Draghi levatore di un nuovo sistema dei partiti

I precedenti governi del Presidente hanno sempre favorito un forte cambio di sistema nell’assetto dei partiti. Accadrà anche con Draghi?
scritto da GIOVANNI INNAMORATI
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Il governo di Mario Draghi, al di là del programma illustrato in Parlamento e della maggioranza che lo sostiene, si inserisce in quella serie di esecutivi che i politologi hanno chiamato “del Presidente”, vale a dire Ministeri che nascono da una iniziativa del Presidente della Repubblica dinanzi a una impasse delle Camere, che risultano non in grado di esprimere un Presidente del Consiglio sorretto da una maggioranza.  

Ebbene, tutti i precedenti “governi del Presidente” hanno avuto un elemento comune: ciascuno di essi è stato il prodromo a un importante cambio di sistema rispetto all’assetto dei partiti che lo aveva preceduto. In tal senso ci sono tutte le premesse perché ciò avvenga anche con l’esecutivo guidato dall’ex Presidente della Bce.  

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Innanzi tutto partiamo dai precedenti storici, con una pur rapida carrellata. Il primo governo del Presidente fu quello promosso da Luigi Einaudi nel 1953 e guidato Giuseppe Pella, un economista di scuola monetarista, parlamentare della Dc, che era stato ministro del Bilancio e delle Finanze nei precedenti governi De Gasperi. Dopo le elezioni politiche dell’aprile 1953, in cui la Dc non aveva raggiunto la sperata maggioranza assoluta, si era creato uno stallo politico, tanto che il nuovo Governo De Gasperi, l’ottavo da lui presieduto, non aveva ottenuto la fiducia.

24 agosto 1953. Le Comunicazioni alla Camera del presidente del consiglio Giuseppe Pella

Le divisioni interne alla Dc, con l’entrata in crisi della leadership di De Gasperi, spinse Einaudi a forzare la mano incaricando Pella di dar vita a un governo che oggi definiremmo “di scopo”, con l’obiettivo di approvare la Legge di Bilancio, infarcito – per la prima volta nella storia repubblicana – di tecnici. Pella rimase in sella fino al gennaio 1954 per poi lasciare al successivo governo di Mario Scelba, sostenuto da Dc, Pli e Psdi. Questi mesi servirono alla Dc per ritrovare un proprio equilibrio interno e portarla al V Congresso, quello di Napoli che vide emergere i cosiddetti “cavalli di razza” ed elesse Amintore Fanfani segretario. Con lui iniziò la trasformazione della Dc in un partito di massa, fatto di tessere e sezioni, analogamente al Pci, o al Psi, cioè i partiti della sinistra. Nacque con Fanfani quella Dc che sostanzialmente tenne fino alla crisi iniziata alla fine degli anni Ottanta (con il passaggio dal governo De Mita a quelli Andreotti) e conclusasi con Tangentopoli. Dunque un tornante di sistema importantissimo per la storia repubblicana.

Il secondo governo del Presidente è stato quello guidato da Carlo Azeglio Ciampi su incarico di Oscar Luigi Scalfaro, nato proprio in piena Tangentopoli, dopo che era andato in crisi il Ministero Amato, per i troppi avvisi di garanzia recapitati ai suoi ministri. Anche Ciampi restò a Palazzo Chigi per pochi mesi, dal 28 aprile 1993 al gennaio 1994, sostenuto dal quadripartito Dc, Psi, Psdi, Pli con l’astensione del Pds. Tuttavia in questi pochi mesi, pur fallendo la Bicamerale De Mita-Iotti, fu possibile varare la nuova legge elettorale, il “Mattarellum” (leggi 276 e 277 del 4 agosto 1993) che come ben ricordiamo introdusse il sistema maggioritario in Italia. Non scontrandosi sul governo il sistema dei partiti, scosso da Tangentopoli oltre che dai referendum elettorali, ebbe il modo di riorganizzarsi: in effetti, per esempio, il 18 gennaio 1994 nacque il Ppi sulle ceneri della Dc, ma complessivamente i partiti sino ad allora in campo non colsero la sfida del metodo maggioritario, favorendo quindi la discesa in campo di Silvio Berlusconi, sempre nel gennaio del 1994, la nascita di Forza Italia e della Seconda Repubblica.  

Uno dei titoli più famosi del quotidiano il manifesto, nei giorni della formazione del governo Dini, gennaio 1995

Dopo meno di un anno, nel gennaio 1995, di nuovo Scalfaro promuove un nuovo “governo del Presidente”, quello presieduto da Lamberto Dini, già Direttore generale di Bankitalia e per pochi mesi ministro del Tesoro del governo Berlusconi. Sul piano parlamentare il nuovo esecutivo, dopo quello che fu chiamato il “ribaltone” della Lega, era sostenuto da Pds, Ppi, appunto la Lega, mentre il Polo delle libertà si era astenuto per favorirne la nascita. È in questo clima che Pds, Ppi, Verdi comprendono la lezione della Legge Mattarella, che imponeva delle coalizioni per vincere i collegi uninominali. In questo contesto nasce l’Ulivo e la candidatura di Romano Prodi, si riesce ad attrarre nell’orbita anche l’area “liberal” dell’opinione pubblica, attorno a Rinnovamento Italiano di Lamberto Dini, e si comprende anche la necessità di un accordo di desistenza con il Prc di Fausto Bertinotti. In sintesi si costruisce il bipolarismo così come lo abbiamo conosciuto fino al 2012.  

Un nuovo cambio di sistema si ha con il governo del Presidente promosso da Giorgio Napolitano nel novembre 2011, quello di Mario Monti, chiamato a salvare il paese dal default in cui lo stava per precipitare l’esecutivo Berlusconi-Tremonti. Il governo del professore della Bocconi, imposto dal Capo dello Stato al segretario del Pd Pierluigi Bersani, portò avanti una agenda “lacrime e sangue” sostenuta in modo bipartisan dai due poli che negli anni precedenti si erano alternati al governo. Proprio questo contesto ha favorito l’exploit di M5s, come terza forza che ha scardinato il sistema bipolare, riuscendo a imporre una narrazione per la quale destra e sinistra erano stati (e sono) la stessa cosa. L’efficace formula coniata da Beppe Grillo fu “Pdl e Pd meno L”. Dopo il governo Monti, nelle elezioni del febbraio 2013, M5s è stato il partito più votato in Italia, con il Pd che lo ha superato in termini assoluti solo grazie al voto degli italiani all’estero, ottenendo il premio di maggioranza per l’alleanza con Sel di Nichi Vendola.

Fin qui la serie storica dei governi del Presidente. Cosa succederà con l’esecutivo guidato dall’italiano più conosciuto e stimato in tutto il mondo (non è un’iperbole)? Ovviamente è sterile avventurarsi in previsioni ma il dato oggettivo che ci presenta l’attuale sistema dei partiti è quello dell’evoluzione che proprio il governo Draghi potrebbe favorire, a patto che si verifichino alcune condizioni.  

La prima, dopo l’adesione della Lega all’appello di Mattarella del 2 febbraio e il conseguente appoggio al governo Draghi, è che Matteo Salvini segua nei prossimi mesi la linea indicata da Giancarlo Giorgetti sin da novembre, quella cioè di una “affidabilità” Europea della Lega, con l’uscita dal gruppo euroscettico a Strasburgo e l’ingresso nel Ppe. Il Carroccio, cioè, dovrebbe abbandonare la prospettiva dell’Italexit, divenendo un normale partito conservatore. Vista l’età avanzata di Silvio Berlusconi e la crisi inesorabile di Fi (con arretramenti elettorali impressionanti alle Regionali in Liguria e Veneto), la Lega potrebbe sostituirsi se non addirittura assorbire Fi. Salvini sa che potrebbe ricevere un incarico per Palazzo Chigi solo dimostrando la propria affidabilità europea. Certo, il 16 febbraio, alla vigilia del voto di fiducia al Senato, si è rifiutato di definire “irreversibile” l’Euro, ma come ha commentato Giancarlo Giorgetti, “l’arrivo di Draghi ci ha permesso di fare in tre giorni quello che io credevo di poter fare in tre anni”. D’altra parte il Next Generation Eu non rappresenta solo una opportunità per l’Italia per ridefinire e riposizionare il proprio sistema produttivo nell’ambito della competizione globale, ma con l’indebitamento comune dei paesi dell’Ue comporta un ulteriore passo verso la loro integrazione. In questa ottica le posizioni “no Euro” si candidano alla rinuncia al governo del paese.  

Se dunque ci dovesse essere questo cambio di linea il centro-sinistra, e in particolare il Pd, perderebbe l’egemonia presso le cancellerie del Continente dell’affidabilità europea. Inoltre questo centro-destra sarebbe anche più credibile davanti all’elettorato italiano. In passato ogni sommovimento in uno dei poli ha determinato un riassetto nell’altro e probabilmente accadrebbe la stessa cosa anche in questo scenario. Quando nel centro-sinistra, nel 2007, nacque il Pd, il centro-destra rispose simmetricamente con il “predellino” di Berlusconi e la nascita del Popolo delle libertà. Il Pd, o più in generale il campo progressista, dovrebbe ridefinire la propria offerta politica e altrettanto si troverà a dover fare M5s.

L’appoggio al governo Draghi ha fatto emergere una serie di contraddizioni presenti nel Movimento che finora sono state gestite senza risolverle. Nella prima metà della legislatura M5s ha dato vita a due governi che rappresentano le due ipotesi di evoluzione del Movimento: il governo con la Lega rappresenta l’ipotesi del mantenimento di un profilo populista, mentre l’esecutivo con il Pd rappresenta il tentativo di diventare un partito di sistema, analogamente a quanto seppe fare Forza Italia nel 1994 (anche in quel caso l’ingresso in una famiglia europea, il Ppe, facilitò il passaggio). Il fatto che i due governi e le due ipotesi siano stati guidati dalla stessa persona, Giuseppe Conte, sintetizza la capacità e l’abilità di M5s a non sciogliere il nodo.

I due schieramenti che si stanno contrapponendo in questi giorni, a suon di voti di fiducia dati o negati e a suon di espulsioni, avvocati e carta bollata, rappresentano le due ipotesi. Visti gli attuali rapporti di forza interni, sembra che il Movimento fondato da Beppe Grillo abbia scelto l’ipotesi di diventare un elemento del sistema, magari trasformandosi in una sorta di Forza Italia dei ceti medio-bassi (come il partito di Berlusconi lo era dei ceti-medio alti). Resta la domanda se al di fuori del Movimento ci sia lo spazio politico per una forza populista e anti-sistema formata dai fuoriusciti, guidati magari da Alessandro Di Battista. Personalmente nutro un certo scetticismo, alla luce della storia dell’altro grande movimento populista italiano, La Lega: tutte le piccole o grandi scissioni che ha subito nel corso degli anni non hanno lasciato tracce né nei libri di storia né nelle cronache politiche, tanto che oggi i nomi dei protagonisti sono noti solo a qualche cultore della materia.

Per quello che riguarda il Pd, la disastrosa conduzione della crisi di governo ha aperto le richieste di un nuovo congresso. Il segretario Nicola Zingaretti e gli uomini a lui vicini non hanno alcuna intenzione di convocarlo anche perché se nel 2022, dopo l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, si dovesse andare a elezioni anticipate, le liste verrebbero decise da lui. Ma i Dem saranno costretti a svolgere le loro assise per chiarire la propria visione del paese, del suo futuro, e la loro identità, specie se gli altri partiti ridefiniranno la propria identità e il proprio posizionamento, sia nel centro-sinistra (in senso ampio) sia nel centro-destra. 

Il segretario del Pd Nicola Zingaretti e il presidente della Camera Roberto Fico

Nei giorni della crisi di governo l’ex eurodeputato Dem Daniele Viotti ha scritto con sagacia su Twitter che il Pd sembra obbligato a stare sempre al governo indipendentemente dal fatto che lo voglia o meno. Per certi versi, essendo il garante dell’affidabilità europea dell’Italia, ciò era anche vero. Questa condizione, tuttavia, questo monopolio, sta per venir meno e il partito dovrà scegliere se continuare a essere il soggetto che assicura la tenuta del sistema o se essere un motore del cambiamento. Nel primo caso lo slittamento verso la conservazione sarà inevitabile, nel secondo dovrà riprendere l’ispirazione originaria del 2007, proponendosi come il soggetto promotore dell’ascensore sociale, delle nuove opportunità. Il segretario Nicola Zingaretti ha scelto come slogan per il Pd “dalla parte delle persone”, un motto reticente perché sono persone sia John Elkann sia il ragazzo calabrese laureato in ingegneria costretto a emigrare. Questa reticenza va sciolta.

Draghi levatore di un nuovo sistema dei partiti ultima modifica: 2021-02-20T14:19:03+01:00 da GIOVANNI INNAMORATI

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1 commento

Rassegna 22.02.21 | Stefano Ceccanti 22 Febbraio 2021 a 8:50

[…] Un mio intervento a Tv 2000 su spazio della politica, laicità e Murrayhttps://www.tv2000.it/tg2000/video/il-tornasole-e-lo-spazio-della-politica/Su Italia Ue Gentiloni su La StampaInnamorati e Magri sul Governohttps://ytali.com/2021/02/20/draghi-levatore-di-un-nuovo-sistema-dei-partiti/ […]

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