Dopo Merkel, una via stretta per la socialdemocrazia tedesca

L’Spd punta su Olaf Scholz, uno dei suoi pezzi da novanta. Ma il partito resta inchiodato ai minimi storici. Perché?
scritto da MATTEO ANGELI
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Anche ora che l’era Merkel è ormai al tramonto, i Genossen – “compagni”, così si chiamano tra di loro i membri della Spd – fanno fatica a vedere la luce in fondo al tunnel. Centociquant’anni di storia nobile alle spalle, il Partito socialdemocratico, è la più “vecchia” forza parlamentare nel panorama politico tedesco. Davanti, c’è ancora il sogno di riconquistare la cancelleria. Nonostante i sondaggi, che danno i socialdemocratici inchiodati al minimo storico del quindici per cento, dietro non solo alla Cdu ma anche ai Verdi. 

Gli avversari cristiano-democratici ed ecologisti non hanno ancora tirato fuori dal cilindro i nomi dei loro candidati alla cancelleria. I Verdi dovrebbero puntare su uno dei loro due co-leader, Annalena Baerbock e Robert Habeck. I cristiano-democratici, invece, sono divisi tra il nuovo presidente del partito, Armin Laschet, e Markus Söder, esponente della sorella Csu – l’ala bavarese della Cdu. Quest’ultimo governa la Baviera con successo ed è accreditato dai sondaggi come il candidato favorito. L’Spd ha invece risolto da tempo la K-Frage, la domanda relativa a chi sarà il suo Kanzlerkandidat, il suo candidato alla cancelleria. Almeno da questo punto di vista, infatti, il partito che fu di Willy Brandt ha decisamente battuto sul tempo gli avversarsi: ad agosto dello scorso anno è stato trovato un accordo sul nome di Olaf Scholz, il potente vice-cancelliere e ministro delle finanze.

Già nel marzo del 2018, quando l’oggi sessantaduenne Scholz era diventato il numero due di Merkel – nella grande coalizione che negli ultimi quattro anni ha tenuto insieme Cdu e Spd – si capiva che questo si preparava al grande salto nel 2021. Considerato “una delle teste più intelligenti ma anche più arroganti della Spd” – parola di un compagno – Olaf Scholz è uno dei maggiori interpreti degli ultimi vent’anni di storia del partito. 

Olaf Scholz, a sinistra, rappresenta la Spd in occasione della firma del programma di coalizione 2018-2021. Insieme a lui Angela Merkel, per la Cdu, e Horst Seehofer, per la Csu

Nato nel 1958 a Osnabrück, nella Bassa Sassonia, ma cresciuto ad Amburgo, nel distretto di Altona, Scholz spicca fin da subito negli Jusos, l’organizzazione giovanile della Spd, della quale è vice dal 1982 al 1988. Dopo gli studi in giurisprudenza, inizia la carriera da avvocato. Ma il suo destino è la politica. Nel 1994 entra nel direttivo del partito nella sua Amburgo. Nel 1998, a trentasei anni, è eletto per la prima volta in Parlamento e due anni dopo diventa il referente regionale del partito. 

Al Bundestag Scholz si fa presto notare. L’allora cancelliere Gerhard Schröder lo sceglie come segretario generale del partito, un posto che occupa dal 2002 al 2004 e che gli vale il soprannome di “Scholzomat”. Erano gli anni in cui Schröder faceva passare le sue impopolari riforme di liberalizzazione del mercato del lavoro. Al segretario generale Scholz spettava l’ingrato compito di spiegarle ai giornalisti, davanti ai quali si esprimeva in modo “automatico”, in “politichese” come si direbbe in Italia. Da lì soprannome, che in ogni caso non ha ostacolato più di tanto la sua carriera. 

Nel 2007 Scholz diventa ministro del Lavoro nel primo governo Merkel. Quattro anni dopo, nel 2021, è eletto sindaco di Amburgo, secondo più grande comune tedesco. Svolge il suo lavoro in maniera obiettiva, calma, affidabile. Ottiene un nuovo mandato nel 2015, ma questa volta deve governare con i Verdi. Un’esperienza tutto sommato di successo. Con un’unica macchia: il G20 del 2017, con Amburgo assediata dai black bloc e le forze di sicurezza che non erano pronte ad affrontare l’ondata di violenze.

Dopo la sconfitta di Martin Schulz alle elezioni del 2017, sembra finalmente giunto il suo momento. Scholz diventa vice-cancelliere e ministro delle finanze. Una carica che gli vale la pole position all’interno del partito in vista della lunga corsa alla cancelleria. Un vantaggio che Scholz sembra però farsi soffiare nel 2019, quando si candida a diventare presidente del partito ma è bloccato dal duo Saskia Esken e Norbert Walter-Borjans, esponenti dell’ala sinistra dell’Spd che lo battono a sorpresa.

Norbert Walter-Borjans e Saskia Esken. I due co-presidenti del partito si oppongono all’eventualità di una nuova grande coalizione con la Cdu

In maniera altrettanto inaspettata, nell’agosto 2020 Esken e Walter-Borjans scelgono proprio Scholz come candidato alla cancelleria. In un anno sono cambiate tante cose. La pandemia di coronavirus ha sconvolto i paradigmi della politica tedesca e rimescolato le carte dei suoi protagonisti. Il moderato Scholz s’è avvicinato ai progressisti del partito. La congiuntura lo ha obbligato a farlo. Fino a prima dell’avvento del Covid, Scholz diceva ai colleghi di partito “un ministro delle finanze è un ministro delle finanze”-  che sia della Cdu o della Spd, per giustificare la sua volontà di allora di non tradire la regola d’oro dello “Schwarze Null”, il dogma del pareggio di bilancio, tanto caro ai tedeschi.

Il Covid ha cambiato tutto. Per far fronte alla pandemia e rilanciare l’economia, Scholz ha indebitato il paese come non mai: nel 2021 la Germania ha fatto un po’ meno di 150 miliardi di nuovi debiti e ha mandato in soffitta lo “Schwarze Null”. La crisi ha portato quindi Scholz a fare ciò per cui l’ala sinistra del partito premeva già da un po’. 

La crisi, poi, spingerà i tedeschi ad affidarsi a qualcuno di esperto per il dopo Merkel – è questa l’altra parte del calcolo che ha spinto i vertici della Spd a scegliere Scholz, il quale è competente, pragmatico, non ideologico e al contempo con un’ampia esperienza di governo. Da questo punto di vista, quindi, il vice-cancelliere è la persona perfetta, soprattutto se si tiene conto che durante la pandemia è il terzo politico più apprezzato in Germania, dopo Merkel e il ministro delle salute Jens Spahn. Difficile che gli avversari possano fare di meglio: i due candidati al momento favoriti per la successione di Merkel nella Cdu/Csu, Armin Laschet e Markus Söder, hanno sempre fatto politica lontano da Berlino. È la loro capacità di governare a livello nazionale che potrebbe eventualmente essere messa in discussione, non quella di Scholz. 

Infine, c’è un’altra riflessione. Il regno di Angela Merkel si è fondato sulla abilità della cancelliera di occupare il centro dello spazio politico, il più delle volte a discapito della sinistra. È la cosiddetta socialdemocratizzazione dei cristiano democratici. Merkel ha vinto spostando il baricentro del suo partito a sinistra – una strategia che molti colleghi le hanno rimproverato e che probabilmente nessuno dei suoi eventuali successori perseguirà fino in fondo. Con Merkel fuori dai giochi, la sinistra vede quindi aprirsi uno spazio al centro. Quale migliore interprete che il moderato ma flessibile Scholz per occuparlo? 

Scholz, in una foto d’archivio, quando era segretario generale del partito (2002-2004). Al suo fianco l’allora cancelliere Gerhad Schröder

Ciononostante, l’Spd continua a languire al 15/16 per cento nei sondaggi. Scholz appare addirittura indebolito: secondo l’ultimo sondaggio di Ard-DeutschlandTrend, il vicecancelliere e ministro delle finanze cala di nove punti percentuali nell’apprezzamento della popolazione. Ora è al 46 per cento. Un calo che, per dirla tutta, interessa anche gli altri vertici del governo: Merkel perde tre punti (ora è al 69 per cento) e Jens Spahn cinque punti (ora è al 51 per cento). 

I colpi di scena non sono ancora esclusi. Le carte in tavolo verranno sicuramente di nuovo sparigliate dall’annuncio dei candidati cancelliere degli altri partiti, soprattutto per quanto riguarda i cristiano democratici. L’Spd attende l’errore degli avversarsi. In ogni caso, per lei la strada verso la cancelleria si presenta al momento come strettissima. Se vogliono avere ancora qualche chance per giocarsi la partita, i Genossen devono fare due cose: vincere le elezioni regionali del prossimo 14 marzo in Renania Palatinato e, soprattutto, esprimersi in maniera più chiara e concreta. 

Tra qualche settimana si vota in due Länder, in Baden-Württemberg e, appunto, in Renania Palatinato. Ognuna di queste elezioni può smuovere gli equilibri in vista del voto di settembre. I socialdemocratici puntano tutto su Malu Dreyer, l’attuale governatrice dalla Renania Palatinato. Qui Dreyer governa con liberali (Fdp) e Verdi. Questo è il tipo di alleanza che il moderato Scholz sogna di formare a livello nazionale e che viene tradizionalmente definita coalizione semaforo, dal colore dei tre partiti (rosso la Spd, giallo i liberali, e, ovviamente, verde per gli ecologisti). Se Dreyer perde, le speranze di una coalizione semaforo a settembre si faranno molto risicate. 

Malu Dreyer è governatrice della Renania Palatinato dal 2013. Corre per il suo terzo mandato. Il Land è uno dei bastioni della Spd

In Baden-Württemberg, invece, i socialdemocratici non hanno alcuna reale possibilità di vittoria. La speranza per loro è che il governatore Winfried Kretschmann inciampi. Kretschmann è un ecologista moderato, che governa con la Cdu. Il tipo di alleanza più quotato per il post voto. I Verdi vengono infatti da una serie di successi elettorali. Hanno superato l’Spd alle europee del 2019 (20,50 contro 15,80 per cento). Sono stabili al 20 per cento nei sondaggi, dietro solo alla Cdu che oscilla tra il 33 e il 37 per cento. 

Soprattutto, il loro messaggio funziona, al punto che riescono a influenzare anche l’agenda degli altri partiti, costretti a inseguirli. Come nel caso della Spd, che ha già coniato lo slogan: Sozial. Digital. Klimaneutral (sociale, digitale, climaticamente neutrale). Scholz l’ha detto qualche settimana fa:

Se vogliamo ridurre a zero le emissioni entro il 2020, allora ci vorrà una grande rivoluzione tecnologica, il più grande periodo di innovazione che il nostro paese abbia mai immaginato… Non possiamo impedire agli altri stati di smettere di progettare nuove centrali elettriche a carbone, ma possiamo sviluppare alternative. Se non lo facciamo ora, altri lo faranno e perderemo le nostre industrie. 

Parole sacrosante, che dimostrano la volontà di Scholz di sfidare i Verdi sul loro terreno, puntando a soluzioni concrete ed economicamente sostenibili. Ma anche gli altri partiti andranno in questa direzione. Per alzare la testa oltre la soglia del 20 per cento, l’Spd deve fare di più. Deve riuscire ad articolare un messaggio chiaro, originale, in grado di adattare alla stagione odierna la sua promessa di sempre, quella della giustizia sociale. In questo senso, la congiuntura attuale offre una grande opportunità.

Un programma congiunturale finanziato da debiti, salari minimi più alti, pensioni di base più elevate, l’introduzione di un’imposta patrimoniale, una tassa sui servizi digitali: sono alcune delle proposte che la base sinistra del partito sostiene e che il candidato Scholz dovrebbe avere il coraggio di fare proprie nei prossimi mesi. Il Covid e la partenza di Merkel stanno aprendo uno spazio a sinistra. L’Spd avrà la determinazione per riempirlo? 

Dopo Merkel, una via stretta per la socialdemocrazia tedesca ultima modifica: 2021-02-22T10:28:46+01:00 da MATTEO ANGELI

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