Francesi in guerra con il francese

Ritorna Oltralpe la polemica sulla “scrittura inclusiva”, il tentativo di rendere “neutra” la lingua rispetto al genere. Un dibattito tra linguisti che è diventato da tempo battaglia politica. Complici anche gli Stati Uniti.
scritto da MARCO MICHIELI
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[PARIGI]

Sessanta deputati di maggioranza e opposizione hanno depositato una proposta di legge all’Assemblée Nationale per proibire nei documenti amministrativi la “scrittura inclusiva” – l’écriture inclusive –, una forma di scrittura neutra e non sessista per non categorizzare le persone secondo il loro genere. Il disegno di legge arriva dopo la decisione della sindaca socialista della città di Périguex di aggiornare il regolamento comunale con espressioni quali “la·le sécretaire”, “l’intervenant·e”, “un·une adjoint·e”. Una scelta che ha spinto un ex eletto locale socialista a ricorrere alla giustizia contro l’utilizzo de l’écriture inclusive in ambito amministrativo. 

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La Francia non è nuova a questa polemica. Già nel 2017 la casa editrice Hatier aveva pubblicato un nuovo manuale scolastico che seguiva le regole della scrittura inclusiva, facendo seguito alle raccomandazioni dell’Alto consiglio per l’equità di genere, che aveva fornito alcune indicazioni per rendere il francese una lingua “neutra” rispetto al genere. Anche l’allora primo ministro Édouard Philippe era intervenuto nella polemica, invitando i suoi ministri a non usare la cosiddetta scrittura inclusiva. L’Académie française aveva poi rilasciato una dichiarazione molto dura nella quale definiva la scrittura inclusiva una “minaccia mortale” per la lingua francese.

Dispute che non hanno però bloccato la diffusione della scrittura inclusiva a livello locale, come dimostra il caso del comune di Périguex. A Lione, una delle prime misure prese dal neo-sindaco verde Grégory Douce è stata proprio l’adozione di un linguaggio “neutro” rispetto al genere. Anne Hildago, la sindaca di Parigi, è dal 2015 che utilizza la scrittura inclusiva per la comunicazione istituzionale. Molti partiti politici la utilizzano: da La France Insoumise a Europe Écologie – Les Verts, dal Pcf al Parti Socialiste.

Uno scontro che avviene anche al ritmo di appelli pubblici. Lo scorso 18 settembre, in una tribuna pubblicata su Marianne, trentadue linguisti si schieravano contro l’utilizzo della scrittura inclusiva, in particolare contro l’utilizzo di grafie non corrette (l’uso del cosiddetto punto mediano, “·”). In risposta Éliane Viennot e Raphaël Haddad, due noti linguisti favorevoli all’uso della scrittura inclusiva, rispondevano e criticavano i colleghi in un articolo apparso su Slate. Una settimana dopo, in un nuovo appello, questa volta su Mediapart, sessantacinque linguisti criticavano i colleghi, troppo focalizzati sul punto mediano ma poco attenti all’insieme della trasformazioni della scrittura inclusiva.

Mentre gli oppositori dell’uso dell’écriture inclusive ricordano che alla lingua francese è dedicato l’articolo due della Costituzione del 1958 (ed è tutelata negli atti amministrativi dalla famosa Ordonnance de Villers-Cotterêts del 1539), i favorevoli sostengono che il francese affronta la questione della femminizzazione dei nomi e delle funzioni da più di trent’anni e con successo. 

Nella lingua francese i pronomi, i nomi e gli aggettivi riflettono il genere dell’oggetto a cui si riferiscono. Non esiste un genere grammaticale neutro. In molti casi vi sono nomi – in particolare quelli che si riferiscono alle professioni – che non hanno versioni femminili. Secondo i promotori della scrittura inclusiva la rimozione del carattere generico dal maschile aiuterebbe a promuovere l’uguaglianza tra uomini e donne. Pertanto sostengono la trasformazione al femminile di tutte le professioni e i nomi professionali, il più delle volte aggiungendo una “e” alla fine delle parole (ad esempio “jardinière”, “cheminote”). Anche l’Académie française sostiene questa trasformazione, tranne per alcune parole ancora oggetto di dibattito.

Sono però altri i punti di scontro. In primis i sostenitori della scrittura inclusiva vorrebbero intervenire sull’accordo tra aggettivo e nomi, quando vi sono nomi maschili e femminili. Come in italiano, in francese vale la regola del “maschile che prevale sul femminile”. Però mentre in italiano la regola è meno rigida (poiché “la vicinanza dell’aggettivo a un sostantivo femminile può condizionare la scelta del genere dell’aggettivo” dice l’Accademia della Crusca), il francese non è così flessibile. Secondo il linguista Alain Rey il fatto che novantanove donne e un solo uomo divengano “essi/loro” (ils in francese) è ovviamente “scandaloso”. Quindi per dire “i paesi e le regioni stranieri e/o straniere” in francese c’è un solo modo per dirlo “les pays et les régions étrangers”, utilizzando il plurale maschile poiché “le masculin l’emporte sur le féminin”. I sostenitori della scrittura inclusiva ritengono sia doveroso invece accordare l’aggettivo con il genere del nome che è più vicino all’aggettivo: quindi “les pays et les régions étrangères”.

Ma l’oggetto della discordia è soprattutto il punto mediano (“·”), che i sostenitori della scrittura inclusiva utilizzano per esprimere il maschile e il femminile di un gruppo, al fine di enfatizzare la presenza di uomini e donne in questo gruppo: “un·e apprenti·e”, “les ingénieur·es”, “les électeur.rices”, “créatif·ive”. Secondo i detrattori il punto mediano renderebbe illeggibile il testo. Pur non rifiutando il punto mediano, altri propongono invece l’utilizzo di parole “épicène”, cioè quelle parole che inglobano i due generi: “les personnes candidates”, ad esempio. Oppure semplicemente scrivere “les Françaises et les Français”.

I critici sottolineano che cambiare una lingua non garantisce un cambiamento nella percezione: la disuguaglianza di genere non verrebbe risolta cambiando la scrittura. Alcuni dei deputati stessi che hanno presentato il disegno di legge hanno avanzato quest’obiezione. Secondo alcuni linguisti infatti i proponenti della scrittura inclusiva avanzano idee di “determinismo linguistico”: secondo questa teoria il linguaggio definirebbe e creerebbe delle costrizioni al pensiero. Un’ipotesi, sostengono, elaborata da Sapir-Whorf negli anni Quaranta ma poi smentita dalla comunità dei linguisti negli anni Sessanta e Settanta. Altri criticano la scelta della scrittura inclusiva proprio perché non sarebbe rispettosa del principio di uguaglianza: la presenza di segni distintivi, ad esempio, all’interno delle prove scritte per concorsi potrebbero favorire le frodi concorsuali.

I favorevoli ritengono invece che lo scopo di un linguaggio neutro rispetto al genere sia quello di promuovere l’uguaglianza di genere e ridurre il sessismo. Come ha dichiarato il linguista Roman Jakobson sul New York Times:

Non è che parlare francese ti renda impossibile concepire qualcosa di neutro rispetto al genere. Ma la lingua ti costringe a pensare spesso in termini di genere. Mentre in inglese puoi dire “I’m having dinner with my friend” senza indicare se l’amico è maschio o femmina, in francese devi indicare – e quindi pensare – il sesso dell’amico o dell’amica utilizzando un sostantivo femminile o maschile.

Alcuni rilevano che la regola stessa del maschile che prevale sul femminile è frutto di una decisione politica. È infatti la Grammaire générale di Nicolas Beauzée che nel 1767 sostiene che “il maschile è ritenuto più nobile del femminile a causa della superiorità del maschio sulla femmina”. Tanto che qualche anno fa più di trecento docenti avevano firmato un manifesto a favore dell’accordo di prossimità poiché l’obiettivo degli storici promotori dell’accordo maschile “non era linguistico ma politico”. Una scelta, dicono, che “induce a rappresentazioni mentali che portano ad accettare il dominio di un sesso sull’altro”.

I sostenitori della scrittura inclusiva si basano poi sui risultati di alcune ricerche recenti. Raphaël Haddad, ad esempio, ha cercato di misurare la consapevolezza del pubblico francese rispetto alla scrittura inclusiva: ha chiesto agli intervistati di nominare spontaneamente personaggi famosi della televisione francese. E la domanda ha prodotto una percentuale più alta di nomi femminili quando questa è stata formulata seguendo le regole della scrittura inclusiva (anche se in entrambi i casi gli intervistati hanno citato in modo schiacciante degli uomini). Altre ricerche hanno evidenziato che ci sia un legame tra paesi con una grammatica legata al genere e il basso livello di occupazione femminile. Un’altra ricerca ha invece segnalato che l’uso dei termini unicamente al maschile per certi mestieri, per esempio nelle offerte di lavoro, diminuisce il grado di fiducia delle donne in se stesse e dà l’impressione che gli uomini avranno più possibilità di riuscire. 

I sostenitori della scrittura inclusiva aggiungono poi che non si tratta soltanto di una battaglia a favore delle donne. Se può essere vero che la scrittura inclusiva non risolve i problemi di parità di genere, molti ritengono sia un gesto di rispetto verso le persone. È il caso della persone non binarie, quelle persone che rifiutano la classificazione di tutti gli esseri umani nei due generi maschile e femminile (l’identità di genere non è il sesso biologico o l’identità sessuale). Per andare incontro a questi bisogni alcuni sostengono anche l’utilizzo di pronomi personali neutri quali «iels» o «illes» (al posto di « ils et elles »). Haddad per esempio ricorda che “una persona transgender o intersessuale che si considera gender-fluid dovrebbe poter scrivere «Je suis content·e» senza dover scegliere tra essere uomo o donna. Più che un’imposizione agli altri sarebbe una libera decisione delle persone interessate, senza incorrere in problemi amministrativi, nel caso in cui si vietasse questo tipo di scrittura nella pubblica amministrazione.

Al di là delle discussioni tra linguisti e degli eccessi, la preoccupazione di molti critici della scrittura inclusiva riposa però sulla paura di un’americanizzazione delle università francesi (ne avevamo già parlato su ytali). Già perché negli Stati Uniti l’uso dell’inglese gender neutral è sempre più frequente. Complice sicuramente una lingua che ha perso nel tempo la distinzione di genere (che pure esisteva nell’Old English) ma che ne ha conservate le tracce con alcuni nomi ma soprattutto con i pronomi. Che sono la questione di dibattito principale del linguaggio neutro rispetto al genere, al di là dell’Atlantico. 

Un dibattito sul quale la nuova amministrazione ha scelto d’intervenire. Una decisione del presidente Joe Biden che ha firmato una serie di ordini esecutivi nel suo primo giorno in carica, incluso un ordine contro la discriminazione contro le persone Lgbtq. Secondo questi ordini esecutivi a chi consulta siti web federali è consentito di poter selezionare pronomi neutri rispetto al genere, quando contattano il governo degli Stati Uniti. Le persone che si identificano come non binari – né maschi, né femmine – possono ora selezionare il titolo neutro rispetto al genere: “Mx” o “they/them”.

E in Italia? Esiste un movimento linguistico – Italiano Inclusivo – che cerca di “superare le limitazioni di una lingua fortemente caratterizzata per genere”. Il movimento si propone di aggiungere due nuovi caratteri – la schwa per il singolare (ǝ) e la schwa lunga per il plurale (з) – che consentirebbero all’italiano di diventare una lingua “che permette di parlare di tuttз senza escludere nessunǝ”.

Francesi in guerra con il francese ultima modifica: 2021-02-25T16:44:09+01:00 da MARCO MICHIELI

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