Alexandra Exter, l’avanguardia russa al femminile

Dal cubo-futurismo al costruttivismo e all‘Art Deco, la riscoperta “personale” di un’artista poco conosciuta al grande pubblico e che lavorò sulle scene e sui costumi per il teatro.
scritto da ANTONELLA BARETTON
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Quando ancora eBay era agli esordi, digitai per caso sulla tastiera “Russian avant-garde”, la mia corrente artistica preferita. Tra i relativamente pochi articoli presenti in bacheca, mi colpirono tre di quelli che sembravano dei bozzetti preparati per uno spettacolo di danza. I tratti erano geometrici, cubo-futuristi, i colori accesi, con prevalenza del rosso e del nero. In particolare, mi innamorai di una danzatrice con ventaglio. La descrizione parlava di Alexandra Exter, nome che non avevo mai sentito prima di allora, ma che appresi essere una delle maggiori esponenti dell’avanguardia russa, ucraina di origine ma attiva sia Russia sia a Parigi, dove era stata addirittura la maestra di Fernand Lèger.

Senza saperne molto di più decisi di partecipare all’asta. Il prezzo partiva da un euro, in fondo c’era poco da perdere, mi sarei fermata all’uopo. A concorrere all’esperimento eravamo in quattro, i rilanci erano rapidi e il mio sketch, insieme con gli altri due, raggiunse presto i quattrocento euro. Decisi allora di rilanciare sul mio preferito, mentre gli altri concorrenti si fermarono. Eravamo rimasti in due. Alla fine mi aggiudicai l’opera per novecento euro.

Tra gli epiteti di mio marito che si riprometteva che mai mi avrebbe lasciato varcare le porte di un casinò e la consapevolezza di aver comprato qualcosa senza uno straccio di expertise ma solo per un’attrazione inspiegabile verso quella figurina dai tratti così essenziali, pagai con bonifico ad un ignoto “gallerista” berlinese ed attesi l’arrivo del pacco. Mio marito già sghignazzava.

Con precisione teutonica, dopo qualche giorno arrivò il pacco. Scartai l’involucro tremando, anche se dalla sagoma si intuiva non potesse esserci la classica scatola col “mattone”. Invece apparve lei, perfettamente conforme all’immagine apparsa in rete, la danzatrice col ventaglio.

Si trattava effettivamente di un bozzetto a matita e inchiostro che riportava in basso a destra la firma dell’autrice e l’anno 1924. Con mio disappunto, notai immediatamente che la scritta non era “Ekster/Exter”, firma che avevo imparato a conoscere nelle mie ricerche on line. Inequivocabilmente vi si leggeva invece “Alexandra Alexandrovna”, un patronimico.

L’opera si presentava con una cornice nera, forse in bachelite. Il passpartout era stato realizzato utilizzando una pagina di un giornale francese del 1938, anno riportato in un angolino della pagina ingiallita. Il quadretto presentava un cordoncino attaccato ai lati della cornice, nel retro, come si usava al tempo per appendere i quadri alla maniera che restassero leggermente in aggetto, non direttamente appoggiati alla parete. Chi aveva imitato l’originale, ci aveva insomma messo del suo per far sembrare tutto autenticamente d’epoca.

Non quadrava tuttavia l’utilizzo della firma. Perché l’autore non aveva semplicemente optato per il nome Exter, come usava firmarsi Alexandra? Cominciai allora a studiare un po’ più approfonditamente la vita di quella donna. Effettivamente Exter era il nome del marito, un ricco avvocato polacco anche se a quel tempo (parliamo di cent’anni fa) i confini di Polonia e Ucraina non erano quelli attuali e l’intera regione corrispondeva alla Galizia orientale, già in parte sotto la repubblica dei soviet. Alexandra Alexandrovna Grigorovich era il nome dell’artista da nubile. La datazione riportata nel giornale francese era compatibile con il trasferimento definitivo dell’artista in Francia intervenuto, secondo le mie fonti, nel 1924 dove vi era morta nel 1948, a Fontenay-aux-Roses nei pressi di Parigi.

Cominciai ad illudermi che quel bozzetto fosse autentico, ma volevo comprenderne la genesi.

Le immagini su internet raccontavano che l’artista, dopo aver realizzato scenografie e costumi di importanti produzioni di balletti russi, aveva decisamente virato verso il puro astrattismo. Le sue opere si trovavano nei maggiori musei sovietici o in collezioni private. I bozzetti dei costumi appartenevano dunque alla prima stagione; erano disegni visionari, di una modernità sconvolgente, quasi da science fiction, il tratto preciso, pulito, chirurgico, fatto di linee rette, sfere, geometria pura. Cominciai ad immergermi nel mondo dei balletti russi di Diaghilev, il teatro di Tairov di Mosca con il quale Alexandra aveva collaborato. Imparai a conoscere le opere di altri artisti straordinari quali Natalia Goncharova, Leon Bakst, Larionov..

Continuavo tuttavia a non trovare se e a quale lavoro fosse riconducibile eventualmente la mia guache. Exter era un’artista straordinariamente feconda che si occupava indifferentemente di costumi, scenografia, arte astratta, design, aveva addirittura disegnato alcune uniformi dell’Armata rossa! Invece approfondendo quali fossero i collezionisti delle opere della Exter, ebbi conferma che l’intera produzione dell’artista era oggetto di massicce contraffazioni. L’ultima, si era verificata qualche anno prima proprio in Francia.

Soltanto pochi giorni dopo l’inaugurazione, la polizia aveva sequestrato l’intera esposizione delle opere in mostra, giudicate inequivocabilmente dei falsi, sia in ragione della firma acclarata come maldestramente imitata, sia per le incongruenze temporali riscontrate nella datazione delle opere rispetto all’evoluzione stilistica di Alexandra. Mi fece riflettere che quelle opere erano state autenticate da uno dei maggiori esperti di una stimata casa d’aste parigina. A proposito di firme, nessuno menzionava l’uso del patronimico.

Passò del tempo senza ulteriori novità. Mi arrivarono dagli Stati Uniti delle proposte di acquisto di altri bozzetti. Tirai dritto. Avevo imparato la lezione anche se la mia guache, da chiunque fosse stata eseguita, continuava ad esercitare su di me un fascino indiscusso.

Nel 2006, ebbi contezza di una mostra organizzata dal Mart di Rovereto da Gabriella Belli, attuale direttrice dei Musei Civici di Venezia. La mostra si intitolava “La danza delle avanguardie”, una straordinaria rassegna di opere dai primi Novecento fino ai giorni nostri di artisti che si erano cimentati con la danza. Scenografie, bozzetti di costumi, da Matisse a Keith Haring, passando per Picasso, De Chirico, i balletti russi..

Tra gli autori esposti c’era anche lei. Visionai il catalogo che esponeva immagini che già avevo imparato a conoscere: i costumi di Salomè tratto da Oscar Wilde, i bozzetti di Aelita, i più visionari tanto da essere fonte di ispirazione addirittura per Fritz Lang nel film “Metropolis”, antesignano della fantascienza.

Infine, a pagina 542 del catalogo era esposto il mio sketch insieme agli altri che avevano concorso all’asta su eBay, gli originali. Appartenevano tutti alla collezione Lobonov- Rostovsky, un banchiere bulgaro con la passione dell’arte che a partire dagli anni Sessanta aveva collezionato bozzetti teatrali di avanguardia russa. Ottanta opere erano state donate al museo Puskin di Mostra. Ero esacerbata ma volevo capire. Decisi di visitare la mostra.

Trepidante per l’emozione varcai la soglia del museo. Ancora oggi considero quella mostra la più bella in assoluto mai visitata. Un tripudio di colori e di creatività, l’intero panorama artistico mondiale si era misurato con la danza e con il teatro, ognuno interpretandolo secondo la propria sensibilità. Arrivai alla sala della Exter trattenendo il fiato e con le gambe tremanti. Avrei potuto confrontare l’originale, avere contezza della mia ingenuità e del raggiro di cui, volontariamente, ero stata vittima.

Con mia grande sorpresa i bozzetti avevano dimensioni affatto diverse dalla mia opera. Erano a grandezza naturale, quasi in scala reale, circostanza che conferiva loro un fascino a mio avviso minore rispetto al bozzetto in mio possesso. La donna col ventaglio non risultava firmata. L’altro sketch, avente soggetto maschile, riportava invece il patronimico. Possibile che Alexandra avesse eseguito più bozzetti dello stesso soggetto? L’unica cosa certa era che l’anno coincideva, il 1924.

Avrei potuto scrivere alla curatrice della mostra, chiedendo di fornirmi le referenze per ottenere la conferma che si trattasse di un falso come tanti, oppure di corroborare l’ipotesi che esistessero più esemplari. Decisi invece di fermare le mie ricerche, non volevo più sapere.

Da allora il quadro è nel salotto di casa, vicino ad una lito di Prampolini, altro futurista a me caro.

Scrivendo questo pezzo, ho ripercorso i tratti di questa vicenda, ho cercato altre fonti. Mi sono imbattuta sull’archivio della fondazione intitolata ad Alexandra Exter, nata per tutelare l’autenticità delle sue opere e per promuovere questa straordinaria artista, forse ancora poco conosciuta tra i non addetti ai lavori. Ho scoperto che Alexandra proprio nel 1924 ha partecipato alla Biennale di Venezia, illustrandone il padiglione sovietico.

Allora mi piace pensare che attraverso il mio acquisto avventato, Alexandra abbia voluto ritornare in laguna eleggendo Venezia a sua residenza postuma, un omaggio alla nostra città quale capitale internazionale dell’arte, in nome di quello spirito cosmopolita che ha caratterizzato tutta la sua vita.

In copertina “Scena da un’operetta” (1930), National Gallery of Australia

Alexandra Exter, l’avanguardia russa al femminile ultima modifica: 2021-02-28T15:13:38+01:00 da ANTONELLA BARETTON

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