Pd. Fortissimi nel Palazzo, deboli nel Paese

“C’è da rifondare un partito. E bisogna farlo nel cuore di una tempesta perfetta”. ytali pubblica il testo dell’intervento del dirigente democratico nella recente riunione della Direzione nazionale.
GIANNI CUPERLO
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La relazione [del segretario del Pd Nicola Zingaretti, 25 febbraio] ha spiegato bene perché siamo di fronte a una questione che ha, certo, molto a che vedere con l’equilibrio della rappresentanza di genere nelle istituzioni, ma che non si limita a quello. Perché investe l’insieme del nostro modo di discutere, di organizzarci, di selezionare la classe dirigente a ogni livello. E allora la prima verità da dirci forse è anche la più scomoda.

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Noi oggi siamo fortissimi nel Palazzo e deboli nel Paese.

Le ragioni di questa contraddizione sono diverse e affondano nel tempo, ma su una è giusto alzare il velo. Ed è che noi abbiamo subito nel 2018 la peggiore sconfitta della storia della sinistra salvo che l’effetto è stato quello di rimanere all’opposizione per poco più dodici mesi. Un tempo inadeguato, nel senso di insufficiente, anche solo a compensare le ragioni di quel fallimento nelle urne. Poi siamo tornati al governo.

E lo abbiamo fatto sdoganando la forza dalla quale più profonda negli anni era stata la distanza.

Il Movimento 5 Stelle è cambiato, certo.

Se stiamo alla cronaca di ieri, ha scelto la leadership di Giuseppe Conte e punta a consolidare il suo ancoraggio al campo e ai valori del centrosinistra.

Lo considero un fatto importante, una buona notizia alla quale abbiamo contribuito e che è destinata a conoscere altri sviluppi.

Oggi, però, siamo entrati in una maggioranza di salvezza nazionale assieme a Lega e Forza Italia. Risultato della crisi voluta e prodotta da Italia Viva e dal suo leader. Lo stesso leader che aveva guidato questo nostro partito alla sconfitta del 2018. Lo stesso leader che oggi siede in Parlamento grazie ai voti degli elettori del Pd. E che a cachet omaggia il principe saudita che, secondo l’Intelligence americana, è il mandante del sequestro e dello squartamento a pezzi di un giornalista giudicato scomodo.

Per inciso – lo dico in amicizia a Dario Nardella – la scelta di genuflettere il Rinascimento fiorentino a una teocrazia sanguinaria è qualcosa di più che un atto “intempestivo”.

In sintesi, e tornando allo snodo politico, noi abbiamo pareggiato le elezioni del 2013.

Abbiamo perso quelle del 2018.

Prima ancora avevamo perso quelle del 2008.

Per capirci, l’ultima volta che abbiamo vinto nelle urne è stato nel 2006. Quindici anni fa.

Nonostante ciò, per una serie di ragioni giudicate di volta in volta prioritarie, noi abbiamo governato – o partecipato al governo – per quasi undici anni e mezzo dei quindici anni che abbiamo alle spalle. La si può definire una prova di notevole abilità. Ma al contempo può risultare un esercizio di enorme spericolatezza, soprattutto se la domanda diventa quella di ora.

E dopo?

Siamo andati al governo con Monti per salvare l’Italia dalla bancarotta. Poi con Di Maio per salvare l’Italia dalla destra sovranista. Oggi con Draghi per salvare l’Italia dalla pandemia. Ma domani?

Al paese che ci chiede chi siamo – e perché chiediamo la fiducia per governare ancora al posto della destra – quale risposta saremo in grado di dare?

Io penso che la discussione che giustamente ha chiesto la Conferenza delle donne vive a pieno titolo dentro questo confine. Perché il tema – bene è stato detto nel dibattito di giovedì – non è un riequilibrio di posti. O non è solamente quello.

È stato ripetuto da Cecilia, da Barbara, da Valentina oggi.

Il tema è lo sguardo che un partito come il nostro alza sul mondo. Sulla realtà e sulla responsabilità della sinistra in questo passaggio drammatico della storia. La verità è che c’è un abisso tra la classe politica di ora e i sentimenti della parte più larga della società italiana.

Ho detto sentimenti. Non ho detto bisogni, anche se il termine poteva essere più pertinente dal momento che un pezzo del paese boccheggia: non ce la fa più.

E le donne – ne scrive stamane Linda Laura Sabbadini rilanciando il tema di un piano strategico sull’occupazione femminile (per inciso l’ultima volta lo si fece col governo Prodi nel 2007) – dicevo, le donne sono, con i giovani, la parte di società più colpita dalla crisi.

Ma il termine sentimenti, in questo caso, riflette un giudizio che diviene anche di ordine culturale.

Perché riguarda le porte girevoli dalle quali si transita fuori e dentro. Dal privato al governo della spesa pubblica, nel segno della tecnica. E dalle istituzioni al mercato, nel segno delle relazioni. Banche, fondazioni, branche del potere economico, industriale, finanziario.

Anche tutto questo pesa sulla credibilità – quelli bravi dicono sulla accountability – di una classe politica.

Allora – e chiudo – io penso sia giusta la richiesta di una vicesegretaria donna.

Se poi non fosse pure questa una contesa tra le correnti, la riterrei più giusta ancora.

Ma noi siamo dinanzi a una questione interamente politica che riguarda un punto di fondo. Ed è come intendiamo ricollocare il progetto del Partito democratico nella società italiana dei prossimi anni. Questa, però, non è materia che si risolve in una declinazione di programmi. Questo tema implica sottrarre la questione delle alleanze – alleanze politiche, sociali, territoriali perché va ricostruita una unità storica tra Nord e Sud – sottrarre tutto questo al ricatto della cronaca.

Il tema non è sottostare all’agenda Draghi, come ieri a quella Conte o l’altro ieri a quella Monti. Il nodo è quale agenda scegliamo noi. Che poi è la lettura che diamo dello spartiacque rappresentato dalla pandemia e dalle sue ricadute.

Sulla funzione dello Stato, dei beni pubblici, dei diritti umani universali, compreso l’accesso alle cure e ai vaccini.

E allora la domanda diventa: ma alleanza su cosa e perché?

Dopo quindici anni durante i quali nelle urne non abbiamo più vinto: al governo come e con chi se vogliamo tornare a vincere?

Il capitolo della identità del Pd si gioca qui.

Nella forza che avremo di essere il perno di una Alternativa vincente alla destra con la quale oggi siamo chiamati a convivere.

E allora ha ragione Bettini quando chiede un chiarimento. E io penso che quel chiarimento sia giusto avvenga nel luogo pubblico e deputato: che è l’assemblea del 13 e del 14. Penso che lì si dovrà aprire – non chiudere, aprire – il confronto su questo. Anche perché trovo le pagine dei giornali sulla leadership del tutto fuori sincrono rispetto al capitolo nel quale ci troviamo. Ma i giornali fanno il loro mestiere, né più né meno.

Dinanzi a una scena drammatica (penso per prima alla pandemia) è decisivo che noi facciamo il nostro. Per questo dico, che sia il Segretario a portare a quella assemblea un asse strategico – una linea per il dopo – e su quella avviamo il percorso del Congresso.

Un congresso politico. Nelle forme e nei tempi compatibili alla emergenza sanitaria. Ma che sia un grande e vero confronto con il paese, non solo interno a noi.

E su quelle stesse basi, all’assemblea del 13 e del 14 sia il segretario ad avanzare la sua proposta di un gruppo dirigente per la direzione politica e la gestione esecutiva della prossima fase.

Lo faccia con una piena assunzione di responsabilità. La stessa che gli è stata consegnata dal voto delle primarie. Fuori da bilanciamenti e compensazioni. Nella limpidezza di una visione. Pronta – come è giusto – a farsi misurare nel profilo, nel consenso, nei risultati.

Se fossimo in quel film la battuta sarebbe: Houston, abbiamo un problema!

Perché c’è da rifondare un partito. E bisogna farlo nel cuore di una tempesta perfetta.

Ma sono questi momenti – questi passaggi – non l’ordinaria amministrazione, a segnare le svolte destinate a lasciare una traccia di sé.
Io dico, proviamo – almeno proviamo – a esserne all’altezza.

1 marzo 2021

Pd. Fortissimi nel Palazzo, deboli nel Paese ultima modifica: 2021-03-04T12:05:36+01:00 da GIANNI CUPERLO

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