Alta tensione in Spagna

Scontri di piazza, nervosismo alle stelle fra i soci di governo, incertezza catalana. Sullo sfondo, l’arrivo dei fondi Ue che rischia di destabilizzare un altro esecutivo del sud Europa. Mentre l’ombra di Draghi si proietta sulla penisola.
scritto da ETTORE SINISCALCHI
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Gli scontri di piazza per l’incarcerazione del rapper Pablo Hasél piombano sugli scenari nazionale e catalano mentre la tensione tra i soci di governo Psoe e Up sale alle stelle e l’incertezza sul governo catalano regna sovrana. Se il risultato delle elezioni catalane avrebbe potuto far pensare a un abbassamento della temperatura nell’esecutivo guidato da Pedro Sànchez così non è stato. Anzi, i toni si sono ancora alzati in un crescendo che va avanti da settimane e scuote anche il “blocco dell’investitura”, i partiti che pur non facendone parte hanno consentito la nascita del governo di minoranza delle sinistre. 

LE LITI NEL GOVERNO SÁNCHEZ

La legge sull’Uguaglianza di genere e la regolazione degli affitti sono al centro dello scontro. Il primo fronte è esploso con la decisione del Psoe di presentare autonomamente un testo, rompendo mesi di negoziazioni e senza passare dal ministero competente, quello dell’Uguaglianza guidato dalla ministra di Up Irene Montero. Up ha risposto con una campagna presso gli altri partiti del blocco dell’investitura per affossare l’iniziativa. Poi una guerra di dossier, dal ministero contro il testo socialista, dal Psoe contro il progetto ministeriale oggetto di negoziazione, ribattezzato in maniera ostile “Ley Trans”, contrastato malgrado sia ricalcato su altri di ambito nazionale e autonomico portati avanti o approvati negli anni dallo stesso Psoe. A caratterizzare lo scontro c’è l’apparente volontà di non raggiungere un compromesso, certamente possibile.

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L’altro fronte, la regolazione degli affitti, è un altro dei punti centrali dell’accordo di governo. Dopo negoziazioni difficilissime e la sostanziale melina del Psoe, Iglesias giunge a mettere in scena el desencuentro non presenziando a un’iniziativa alla Moncloa, il palazzo del governo, di presentazione dell’iniziativa di potenziamento dell’edilizia pubblica pure promossa anche da Podemos. Lunedì scorso arriva la dichiarazione del ministro socialista dei Trasporti, Mobilità e Agenda urbana, José Luis Ábalos, che si schiera contro la regolazione, contraddicendo gli espliciti impegni precedenti suoi e del Psoe.

Il Psoe ha iniziato un’offensiva rispondendo anche al comportamento di Podemos che spesso ha praticato l’arte, sempre pericolosa per la stabilità degli esecutivi, di muoversi, al contempo, da governo e da opposizione. Il governo di Madrid appare incapace di capitalizzare il risultato catalano, di placare le tensioni, e si avvita in un crescendo di conflittualità. I giornali riportano fonti anonime che descrivono mancata volontà di mediazione, sgambetti reciproci, una situazione insostenibile “che non può continuare così per tutta la legislatura”. E ci si appella al “buen rollo”, alle vibrazioni positive, al rapporto personale tra Pablo Iglesias e Pedro Sànchez per un accordo tra i due che riesca a ricomporre l’alleanza, come ritenuto indispensabile da uno dei principali elementi del “blocco dell’investitura”, il Partido nacionalista vasco.

LE PROTESTE E LE VIOLENZE

La scorsa settimana, a partire da Barcellona per propagarsi in tutta la Spagna e particolarmente a Madrid, le strade sono state teatro di proteste e violenze per l’arresto di Pablo Hasél. Il rapper catalano è stato condannato a nove mesi di prigione per apologia del terrorismo e a 15 e 12 mesi di multa (misura che prevede il corrispettivo del pagamento di una sanzione per ogni giorno di condanna) per ingiurie alle istituzioni dello stato e alla corona, per testi delle sue canzoni e di alcuni tweet.

Il rapper, che ha altri procedimenti aperti, aveva già goduto in precedenza dei benefici che evitano la carcerazione, escludendoli in questa occasione. La Spagna è il terzo paese al mondo, dopo Cina e Iran, per numero di artisti condannati per reati d’espressione. Hasél ha rifiutato di consegnarsi ed è stato arrestato il 16 febbraio nell’Università di Lerida, dove si era trincerato a attendere l’arresto, scatenando le proteste che sono presto degenerate. Incendi di cassonetti, distruzione di vetrine e espropri, anche l’assalto di un commissariato a Vic, in Catalogna; poi, violenze indiscriminate della polizia e uso di proiettili di foam, versione addomesticata delle pallottole di gomma, che hanno ferito almeno sette manifestanti con una ragazza che ha perso un occhio, diventando la quindicesima vittima di mutilazione oculare per l’uso di proiettili di gomma o foam da parte delle forze dell’ordine dal 2001. 

Le proteste per Hasél sembrano essere il catalizzatore di diverse dinamiche che si accumulano sulle fasce giovanili fra le quali primeggia una profonda disillusione. Da anni prime vittime della crisi economica e del lavoro, provate da un anno di confinamento e limitazioni per l’emergenza Covid, le generazioni più giovani sono nuovamente le più colpite dalle conseguenze sociali, economiche e occupazionali dell’epidemia. In Catalogna si aggiunge la crisi del progetto indipendentista ed esplode la contraddizione delle leadership indipendentiste, che hanno invocato e mosso la piazza per la Repubblica catalana gestendone al contempo la repressione da parte dei Mossos d’Esquadra, la polizia autonomica. Per quanto si evochino categorie come il “turismo dei riot” europeo – che vedrebbe in prima fila gruppi di anarcoinsurrezionalisti italiani e tedeschi, cosa quanto mai improbabile con le attuali limitazioni negli spostamenti – si ha l’impressione, anche sentendo le voci della piazza riportate dalla stampa, che si manifesti un disagio giovanile profondo e molteplice del quale la carcerazione del rapper catalano rappresenta l’occasione di espressione.

I bomberos, i pompieri, catalani per Pablo Hasél

I fatti si riflettono sulla politica nazionale e su quella catalana. Le violenze di strada hanno visto il silenzio dei socialisti sugli eccessi della polizia e l’indulgenza di Podemos verso episodi di guerriglia urbana, acuendo le tensioni nell’esecutivo.

Ada Colau, da sindaca di Barcellona, ha condannato episodi come l’attacco al commissariato di Vic, forse avvertendo come la crescita della tensione non favorirà le sinistre. Nel mirino per le violenze poliziesche sono il ministro dell’Interno socialista Fernando Grande-Marlaska e il suo corrispettivo catalano, il conseller d’Interior Miquel Sàmper, di Junts per Catalunya. Viene messo in discussione l’approccio all’ordine pubblico spagnolo e catalano che, a differenza di quello, per esempio, tedesco e italiano, che mira a controllare e contenere gli eventi di piazza, ricerca lo scioglimento delle concentrazioni e la loro dispersione. Come pure si discute l’uso delle pallottole di gomma e foam, sostituiti in Italia e altri paesi dai lacrimogeni e/o dai “cannoni ad acqua”.

INCERTEZZA CATALANA 

Tornando alla politica istituzionale, si torna per forza a Madrid e a Barcellona. In Catalogna si cerca il governo e la posta in gioco è la tenuta del “blocco nazionale catalano”. La formazione di un governo indipendentista, che dispone della maggioranza assoluta, si scontra con le differenze strategiche di Esquerra republicana de Catalunya (Erc) e Junts per Catalunya (JxC).

La prima vuole chiudere il capitolo delle iniziative unilaterali in favore del dialogo tra Madrid e Barcellona, i secondi sono decisi a riattivare lo scontro. Una differenza di prospettiva che rende meno piano il percorso verso quello che sembra lo sbocco naturale del voto, un governo di Erc e JxC con l’appoggio, organico o esterno, degli indipendentisti anticapitalisti della Cup. Il socialista Salvador Illa, vincitore nominale, si presenterà in Parlament a chiedere la fiducia anche se non la otterrà.

Toccherà allora al candidato di Erc, che ha superato gli alleati-rivali di JxC. Pere Aragonès ha chiesto ai Comuns di Ada Colau di entrare in maggioranza, cercando una copertura a sinistra che difficilmente i Comuns potranno concedere. Solo un eventuale appoggio esterno dei socialisti catalani potrebbe consentire la nascita di un governo di minoranza delle sinistre catalane che escludesse Junts. Una strada strettissima, forse impossibile adesso, ma la rottura del blocco catalano è il passaggio obbligato per cambiare passo.

Il blocco “unionista” spagnolo si è già rotto con la nascita del governo Psoe-Podemos, e con la gara a destra tra C’s e Pp – che ha beneficiato Vox, eroso i voti popolari e travolto gli arancioni. Che i tempi siano maturi, però, non è per niente detto. Potrebbe volerci il varo e la rottura di un governo indipendentista e un nuovo passaggio dalle urne. In ogni caso, l’alleanza Psoe-Podemos al governo di Madrid deve restare viva fino a quando questo avverrà. Il che suggerirebbe maggior coraggio a Erc nell’accelerare una rottura che potrebbe consolidare anche gli equilibri di sinistra del blocco dell’investitura a Madrid.

I NEMICI DEL GOVERNO CHE VENGONO DAL PSOE

Il governo “social-comunista” di Pedro Sánchez non è mai stato amato da potenti settori dell’economia e dell’informazione – che hanno anzi ostacolato in ogni modo la traiettoria del segretario socialista negli anni – e neanche nello stesso Psoe. Se l’ostilità dei grandi vecchi, Felipe González e Alfonso Guerra, è nota, Sánchez, forte del mandato dalle primarie e blindato dalle modifiche statutarie, tiene sotto controllo il partito.

Re Felipe VI con il presidente de Castilla-La Mancha, il socialista Emiliano García-Page

L’opposizione interna è in quel che resta dei “baroni” del Psoe, i leader delle federazioni locali al governo nei rispettivi territori, oggi rappresentati da Emiliano García-Page in Castiglia-La Mancia e Javier Lambán in Aragona, ma la forza nel partito non è più quella di una volta, limitata dalla disintermediazione dell’investitura diretta tramite primarie, aperte solo agli iscritti. Sono altre figure della vecchia guardia, a volte ormai esterne al partito, quelle che muovono all’attacco di Sánchez, per l’alleanza con Podemos e i voti di Erc e della sinistra radicale nazionalista basca di Bildu. Figure come l’ex segretario della federazione madrilena e ex presidente della Comunità, Joaquín Leguina, o l’ex ministro dell’Interno di Felipe González, José Luis Corcuera, fino all’ex dirigente basco Nicolás Redondo che ha promosso un appello per esigere da Sánchez la rimozione di Pablo Iglesias dalla vicepresidenza dopo delle dichiarazioni in cui il leader viola affermava che la Spagna era “una democrazia imperfetta”. Tutti ospiti fissi dei tanti talk politici delle emittenti locali o nazionali di destra, anche estrema, prodighi di interviste ai giornali contrari al governo.

L’OMBRA DI DRAGHI 

Tensioni nel governo, scontri di piazza e incertezza catalana sono elementi che potrebbero anche determinare una “tempesta perfetta”. Che, a questo punto, non è detto che il Psoe disdegni, o che comunque non si attrezzi ad affrontare. La centralità del partito è assicurata, solidamente conquistata da Sánchez a presidiare il quadro politico in ogni sua possibile evoluzione. Le pressioni sono enormi, l’obiettivo sono i fondi Ue. Solo per il Covid-19 alla Spagna, primo paese beneficiario, toccano 80,87 miliardi, cui si aggiungono quelli del Next Generation UE. In molti non vogliono vengano gestiti da questo governo, tanto che qualcuno guarda all’Italia con malcelata invidia.

L’ombra di Draghi si proietta sullo scenario spagnolo cominciando dai giornali. Prima vaticinando un indebolimento della Spagna in Ue a favore dell’Italia, poi rinfacciando l’asse tra il governo italiano e quello spagnolo che ci fu col governo Conte. E qualcuno comincia a evocare un Draghi spagnolo (o addirittura Catalano, come fa Manuel Valls e non da solo), o a lamentare tristemente che non esista. L’idea di una “visione tecnica” che sottragga ai partiti la gestione della spesa piace a parte della stampa e dei commentatori ma il sistema istituzionale spagnolo non favorisce un percorso come quello italiano.

Il Re non è il Presidente della Repubblica, la corona attraversa il suo peggior periodo dall’avvento della democrazia, non è percepita come super partes e polarizza l’opinione pubblica in favorevoli, sempre meno, e contrari, sempre più. La Spagna, inoltre, non ha figure autorevoli terze rispetto alla politica paragonabili a quella di Draghi. Il governo mantiene la capacità, avendone la volontà, di costruire maggioranze parlamentari su singoli provvedimenti forte delle norme che impediscono le “crisi al buio”, come quella scatenata da Renzi che ha travolto il Conte bis: chi presenta la mozione di sfiducia si candida a sostituire il capo del governo con la maggioranza che, votando la sfiducia, contemporaneamente lo investe della carica.

Al centro re Felipe VI e il presidente del governo Pedro Sánchez di fronte al Congresso nel quarantesimo anniversario del fallito colpo di stato del 23 febbraio 1981

Una dinamica come quella che ha portato l’ex presidente della Bce a Palazzo Chigi è pressoché impossibile, anche se dovesse implodere l’alleanza di governo. Una crisi verrebbe guidata dalla politica alla sua soluzione, fosse anche il voto, non essendo il Re autorità che gode di sufficiente autorevolezza, né dispone degli strumenti adeguati. Si tratta quindi soprattutto di sottolineare la debolezza del governo Sánchez-Iglesias, prospettarne un’alternativa, ampliarne le divisioni.

L’arrivo dei fondi europei, lungi dal blindare le maggioranze in essere, diventa in Spagna, come fu in Italia, un motivo di instabilità dell’esecutivo. Nessuno vuole lasciare ad altri, alla politica e soprattutto alla socialdemocrazia, le leve della decisione della spesa. In Spagna la politica è però ancora più forte che in Italia. Qui si sono aggiunte, in teoria, sedie per tutti al tavolo della gestione dei fondi; in Spagna questo è molto più difficile. 

Alta tensione in Spagna ultima modifica: 2021-02-25T16:26:31+01:00 da ETTORE SINISCALCHI

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