualcuno dovrebbe spiegare perché l’ex-premier Giuseppe Conte l’abbia salutata come l’avvio di quella Alleanza per lo sviluppo sostenibile che lui (per decisione di chi non si sa) dovrebbe guidare.

Il fatto è che la questione è piuttosto seria e merita di essere discussa possibilmente senza insulti. Il Pd soffre questo passaggio perché ha due idee molto diverse al suo interno, direi opposte, su quale debba essere il perimetro del nuovo centrosinistra. Finché c’era il governo Conte esse potevano convivere in nome dell’equilibrio della coalizione, ma ora emergono con palmare evidenza, e sarebbe “da marziani” nasconderle.

Palazzo Chigi, la prima riunione del Consiglio dei ministri presieduta da Mario Draghi

L’intergruppo non è che la traduzione parlamentare della linea Zingaretti-Bettini-Orlando: stringere i bulloni dell’alleanza con i pentastellati per sostenere il governo, creare le condizioni per estenderla alle prossime elezioni amministrative, farne il nucleo di una coalizione guidata da Conte alle prossime elezioni politiche. Il disegno è chiaro e legittimo.

I presupposti, a mio modesto avviso, sbagliati.

  1. Sul piano parlamentare creare una sorta di sub-maggioranza spingerebbe anche il centrodestra a fare altrettanto e, come nota il senatore Luigi Zanda, ciò minerebbe la stabilità del governo.
  2.  Sul piano delle amministrative non sembra affatto in grado di unificare un fronte contro le destre: a Roma sono già in campo Carlo Calenda e Virginia Raggi da un lato e almeno altre due candidature “dal basso”, come il giovane Tobia Zevi e il presidente di municipio Giovanni Caudo dall’altro. Non credo che un’ottima e autorevole candidatura come quella di Gualtieri convincerà i primi due a ritirarsi e gli altri due a rinunciare senza passare dalle primarie. A Napoli la candidatura di Antonio Bassolino lungamente preparata è fuori da questa logica. In Calabria Luigi De Magistris ha già aggregato in un’ottica populista di sinistra l’ex-sindaco di Riace Mimmo Lucano e diverse liste civiche ed è una potente calamita per pezzi sparsi di sinistra radicale e pentastellati come il presidente dell’antimafia Nicola Morra, che ha votato No al governo Draghi.
  3. Sul piano politico la crisi del M5S e la rottura tra Sinistra italiana e Leu crea le condizioni per la creazione di un’area politica intransigente che eserciterà un peso sulla nascente coalizione, zavorrandola se sta dentro, drenando consensi se sta fuori. Per altro non si capisce come possa realizzarsi il disegno di una tale coalizione con una legge elettorale proporzionale quale quella che il Pd attualmente propone: stando ai sondaggi Pd e M5S insieme fanno circa il 33 per cento dell’elettorato, con l’incognita del peso elettorale di un’area come quella che si sta formando in Calabria. Dunque, senza una legge maggioritaria e un allargamento dei confini della coalizione, l’unico possibile sbocco di questa strategia, il non detto, è una fusione tra Pd e M5S che produca un ircocervo a guida Conte che come partito possa puntare al primo posto. Buona fortuna!
  4. Anche l’area che sta “a destra” del Pd (Italia Viva, Azione, Più Europa) rischia di interpretare in modo puramente geometrico la nuova fase che si è aperta. Più di ogni altro sbaglia, secondo me, Matteo Renzi, che ha il merito di aver creato le condizioni per l’avvento di Draghi, a interpretarlo come il viatico per un’operazione macroniana fuori tempo.  

Tutto ciò richiederebbe tutt’altro. Un congresso vero del Pd, una riflessione non viziata dai personalismi nell’area dei “riformisti”, un protagonismo che si svolga anche in quei tanti luoghi che uniscono passione civile e competenza e coinvolga personalità come Marco Bentivogli, Elly Schleyn, Fabrizio Barca, Enrico Giovannini, per esempio. Nel Pd chi si oppone al progetto fusionista (Tommaso Nannicini, Giorgio Gori, Matteo Orfini sono stati i più espliciti; cosa pensi Base Riformista non è ancora chiaro) dovrebbe dire con chiarezza quale altra identità e strategia propone per il Pd e chiedere un congresso vero sulle idee e sui gruppi dirigenti. Nell’era del digitale l’alternativa non può essere tra gazebo e Rousseau, esistono molti modi e molte piattaforme per fare esprimere i propri iscritti anche in questo periodo. La rete di associazioni che fa capo a Fabrizio Barca ed Enrico Giovannini, per esempio, da mesi conduce in rete una discussione partecipata e informata sui progetti del Recovery.  

Questo è ciò che potrebbe accadere, ma non è affatto detto che accadrà. Anzi, stando a quel che si vede in queste ore, è piuttosto possibile che si verifichi per l’ennesima volta la prima legge di Murphy, per cui “se qualcosa può andar male, lo farà”.

Una sfida per Draghi. Una sfida per la politica ultima modifica: 2021-02-18T17:18:39+01:00 da CARMINE FOTIA

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