Zingaretti ha fatto la prima mossa. Ora tocca agli altri

Dopo le dimissioni del segretario del Pd, la palla è nel campo di tutta quell’area che finora ha avanzato critiche, ma non ha mai esplicitato una linea alternativa e proposto una leadership che vi corrisponda.
CARMINE FOTIA
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Penso che le dimissioni di Nicola Zingaretti siano un atto politico necessario e coraggioso, ma saranno utili solo se consentiranno un confronto politico vero non sulla tattica politica, bensì sull’identità e la strategia del Pd, il suo destino persino, e di conseguenza la scelta della donna o dell’uomo che dovranno guidarlo. E ciò non potrebbe avvenire se si risolvessero in una reincoronazione alla prossima assemblea nazionale, magari per acclamazione. I suoi sostenitori in coro gli consigliano di accettare questo esito che, al momento, Zingaretti respinge, ma in prima fila cantano anche i capi di quelle correnti contro cui Zingaretti ha scagliato non una pietra ma un macigno. Sconsiglierei. L’ultima acclamazione, quella di Romano Prodi come candidato alla presidenza della repubblica, finì con i 101. 

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Era facile prevedere che il cambio di scenario intervenuto con il governo Draghi avrebbe imposto un cambiamento radicale anche nelle strategie dei partiti. Il Pd e il M5S sono quelli che ne hanno sofferto di più, a causa della narrazione che hanno interiorizzato di questa crisi e del modo in cui di conseguenza vi hanno reagito. Secondo tale lettura il governo Conte non è caduto a causa dei suoi limiti e delle sue contraddizioni bensì di un complotto ordito molto in alto. In particolare, come scrive oggi sul Fatto Quotidiano Marco Travaglio, il Maitre a penser del giacobinismo italiano, assurto a guida editoriale dell’alleanza strategica Pd-M5S, ispiratore politico di Giuseppe Conte, il suo governo è caduto a causa del “ricatto del 2 febbraio al parlamento” ordito da “Mattarella and his friends”.

E chi sarebbero i suoi “friends”? Lo spiega, nello stesso giornale, il principe del giornalismo radical-chic, Gad Lerner, che difende Zingaretti “dall’eterno ritorno di una sinistra elitaria e radical-chic”, termine che ormai tende a identificare chiunque contesti il “populismo buono” che affascina così tanto il Pd:

il Pd vuole ancora rappresentare un’alternativa al disegno tecnocratico del governo Draghi?, [nato per servire] quelle diverse espressioni del padronato che di lui [Zingaretti, ndr] non si fidavano. Lo trovavano inadeguato e troppo poco sensibile ai suoi desiderata. I giornali “amici” si sono prestati da cassa di risonanza alle azioni di disturbo di Renzi.

So già che mi si potrebbe obiettare che non è vero, che il Pd ha rispettato e rispetta il capo dello stato, che non ha mai concepito gli industriali come padroni o i giornali come al loro servizio. E che Zingaretti non ha mai dichiarato nulla di simile. Però rimango convinto che al fondo sia questa la narrazione interiorizzata. Il Pd non ha fornito altra spiegazione alla caduta del Conte-2 che non sia la perfida volontà politica di Matteo Renzi che, amico dei potentati economici, ha sabotato il governo per far saltare l’alleanza strategica con Conte e il suo movimento. Scompaiono tutte le contraddizioni e gli errori gravi commessi dal Conte-2, anche nella gestione dell’emergenza sanitaria e che hanno spinto Mario Draghi a realizzare una netta discontinuità, plasticamente rappresentata dalla sostituzione del capo della protezione civile e del commissario all’emergenza sanitaria. Una decisione resa drammaticamente necessaria dal rischio di una terza ondata del virus, che Zingaretti usa per accusare di irresponsabilità i suoi oppositori interni.

Quanto a questi, come ha notato Francesco Cundari su Linkiesta, l’accusa di Zingaretti alle correnti di essere il male assoluto ripercorre i passi di tutti i suoi predecessori che, come lui, hanno fondato una corrente (oggi le chiamano aree) e patteggiato con tutte le correnti, per poi, al momento dell’abbandono, accusarle di tradimento e sabotaggio. Il male non sono le correnti, ormai questo dovrebbe essere chiaro, ma il fatto che esse praticano il massimo del conflitto sul terreno del potere e il minimo del confronto sulle idee sicché, come scrive Tommaso Nannicini sul Foglio,

Il Pd è ormai scomparso da interi territori, non sa attrarre le energie di giovani, donne e movimenti sociali, in preda com’è al patto di sindacato tra oligarchi e correnti.   

Le dimissioni di Zingaretti sono la conseguenza dell’aver lasciato che le divergenze strategiche non si esplicitassero in una sana competizione politica nella quale mettere in gioco la linea e la leaderhsip; dell’averla tacitata individuando di volta in volta il nemico esterno: Salvini, Renzi, i poteri forti, i giornali e i giornalisti radical-chic; dell’aver adottato la linea o Conte o Morte; dell’aver ceduto all’avvocato del popolo la leadership di un futuro centrosinistra salvo poi scoprire che, con lui alla guida del M5S, il Pd si è condannato al ruolo di junior partner del populismo buono.

Scrive sul Riformista Biagio De Giovanni, filosofo, uno dei più prestigiosi intellettuali della sinistra italiana:

Anche immaginando un governo con i 5 Stelle, avrebbe dovuto lui, il Pd, prenderne la direzione, è avvenuto il contrario. Il terremoto in corso obbliga a un riesame di tutto ciò che è accaduto, sotto la protezione, per dir così, di Mario Draghi, per una specie di tregua mentale che permetta a tutti di ripensare lo stato delle cose e le prospettive per il futuro, con la pandemia in pieno corso. Soprattutto s’immagina, per restare nella cerchia dei partiti, che sia il Pd a dover procedere a un ripensamento serio di tutto ciò che è accaduto. Sotto la sua direzione la sinistra ha preso a raccogliere i residui peggiori della propria storia, del proprio “populismo” ripensato e degradato a livello della Piattaforma Rousseau.

Non saprei dire meglio.

Che cosa accadrà ora è difficile dirlo. Quanto a Zingaretti, se mantiene le dimissioni, la sua idea sembra essere quella di rilanciare il suo movimento Piazza Grande, mantenuto in piedi come una sorta di area contigua al Pd, che avrebbe come sbocco inesorabile la fusione di fatto con il movimento di Giuseppe Conte. Che ciò avvenga con un Pd “epurato” dai “renziani” (così i zingarettian-bettiniani considerano chiunque non condivida la linea dell’alleanza strategica con il populismo buono) o fuori dal Pd, se essi dovessero vincere nella conta interna, è tutto da vedere. In ogni caso sarebbe la fine del Pd.

Ora la palla è nel campo di tutta quell’area che non condivide questo esito. Finora ha avanzato critiche, ma non ha mai esplicitato una linea alternativa e proposto una leadership che vi corrisponda. Zingaretti su questo ha perfettamente ragione ad accusarli di tartufismo, perché hanno preferito accordarsi sulla spartizione del potere piuttosto che aprire un sano conflitto politico. Chi pensa di dover tornare a un Pd che recuperi la sua ispirazione originaria di un partito di centrosinistra, largo e governato attraverso la partecipazione di iscritti ed elettori invece che dai caminetti delle correnti, un partito riformista di sinistra che consideri Mario Draghi un “punto di riferimento dei progressisti” (lui sì) e non un avversario, deve muoversi ora e manifestarsi nella prossima assemblea nazionale, proponendo una leader (ci sono tante giovani donne nel Pd in grado di assumere questo ruolo) da eleggere in un congresso che diventi, come chiedono Marco Bentivogli e un’area di personalità e associazioni progressiste esterne al Pd, una vera e propria costituente del nuovo Pd. Se non lo faranno, la responsabilità della fine del Pd sarà anche loro.  

Zingaretti ha fatto la prima mossa. Ora tocca agli altri ultima modifica: 2021-03-05T16:52:06+01:00 da CARMINE FOTIA

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