Germanisti e cinematografari a Villa Sciarra

Il parco romano, con al suo interno l’Istituto italiano di Studi germanici, trova un inedito spazio in un romanzo appena uscito, “L’ultima morte di Peppe Bortone” di Marco Tiberi.
scritto da ROBERTA ASCARELLI
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Villa Sciarra è un luogo magico per un germanista: nella splendida casa dei Wurst con la sua splendida biblioteca, si incontrano le tracce di un grande passato, ospiti illustri dalla fondazione gentiliana, nel lontano 1932, fino ad oggi, un coraggioso amore per la letteratura anche sotto l’occupazione nazista, miti e appartenenze vecchie e nuove. Ma Villa Sciarra e l’Istituto italiano di Studi germanici trovano un inedito spazio in un romanzo appena uscito, L’ultima morte di Peppe Bortone di Marco Tiberi, pubblicato da People, un libro senza germanisti, né personaggi famosi, e tanto meno atti eroici, ma tanti sogni, un grande amore per la “poesia del quotidiano” e quello sguardo ostinatamente stupito sulla vita di cui i tedeschi all’inizio della modernità sono stati insuperabili maestri. Ed è qui, davanti all’Istituto, che si conclude la storia di carta e celluloide di un eroe inattuale e in fondo un po’ “romantico”:

Il piazzale polveroso davanti a un grande edificio bianco con le finestre verdi e il balcone al primo piano sul quale sventolavano la bandiera italiana e quella europea. Era la sede dell’Istituto Italiano di Cultura Germanica, ma con un po’ di fantasia poteva sembrare una banca del New Mexico, o il saloon di Danger City. 

Peppe Bortone, il protagonista del romanzo che sceglie Villa Sciarra come approdo di una vita sfuggente e precaria, è un attore di seconda fila che ha vissuto i suoi anni migliori durante l’epoca d’oro del cinema di genere italiano. È stato comparsa dei film mitologici, poi negli spaghetti western (i suoi preferiti) e ancora nei poliziotteschi efferati della fine degli anni Settanta. La sua specialità erano le morti, “come muore Peppe Bortone non muore nessuno” si diceva nel giro e, finché ha potuto morire sullo schermo (e si contano nel romanzo 142 morti esemplari), Bortone ha sentito di avere un suo posto nel mondo. 

Nel trattato per tanti versi “adorniano” sul Romanzo poliziesco, Siegfried Kracauer, già irresistibilmente attratto dal cinema, sosteneva che la morte “libera definitivamente dalla paradossalità ciò che è condizionato” perché – aggiunge – “l’eroe è tale solo se può morire”; così nella familiarità rassicurante del vecchio buon cinema Bortone godeva di un residuo immaginario di vero eroismo, fantasioso e ripetuto, che lo emancipava dall’oppressione “condizionante” del quotidiano. Morire è rinunciare al potere, rinunciare alla paura, al gregge: in questo modo – si legge nel Il libro contro la morte di uno specialista della fenomenologia sociale e psicologica della morte come Canetti – l’uomo

può ripetersi, percepire il proprio respiro, conoscere le proprie mosse, fondare il proprio accento, provare le proprie maschere, temere le proprie verità, far evaporare le proprie menzogne finché non diventino verità, infuriarsi a morte e scomparire ringiovanito.

Probabilmente a tutto questo il nostro protagonista – a differenza del suo autore – non aveva mai neppure pensato, eppure era felice, senza ambizioni in una vita che la violenza si limitava a rappresentarla.

Era così bello rifiutare la realtà in nome di qualcosa di migliore, un po’ magico un po’ rivoluzionario. Perché tutti avevano smesso?,

pensava allora Peppe Bortone.

Poi i generi di quel cinema italiano finiscono e Peppe deve rinunciare ad essere un professionista del morire armato di pistole, finzione e verosimiglianza.

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Diventa allora Don Bruno in una soap che sembra dilatarsi nel tempo fino all’eternità e un po’ a malincuore si adatta al suo personaggio – un tipo saggio e bonario che nulla conserva delle rocambolesche emozioni di un tempo. La fine del contatto eroico col morire, e con tutti i suoi meta-significati, lo costringe a una vita residuale. Si chiude al mondo con pochi amici e nessuna avventura in una normalità prevedibile e diligente che riflette la struttura tecnica della lunga serialità. 

Ma è ancora una volta un personaggio secondario, tra i tanti che vorrebbero essere protagonisti e gli piace pensare che, in fondo,

Essere tutti protagonisti non è uguale a essere tutti comparse?

Come si sa, anche nelle soap i personaggi a volte muoiono, e faticosamente don Bruno, alias Peppe, escluso da Amarsi senza cadute da cavallo o sparatorie, cerca di orientarsi nella vita, possibilmente una buona vita con qualche sentimento e molta stabilità.

In un continuo gioco tra realtà e illusione L’ultima morte di Peppe Bortone offre al lettore un punto di vista benevolo e divertente sulle cose del nostro tempo. Lo sguardo di chi si è sentito bene solamente quando è riuscito a scampare all’eccesso di realtà e di sopraffazione che lo circonda perché la cocciuta e infantile capacità di fantasticare, insieme alla familiarità con la morte, è per lui l’antidoto all’obbligo di sviluppare una qualche forma di “volontà di potenza”. Affidata a un narratore solidale con una scrittura pulita, grande ironia, un’eleganza d’altri tempi e riferimenti sostanziosi ben mascherati da una prosa leggerissima si dipana la storia di una comparsa dallo spirito allegro che ci conquista, mettendoci inconsapevolmente in dialogo con quella riflessione sulla morte che Heidegger (in fitta compagnia perché i tedeschi sono stati maestri di lutti provocati e, soprattutto, pensati) aveva suggerito in una famosissima conferenza su Hölderlin tenuta proprio tra le mura di Villa Sciarra. 

Germanisti e cinematografari a Villa Sciarra ultima modifica: 2021-03-02T18:06:17+01:00 da ROBERTA ASCARELLI

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