Sacro e politica nel nostro tempo

scritto da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO
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Pubblichiamo l’abstract di una riflessione sul sacro e la politica ai nostri giorni, un breve saggio storico culturale redatto per i lavori preparatori del capitolo italiano dell’Aiempr, un’associazione mondiale di psicologi, psicoterapeuti, antropologi, sociologi molto attenti alle influenze del sacro nella vita contemporanea, che nel 2022 avranno il loro congresso internazionale.

Nella notte dei tempi

Ovviamente il rapporto tra sacro e politica si perde nella notte dei tempi e mantiene una sua forte attualità. In merito mi si permetta un riferimento certamente “Pop”: un ultimo esempio è stato per la serie Romulus che ha raccontato l’inizio nella città di Roma ma anche il contesto dell’VIII secolo a.C.: è un momento fondamentale nella crescita delle civiltà, almeno per noi eurocentrici, ed è tutto fondato sul rapporto tra il sacro e il potere, e il potere che assume un ruolo importante quanto il sacro, che allora era praticamente il “tutto” (vedi intervista al regista Matteo Rovere su sacro, potere, arcaicità per esempio).

Un’immagine dalla serie Romulus, dieci episodi su Sky Atlantic

Ma veniamo ai nostri giorni…

Ovviamente non intendo fare una storia degli ultimi duemila anni di rapporto da sacro e politica, verremo presto ai nostri giorni, ma non posso non soffermarmi, per un’ultima tappa storica, sulla Rivoluzione francese e sul fatto che la prevalenza del politico sul sacro inscritta in quegli anni dal 1789, lo vedremo anche nell’opposizione a quest’idea con il ritorno dell’assolutismo; ma certamente ha un contenuto particolare di natura “deista” (con gli effetti storici che si conoscono) nel tentativo di sostituzione effettuato con l’Ente supremo, da parte di Robespierre, che va oltre la semplice diminutio del ruolo religioso o il gallicanesimo (per esempio in Il culto dell’essere supremo). 

A quel punto sia la politica che la Chiesa, o le chiese sempre per noi eurocentrici espansi fino al Nuovo Mondo – aveva già vissuto tutte le possibilità di confronto e di scontro possibili… Citerei anche l’Italia stessa – visto che sono settecento anni dalla morte di Dante – coi Bianchi e i Neri, Guelfi e Ghibellini, e come, detto, perfino prima della rivoluzione francese il tentativo di ridurre il potere della Chiesa che era venuto tramite l’assolutismo alla Luigi XIV, che non tollerava le ingerenze sul ruolo, comunque sacro, attribuito anche a chi esercitava il potere (qui il rimando va inevitabilmente a Marc Bloch e ai suoi re taumaturghi…).

Sandro Botticelli, Dante Alighieri, tempera su tela, 1495, Ginevra, collezione privata

Ma come dicevo veniamo a noi…

Mi scuserete se spenderò parte di queste riflessioni anche a questioni italiane ma è evidente che con la presenza della Città del Vaticano e la nascita dello Stato sulle spoglie di quello del Papa Re, il nostro paese ha comunque assunto anche un valore simbolico. Che è presente però anche in altri paesi, come la Gran Bretagna che pur monarchia costituzionale e prima moderna democrazia parlamentare, riunifica (ancor oggi) nella corona il potere e il sacro. Ma più di tutti direi che è presente nella Francia dove segnalo che prima e dopo la Rivoluzione Francese assistiamo sempre a una “consacrazione” del Re, a cui Napoleone divenuto Imperatore aggiungerà un “tocco” che da allora in poi rende “gergale” e anche “codificato”, anche all’interno della lingua francese, l’utilizzo del verbo “sacrer” per segnalare una consacrazione, che in realtà, da allora in poi, può avvenire anche in campo civile e talvolta anche in campo politico e sociale, e perfino in un contesto anticlericale. Per giungere incredibilmente fino al cittadino di oggi sceso al rango di utente e consumatore che “sacralizza” marchio e logo e il suo stesso consumismo (si veda in proposito).

Jacques Louis David, L’incoronazione di Napoleone, 1805, Museo del Louvre.

Il sacro, i chierici (anche laicisti, ndr) e l’anticlericalismo

Sicuramente in tutto il Novecento si è proseguito sui canoni stabiliti dopo la rivoluzione francese e compresa la restaurazione, di confronto tra la Chiesa (e successivamente le chiese), e il potere dello Stato, finché lo Stato nazionale venuto fuori dai Risorgimenti europei e dalle rivoluzioni americana e francese e loro epigoni, non è stato messo in discussione e cioè direi, fino alle prime crisi di autorità che possiamo cogliere negli anni Sessanta e in particolare modo con il ’68.

Anche il rapporto con la presenza del sacro nella politica si è giocato su una coppia abbastanza ristretta di “clericalismo/anticlericalismo” a cui sfuggivano solamente alcuni pensatori molto illuminati sia nel campo dei credenti sia in quello dei non credenti, i quali hanno praticato una sorta di laicità anche rispetto al proprio campo di schieramento generale culturale e politico, pagandone spesso un prezzo di marginalizzazione per questa loro indipendenza di visione.

Fino almeno al 1968 le religioni, con le loro capacità ordinatorie e salvifiche hanno costituito un’organizzazione e delle regole che fungevano da sostegno organizzativo del sociale nello Stato o ,nel caso di regimi dichiaratamente “laicisti” o anticlericali, dello Stato “alternativo” possibile.

Dagli anni Sessanta del XX secolo (ovviamente dato al Concilio Vaticano II per il cattolicesimo, religione monoteista percepita come prevalente al tempo) e dal ’68 in poi, la discussione aperta e la contestazione dell’autorità arriva non solo al potere statuale, allo Stato nazionale, ma anche alle stesse religioni e al modo in cui sono organizzate, e quindi la questione si fa molto più complicata (si pensi alla nascita e diffusione di religioni orientali in Occidente e segnalo con la mia consueta “nota Pop” il ruolo dei Beatles “più famosi di Gesù Cristo” e il loro ritiro spirituale in India, ma libera anche – nello stesso tempo – molte più energie e una differenziazione tra il potere del sacro e la sua traduzione nelle religioni prevalenti, anche nello stesso campo delle credenze e dei vari credi religiosi.

Febbraio 1968, The Beatles sono a Rishikesh, in India, dal Maharishi Mahesh Yogper, guru della meditazione trascendentale. Con loro ci sono Mike Love dei Beach Boys e Donovan.

Fede e religione

Se il primo divorzio, quello tra religione e Stati avviene sulla base anche della crisi degli Stati,che poi si manifesta con forza alla fine del Novecento negli anni Ottanta e Novanta, quello che io chiamerei il divorzio tra fede e religione avviene appunto con questa contestazione del potere autoritario ordinativo e per certi versi parallelo allo Stato, delle singole Chiese. Magari con la crescita anche di culti meno strutturati e regolamentati.

Paradossalmente questo determina anche la crescita di peso dei fondamentalismi come reazione ad una certa indifferenza al ruolo religioso, al ruolo delle religioni, ai principi religiosi, che assumono le società sempre più laicizzate, senza saper distinguere fra elementi del “sacro”, religioni organizzate e principi ispiratori (e nonostante la crescita degli studi antropologici diffusi quantomeno nelle élite universitarie). Decade una certa frequentazione di categorie culturali religiose anche nella stessa cultura generale.

Lakewood Church è una megachurch di fondamentalisti texani. Si trova a Houston.

La ripresa di fenomeni fondamentalistici, in realtà non sarebbe una novità, stiamo parlando di movimenti carsici: il fondamentalismo che diventerà essenziale per la battaglia politica di Ronald Reagan assieme alla sua “maggioranza silenziosa” è un movimento di denominazioni Battiste e protestantesimo popolare, che esisteva già negli anni Trenta e che già in quegli anni era presente fortemente nella società statunitense, in particolare nella battaglia sociale e politica “proibizionista” (segnalo una delle tesi sul tema coordinate al tempo dall’americanista Alessandro Portelli, Borgognone).

Oppure, ancora, il fondamentalismo islamico, che certamente è erede delle lotte intestine tribali e di potere nei secoli di paesi arabi ma infine anche il fondamentalismo cristiano, anche se fortemente ridotto, probabilmente nel mondo cattolico, per via dell’azione del concilio Vaticano II, ma che pure ha evidenziato delle presenze che hanno fatto il paio con il tentativo di reagire alla minore importanza storica e culturale nelle società laicizzata e occidentali della Chiesa considerata per secoli unico sigillo ed origine dell’autorità temporale eurocentrica e capace di inglobare i significati e i significanti/ simboli della Roma imperiale pagana e dell’imperio politico successivo: il Sacro Romano Impero nelle sue varie forme e rappresentazioni), anche se esercitato da Bisanzio, Acquisgrana, Parigi, Madrid o Vienna

Lo stato dell’arte oggi

Tutte queste tendenze ovviamente andrebbero analizzate in maniera minuziosa ma per avere uno sguardo d’insieme, oggi ci troviamo di fronte a società profondamente laicizzate, meglio sarebbe dire “secolarizzate” con una grande separazione tra valori e pratiche personali e collettive ed anche nell’indicazione del ruolo dello Stato e dei suoi poteri. E questo è dovuto anche a una diminuzione di ruolo dello Stato stesso, e dei suoi poteri. Società in cui si immagina che il fattore religioso possa ancora essere determinante nella gestione quotidiana dello Stato, sono ormai tendenzialmente società uniformi e monoculturali o peggio, in alcuni casi, società di stati autoritari o dittatoriali.

Vi sono poi stati in cui la distinzione tra laicità e momenti religiosi, anche solo culturali, sono fortemente differenziate e tenute divise, come per esempio è il caso della Francia dove anzi questa imbracatura culturale, che è anche figlia di un contesto e di un tempo, di una rivoluzione e della sua reazione e della costituzione dello Stato ottocentesco, rischia di non comprendere appieno quelle che sono invece le spinte culturali di fede e/o religiose o semplicemente di religiosità popolare, soprattutto nel caso degli immigrati ormai non solo di seconda,ma di terza e quarta generazione.

Gli attentati terroristici perpetrati da organizzazioni che hanno assunto il fondamentalismo di matrice islamica come loro divisa, in Francia come in Inghilterra e contro gli Stati Uniti in rari casi sul suo territorio (ma in misura tragica si veda l’ attentato delle Twin Towers), nel resto del mondo, tolta ovviamente l’esecrazione per ogni atto di violenza nei confronti di altri esseri umani, dimostrano anche un’incapacità di comprensione del ruolo e della dimensione personale e collettiva del fattore religioso in vicende sociali ed economiche trascurate o ritenute per decenni di minore importanza. Questo considerando che spesso gli attentatori si sono nei fatti delle indagini e dei processi dimostrati non “altri”, né “alieni” o semplicemente “arabi”, ma cittadini degli stessi paesi colpiti.

L’ayatollah Ruollah Khomeiny al suo arrivo a Teheran dall’esilio a Parigi (1 febbraio 1979)

La trascuratezza a fine Novecento del ruolo della dimensione religiosa ha creato le premesse di una cultura di sottovalutazione dei fenomeni sociali complessi delle società con una palese incomprensione degli effetti politici immediati del fattore religioso, esplosi poi, a quel punto non inopinatamente, “a sorpresa” (per esempio Khomeini in Iran, Giovanni Paolo II per la Polonia e tutto l’est Europa) per poi confluire nell’epilogo di un Novecento da “fine della storia” (Fukuyama 1992 anche se poi ha un po’ ridimensionato nel XXI secolo le sue affermazioni di allora…): e a mio avviso questa sottovalutazione culturale ha,in questo modo, anche responsabilità sulle “controspinte” nazionalistiche e razziste, che oggi vengono associate alle parole populismo e sovranismo, e che assumono le vicende religiose semplicemente come un elemento di “identità culturale” e mai veramente di un “vissuto di fede”.

In questo senso mi sembra interessante sottolineare la storia post guerra fredda della Polonia dove dopo Solidarnosc – di fatto un tutt’uno fede / religione / politica, seppure con geometria variabile – la laicizzazione ha generato uno scontro politico e sociale durissimo, ancora in corso con, da un lato, un fronte politico-religioso a cui nessuno attribuisce la fede di un Lech Walesa e dall’altro un fronte “laico” a cui la componente cattolica più – per così dire – “ortodossa” (con Roma) e aperta politicamente ha però difficoltà a solidarizzare se non sui diritti umani e civili (non sull’aborto, la pillola, i diritti individuali barra individualistici). Insomma si tratta di una regressione alla coppia clericalismo/anticlericalismo che “espelle” dal dibattito gli elementi più aperti e riflessivi nati proprio dalla dissidenza al Regime della Guerra fredda e che hanno operato per la nascita della democrazia in quel paese.

La Scomparsa del Sacro e l’apoteosi della Religione tra social e nuovi media nel XXI secolo.

Nel XXI secolo ci si affaccia avendo a che fare con società laicizzate-secolarizzate (meno religiosi, meno religione, meno culto, meno partecipazione), con stati in crisi di autorità (globalizzazione) e Chiese alle prese con società, stati e soprattutto Mercato “respingenti”.

È il Mercato che guida, è il Mercato che è “Sacrée”

Le religioni sono un aspetto del consumatore e i credenti – tanto o poco – sono analizzati secondo canoni del marketing e come tali ricevono spazio e attenzione in quanto “segmento“ consumistico sui social e i new media, dove si affacciano anche nuove chiese, predicatori, evangelizzatori (pochi quelli capaci di competere con i codici della comunicazione: massiccia esposizione nel boom televisivo degli anni Ottanta – Novanta in Usa -presenza costante sui social network venti anni dopo, in maniera più discreta ma per certi versi maggiormente invasiva della sfera privata).

Insomma, non è che manchi la religione. Manca la fede.

Quantomeno nella “narrazione comunicativa” moderna. Oppure è ridotta alla testimonianza privata, personale.

Le conseguenze in politica, in una politica vassalla dell’economia; a sua volta divenuta troppo spesso il “prodotto di vetrina” della finanza “creativa”, sono evidenti.

Solo per stare in Italia si passa, nella rinascita della democrazia nel secondo dopoguerra, con La Pira che voleva entusiasticamente ed innocentemente inserire Dio nei primi articoli della Costituzione (più sullo stile di God Bless America che non su quello di Gedda o Padre Lombardi per essere puntuali…), anche all’articolo 1, (e qui mirabili le riflessioni e le azioni dei “professorini” per evitarlo) oppure Igino Giordani che si “segnava” prima di intervenire in Aula ma fu uno dei “ribelli” cattolici sul voto dell’Adesione all’Alleanza Atlantica oppure si veda il dibattito sull’articolo 7 o dell’articolo 11 con le “mediazioni” di Dossetti e De Gasperi ma anche le mediazioni culturali e le profonde riflessioni degli esponenti “laici” dell’Assemblea costituente come Terracini o Togliatti o Calamandrei etc…

Giorgio La Pira

Per passare poi alla riforma dei patti lateranensi del 1929 ai tempi della Presidenza del Consiglio di Craxi nel 1984 a metà tra necessità reale e prime esigenze di marketing politico (erano gli anni di Mitterrand – Seguelà…) fino alla mera esibizione di crocefissi in funzione di photo-opportunity (Salvini) o di declinazione di identità (“sono una donna, una madre, una cristiana”, Meloni con relativi tormentoni social).

In Italia si avvera la riflessione di Scoppola sulla “nuova Cristianità perduta” (impegnati a combattere il materialismo esteriore – marxismo -non ci si accorge del pericolo incombente del pan-materialismo consumista che tutto avvolge).

Scompaiono i simboli dei partiti e con loro scompaiono ovviamente anche quelli religiosi usati in politica.

Tutto è “laicizzato” ma non laico, creando non poche difficoltà, per dire, anche al sincero old fashioned anticlericalismo dei radicali.

Il sacro e la fede vengono interiorizzati e nello stesso tempo marginalizzati rispetto alle scelte della politica.

E non è un fatto solo italiano se consideriamo la presenza nell’alleanza che ha fatto vincere le elezioni quattro anni fa al presidente Donald Trump, dei fondamentalisti, gli stessi dei tempi di Ronald Reagan, ma con molta meno presa sul piano dei valori rispetto al programma economico del presidente eletto oppure alla visione del mondo se la si confronta anche solo con quella diffusa ai tempi di George Bush junior in occasione della seconda guerra dell’Iraq (come al solito Armageddon è la parola chiave del fondamentalismo in guerra contro un novello “Impero del male”). Oggi questo non funziona più: Trump li ha usati e frequentati ma non adottati come riferimento valoriale. Solo elettorale.

Se pensiamo ad altri paesi, a parte i luoghi dove la religione è un elemento di divisione identitaria e quindi appartiene alla retorica della lotta politica e spesso anche delle lotte civili, in Asia e Africa soprattutto, e di guerre civili e di guerre tra stati, altri casi di riflessione nei paesi occidentali possiamo rintracciarne nel caso Blair in Gran Bretagna oppure nel dibattito sul velo, in Francia, affine e legato per certi versi alla questione della rinascita religiosa nelle nuove generazioni di immigrati nelle banlieue e a quella del fondamentalismo integralista.

Sul caso Blair (cioè la sua conversione al cattolicesimo romano) è bene ricordare che ha suscitato interrogativi su problematiche di diritto costituzionale in quel paese dove Corona e Tiara (non papale ovviamente) coincidono ancora, pur in un regime di democrazia parlamentare con una monarchia costituzionale conviventi da oltre tre secoli in forma moderna. La conversione di Tony Blair (pur avvenuta formalmente anni dopo la premiership) ha comunque portato a un aggiornamento delle procedure di nomina – anche di quella del Primate anglicano – rivelando tuttavia che i problemi in realtà erano più di natura politica quotidiana, vedi il giudizio di Ian Paisley leader degli unionisti nord irlandesi.  

Tuttavia egli ne ha parlato pubblicamente solo qualche anno dopo (e in Italia).

Il dibattito inglese, se si esclude le roboanti questioni legate ai “tabloid newspapers”, e al dibattito costituzionale sulla “premiership”, in realtà non ha avuto un grande effetto “pubblico”. E negli anni a venire, in cui Tony Blair ha proposto in qualche conferenza il tema del ruolo della religione nelle decisioni politiche, difficilmente ha comunque potuto sfuggire alla coppia clericalismo/anticlericalismo.

Sul Caso del dibattito sul velo in Francia intanto i fatti: una legge del 2004 ha vietato di indossare il velo islamico all’interno delle scuole primarie e secondarie, in quanto “simbolo ostensibile”. Il divieto è esteso a tutti gli edifici pubblici. Da notare che la decisione del 2004 è coeva alle scelte di Chirac sulla Turchia nella Ue che molto hanno condizionato poi il cambio di direzione politica di Erdogan in senso di una apertura (per inglobarli elettoralmente) ai principi espressi dai partiti islamici nati e cresciuti a cavallo del 2000 in quel paese, con gli effetti che vediamo oggi.

Nel 2010 ancora in Francia è stato introdotto il divieto di indossare in pubblico i veli integrali.

Il dibattito sul velo dura in Francia ormai dal 1989 e segna punte di stanchezza dal punto di vista emotivo e culturale mentre è divenuto ormai un elemento stabile del dibattito politico connotando gli schieramenti, più che suscitando una riflessione di carattere culturale o religioso, come in alcuni momenti – negli anni precedenti – di questo dibattito.

Insomma sempre più si perde l’idea di una ispirazione religiosa, di una fede applicata al vivere quotidiano e dunque anche a scelte di politica quotidiane, per aderire ad una visione intanto “eccezionale” della religione o delle questioni religiose e pertanto, essendo “eccezionali”, riducendo lo sviluppo nel tempo di una fecondità riflessiva troppo complessa per società e comunicazioni semplificate.

Il dibattito interreligioso ed ecumenico

L’ecumenismo cristiano vive certamente una fase di arresto e riflessione rispetto all’impetuosità del dopo Concilio Vaticano II. In compenso aumenta il dialogo interreligioso con avvenimenti degni di nota: Giovanni Paolo secondo alla Sinagoga di Roma il 13 aprile 1986 ma anche l’avvicinamento tra Fedi in nome della Pace (27 ottobre 1986 sempre Giovanni Paolo II, e aggiungerei – ai giorni nostri – l’incontro del 4 febbraio 2019 tra Francesco e il Grande Imam Al-Azhar Ahamad al-Tayyib (ad Abu Dhabi).

Papa Francesco nell’incontro con il grande imam Al-Azhar il 28 aprile 2017 nella moschea del Cairo (da Avvenire)

Paradossalmente, ma è un paradosso parallelo a tutti i grandi fatti umani in rapporto al cambiamento del ruolo della comunicazione e dell’informazione, questi fatti sembrano ricevere grande consenso generalizzato e il “minimo sindacale” di dibattito “pubblico”, e un quasi zero di azioni politiche conseguenti, almeno immediate.

Sono speranzoso e anche supportato da studi e analisi sull’effetto a lungo termine, ma non si può non notare che nel breve periodo la politica non ha più una relazione di reverenza-senso dell’impegno, con le premesse e i fatti di impatto religioso.

Consideriamo l’impatto forte, a breve e a lungo termine, per il ruolo internazionale del Vaticano dell’intervento all’ONU di Paolo VI nel 1965, o delle varie interlocuzioni ONU col Dalai Lama sui diritti umani e non solo in Tibet (e i rischi delle relazioni con la Cina, che siede come membro permanente del Consiglio di Sicurezza) e confrontiamolo con la relativa poca conseguenzialità sulle affermazioni di Papa Francesco – oggettivamente rivoluzionarie, in senso etimologico – sulla dottrina della “guerra giusta” che è ancora parte integrante della dottrina dogmatica se non teologica, e base di comparazione per moltissime teorie del diritto internazionale.

C’è evidentemente un problema di comunicazione. 

A cui però presiede una asimmetria di oggi tra comunicazione politica e della politica (e il suo ruolo) e comunicazione di principi, valori (non solo religiosi) e più in generale di ispirazione al sacro.

Il sacro non è il tutto delle origini da cui derivava il molto dell’ umanità, ma il poco a cui si ritorna dalla moltitudine delle “produzioni di senso” economiche, industriali, valoriali (o esplicitamente a-valoriali).

La politica di oggi non “sfrutta il sacro” (la sua “potenza”) o vi si contrappone con qualcosa di alternativo. Ma l’affronta solo come diretta conseguenza e in relazione alla sua presenza in questa società contemporanea produttrice di moltitudini di sensi (e di indicazione prevalente al consumo) e che sono oggi per lo più “produzioni di senso” immateriali.

Laicità vo’ cercando...

Mi ha colpito nei giorni scorsi una piccola cosa, l’intervista di Valdo Spini a commento della designazione di Draghi a presidente del Consiglio dopo la recente crisi di governo in Italia. In una parte tra le meno in luce della intervista, che parla spesso di economia soprattutto per volontà del giornalista intervistatore. Valdo Spini, una lunga militanza politica socialista, una grande attenzione come sappiamo sia agli studi storici che religiosi, legato alla storia della sua famiglia dice in un passaggio:

In una società politica che perde valori e ideali, la fede religiosa diviene un elemento di forza, se concepita laicamente.

Io credo che ciò inviti di fatto a un nuovo protagonismo, sociale e politico, dei tanti e diversi “popoli di Dio” che ritengono la fede, il sacro, una base di impegno “laicamente inteso” per la politica e il cambiamento della società.

E s’innesta su tanti terreni rimasti aridi e non più coltivati: le relazioni interreligiose e la pace; il ruolo del popolo di Dio rimasto nelle pagine del Concilio Vaticano II; le credenze “folcloristiche” secondo il Dalai Lama da rimuovere nella concezione dell’idea buddhista di “bimbo predestinato”; il confronto teologico – azzerato dagli integralisti – in rapporto alla contemporaneità, nel mondo islamico.

Senza contare che la cosiddetta “fine delle ideologie” ha eliminato anche l’influenza di “religioni dell’Umanità”, legate per esempio al marxismo, come il comunismo, il socialismo scientifico etc, e tutto ciò che aveva comunque assunto una veste messianica (pensiamo per esempio alla influenza del concetto poetico-letterario della “negritudine” nella liberazione dell’Africa degli anni Sessanta e alla sua influenza su molti movimenti afroamericani negli Usa).

Saper tornare a riflettere oggi su cosa è il “sacro”, implicito ed esplicito, nella vita degli uomini e delle donne del XXI secolo, è una domanda “insidiosa”, a suo modo “sovversiva”, perché chiede a questi uomini e donne del XXI secolo di domandarsi cosa si è davvero, a parte degli esseri consumatori di risorse, non solo economiche individuali ma anche del pianeta stesso e per molte generazioni a venire.

Ma potrebbe essere anche una cosa interessante, sfidante, capace di rianimare un impegno politico globale, “glocale”, e dialogante in un’epoca in cui il dialogo (cioè la base della politica: parlare, parlamentare, avere organi in cui si dibatte e si delibera per l’uso del potere di fare e decidere) rischia di essere inversamente proporzionale agli strumenti di comunicazione messi a disposizione dalla rivoluzione tecnologica a vaste aree dell’Umanità.

Sacro e politica nel nostro tempo ultima modifica: 2021-03-05T20:22:21+01:00 da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO

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