“Pubblico è meglio”. Lo dimostra la crisi che viviamo

In un nuovo libro proposte, azioni, strategie dettate dalla carta costituzionale da applicare al nuovo corso. Perché non basteranno solo i miliardi stanziati dal Recovery Fund, ma serviranno competenza e buon senso per riconvertire economie e stato sociale, affinché il tutto non finisca in una ingarbugliata inestricabile matassa.
BARBARA MARENGO
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Quanto mai attuale il “caleidoscopio di punti di vista” che Altero Frigerio e Roberta Lisi hanno condensato in un volume di intense suggestioni: Pubblico è meglio. La via maestra per ricostruire l’Italia (Donzelli editore, 19 euro), che entra a gamba tesa nell’attualità italiana con una serie di interviste a personalità ed esperti di vari settori strategici. Con la prefazione di Enrico Giovannini, portavoce dell’Alleanza italiana per lo Sviluppo sostenibile e attualmente ministro delle infrastrutture e della mobilità sostenibili nel governo Draghi, alla luce dei drammatici eventi legati alla pandemia che condiziona da oltre un anno la vita dell’intera umanità, il libro è un manuale di istruzioni da leggere e studiare, capitolo dopo capitolo, per analizzare sia la situazione attuale del nostro paese, sia le proposte per un futuro coerente con l’utilizzo dei miliardi in arrivo con il Recovery plan. Ma soprattutto è un modo per mettere sul piatto tutta la serie di problemi, emergenze, mancanze, carenze, che da anni attanagliano l’Italia in una sorte di circolo vizioso che non trova sbocco in soluzioni pratiche a vantaggio della popolazione. 

Le conversazioni con esperti interlocutori vertono su costituzione (Gaetano Azzariti), urbanistica (Paolo Berdini), sanità (Rosy Bindi), scuola (Massimo Bray), globalizzazione (Monica Di Sisto), mobilità (Anna Donati), lavoro (Gianna Fracassi), politiche di genere (Maria Cecilia Guerra), energie (Matteo Leonardi), politica industriale (Anna Roventini), fisco (Alessandro Santoro), cultura (Salvatore Settis), telecomunicazione (Vincenzo Vita).

L’universo nel quale viviamo, i problemi e le emergenze con i quali ci scontriamo quotidianamente, e soprattutto con l’attuale pandemia, sono i grandi nodi venuti al grande pettine della società italiana penalizzata da decenni di ritardi nelle mancate riforme e innovazioni in ogni campo.

Nella prospettiva di dare un nuovo slancio al nostro paese, per passare da teoria a pratica, da idee a fatti, gli autori si sono chiesti se i settori della società analizzati dagli interlocutori potranno essere modificati con il supporto dello stato: attraverso gli investimenti che arriveranno in Italia grazie al piano europeo, sarà il pubblico a gestire in maniera coerente questo nuovo corso tanto auspicato? 

Il quadro che emerge dalle interviste è desolante e fotografa il paese-Italia tra mille emergenze e ritardi. Ma almeno rendersi conto di quali siano le emergenze da affrontare e i ritardi da colmare può essere un primo passo per affrontare la sfida della ricostruzione che spazia da cultura a istruzione, da sanità a trasporti con in testa la protezione dell’ambiente. E non è retorica la presa di coscienza per un cambio di rotta in ogni campo per salvaguardare il futuro dell’intero pianeta da lasciare alle nuove generazioni. 

Ampio deve essere lo sguardo della politica per arrivare a utilizzare al meglio i fondi del piano di rilancio, per “riorientare il sistema socioeconomico”, afferma Giovannini, con un piano nazionale che si occupi di povertà (è di questi giorni il rapporto Istat che registra un milione di poveri in più nell’anno della pandemia), scuola, trasporti, sanità… E sono le istituzioni che devono andare oltre gli egoismi o le avarizie e superare un “torpore politico” che permea oramai la società nazionale sprofondata in un malessere collettivo. Distacco della politica dalla società, federalismo esasperato (si vede in questi giorni, con discussioni cavillose su regole sanitarie che ogni Regione contratta per conto proprio sul “colore” legato alla galoppante infezione o sulla somministrazione dei vaccini anti-Covid), stagnazione da oltre vent’anni, ritardi e assenza di imprese nazionali nelle grandi opere, forbice sociale sempre più allargata tra ricchi e poveri. Un’“economia del disastro” da fronteggiare nel post-pandemia, dove “dev’essere lo stato a guidare l’economia e ridisegnare strumenti e traguardi”. Un nuovo patto quindi per lavoro, diritti, redditi, fisco, investimenti non solo a livello nazionale, ma per l’intera Europa.

“Spetta al decisore politico determinare in concreto politiche e comportamenti rispettosi” che preservino valori di sicurezza, libertà e dignità umana (Azzariti, nel capitolo su pubblico e privato secondo la costituzione), mentre l’ampio discorso sugli orizzonti di genere è affrontato nell’intervista a Maria Cecilia Guerra, che auspica “un paese per tutti e per tutte”, dove vengano ridotti i divari di opportunità tra uomini e donne, discriminate “in ogni campo dell’intervento pubblico e del funzionamento della nostra società”, riducendo i divari di genere, in Italia molto accentuati: difficoltà di assunzione, differenziazione salariale, mancanza di asili nido, di politiche di aiuto alle famiglie, senza un programma organico su scala nazionale.

In “I padroni del vapore” Andrea Roventini esamina il settore industriale e manifatturiero come dovrebbe essere in uno stato veramente innovatore, dopo il fallimento del modello di sviluppo neoliberista a seguito della crisi dei mutui subprime del 2008. “Lo stato ha un ruolo strategico per spingere la crescita”, soprattutto in Italia fanalino di coda in Europa per i finanziamenti pubblici ad esempio nel sostegno alla ricerca, settore trascurato e negletto che investe in pieno oggi la drammatica crisi sanitaria in atto. Chiari dovranno essere gli obiettivi alla luce del Next Generation Eu, dalla lotta al cambiamento climatico con energia verde, mobilità sostenibile, efficientamemto delle costruzioni, sviluppo delle industrie farmaceutiche, potenziamento della sanità pubblica, digitalizzazione della pubblica amministrazione e della banda larga, dello sviluppo tecnologico.

Lo stato deve essere il motore di tali adeguamenti, asset fondamentali per la vita del paese. Attualissimo e drammatico il caso della carenza di vaccini anti-Covid, prodotti negli Stati Uniti dalla Pfizer ma con una ricerca finanziata in buona parte dal settore pubblico. Settore dolente è quello delle privatizzazioni, che da decenni per ridurre il debito pubblico ha visto svendere “per un piatto di lenticchie” pezzi strategici delle imprese nazionali anche private. Depotenziamento di Montedison, Ansaldo, Farmitalia, Ilva con le drammatiche implicazioni sanitarie e sociali, l’Iri e via dicendo.

In un paese “dove manca la capacità di fare sistema” anche le eccellenze manifatturiere private (si pensi alla moda) soffrono della feroce e strutturata concorrenza straniera che approfitta delle debolezze per acquistare marchi prestigiosi del made in Italy. E non parliamo dei mancati investimenti in campo culturale, dove l’Italia detentrice del settanta per cento del patrimonio artistico mondiale soffre da decenni per mancanza di lungimiranti pubblici finanziamenti. Due sono le strade, il bivio che può portare al declino permanente pur nella apparente ricchezza e bellezza (esempio è la Venezia di fine Settecento) o approfittare della crisi per far ripartire “innovazione, crescita, produttività” mettendo in sicurezza l’economia.

“Investire sul lavoro”, afferma la sindacalista Gianna Fracassi:

senza un governo pubblico delle politiche economiche e di sviluppo, lasciato sostanzialmente al mercato, si determinano diseguaglianze e divari.

Cercando un nuovo equilibrio tra capitale e lavoro, con un nuovo modello economico indirizzato alla cura delle persone, all’ambiente, al territorio, alla mobilità, all’istruzione. Partendo dai bisogni e dal lavoro, in un panorama mondiale assai incerto sotto i colpi della pandemia, è necessario predisporre politiche di tutela, sostegno, protezione.

Altra nota dolente, “Tasse e giustizia sociale”, nel capitolo-intervista ad Alessandro Santoro, che descrive il panorama fiscale italiano generatore di ingiustizie, basate su erosione ed evasione. E quanto versano di tasse le multinazionali del digitale in confronto ai pensionati o ai lavoratori contribuenti Irpef? Domanda alla quale Santoro risponde che la “corsa al ribasso nella tassazione” propria dei grandi gruppi internazionali è “responsabilità di tutta una serie di paesi che hanno fatto di questa concorrenza la loro stessa ragione di vita”, come Regno Unito, Olanda, Irlanda, Lussemburgo.

Un richiamo all’amministrazione pubblica che per ovviare alle illegalità dell’evasione dovrebbe utilizzare in pieno i milioni e milioni di dati in suo possesso, attendendo la legge delega che vorrebbe ridurre le aliquote sui redditi da lavoro. Redditi che servono a rimpinguare il sistema sanitario nazionale, oggetto delle risposte di Rosy Bindi sul problema pubblico-privato. Assicurare a tutti i cittadini gli stessi parametri in campo sanitario è uno dei principi enunciati nella costituzione, nel famoso articolo 3: “la salute non ha prezzo, ma la sanità ha un costo” afferma Bindi e ce ne accorgiamo con sgomento in questi mesi bui di pandemia. Anni di sotto-finanziamenti hanno depauperato la sanità pubblica che resta qualitativamente e nonostante carenza di personale e di mezzi, di livello altissimo. Il conflitto stato-regioni in fatto di provvedimenti sempre legati alla pandemia è sotto gli occhi di tutti, anche se con il nuovo governo sembrano attenuarsi le esasperanti discussioni.

Ricerca, formazione, rapporti con le Università devono essere accompagnati e sostenuti da uno stato che deve anche provvedere a colmare i ritardi e diseguaglianze territoriali.

Scuola e istruzione, cultura e ricerca sono i temi affrontati da Massimo Bray e Salvatore Settis. Scuola bene pubblico per eccellenza ma anche oggetto “di tagli indiscriminati da almeno vent’anni”, afferma Bray: l’“Italia uno dei paesi che spende meno e peggio” e che deve affrontare seriamente problemi strutturali legati a edilizia scolastica, scarsità dei fondi per materiali didattici, sicurezza, ferma restando la qualità e la professionalità dei docenti, che lamentano un salario tra i più bassi d’Europa. Scuola come motore della ricostruzione economica con lo stato sempre più presente soprattutto nei territori “difficili” del paese.

Settis, “Oltre il profitto” per la cultura e la ricerca afferma che “il pubblico funziona nell’interesse comune” e con l’articolo 9 della costituzione promuove ricerca e cultura, tutela e protegge paesaggio e patrimonio artistico e storico: “la cultura aiuta la nostra salute mentale e dunque anche la salute fisica” in tempi difficili come gli attuali, durante i quali è necessario adeguare e interpretare la costituzione che indica nella tutela un fattore prioritario e assoluto. Un mondo che sembra andare a rovescio confonde profitto con cultura, e chiude i musei perché non producono guadagno. 

“Riprendiamoci le città” con territorio, edilizia e suolo dove vivono i cittadini di questo stato. L’urbanista Berdini afferma che “il modello cemento-asfalto-profitto è arrivato alla conclusione” e deve iniziare una fase di ripensamento delle città da parte di una guida che sia “saldamente nelle mani pubbliche” definite dal neoliberismo in voga negli ultimo decenni come “male assoluto”. La città non è un’economia di mercato, ma un luogo sociale dove devono essere applicate politiche di tutela anche per le classi più povere. Diritti fondamentali come salute e istruzione in situazioni drammatiche come quelle legate alla pandemia hanno trovato nelle periferie delle città ostacoli a volte insormontabili per mancanza di servizi essenziali. Solo grazie a “una visione unitaria dello sviluppo urbano” si potranno armonizzare contraddizioni e disequilibri sociali.

Discorso legato a doppio filo alla mobilità, e quella “di domani” è l’argomento del discorso su trasporti e spostamenti fatto da Anna Donati, responsabile del Gruppo mobilità sostenibile del Kyoto Club. Le scelte pubbliche saranno fondamentali per un sistema di trasporti che sconta la mancanza di pianificazione e investimenti, differenze di infrastrutture tra Nord e Sud e oltre tremila morti all’anno per incidenti stradali (e 250.000 feriti). Risorse e ancora risorse da dedicare a un settore, quello delle infrastrutture, che regola le vite dei cittadini e le condiziona. Tagli anche in questo settore strategico sono avvenuti negli ultimi decenni, a discapito della qualità della vita dei cittadini-utenti.

Settore strettamente collegato a quello energetico, del quale parla Matteo Leonardi, descrivendo una società dove “Un’altra energia è possibile”: dove pubblico è bello per tutelare giustizia sociale e ambiente. Investimenti e innovazione, incentivi per le energie rinnovabili ai privati, con provvedimenti tecnici specifici per un consumo verde che prevede strategie e investimenti pubblici assieme alla ricerca. 

Lo sviluppo digitale è un punto fondamentale per arrivare al piano globale che vuole rinnovare il “Sistema Italia”: “teoria e prassi si sono mosse su binari assai contraddittori” afferma Vincenzo Vita esperto di comunicazioni. E infatti l’Italia è al venticinquesimo posto in Europa nella classifica Digital Economy and Society Index 2020, e all’ultimo per le culture digitali. Oltre il quaranta per cento della popolazione non è connessa con la banda larga e tali carenze sono balzate alle cronache durante questo triste anno di pandemia.

“Recovery Fund, forse l’ultimo metrò” con i quaranta miliardi destinati dal piano europeo al digitale, per raggiungere “La nuova frontiera” ipotizzata da Monica Di Sisto, oltre la pandemia e la globalizzazione: parola, quest’ultima, che vuole dire tutto e niente, come affermava Giuliano Amato nel lontanissimo 1999, e “non vuol dire mangiare tutti lo stesso hamburger ma far convivere persone che pensano diversamente su ogni cosa e che pretendono legittimamente di dare le loro regole”. 

Esiti estremi della globalizzazione sono anche oggi drammaticamente legati alla pandemia, con la lunga scia polemica sulla liberalizzazione dei brevetti dei vaccini, unico baluardo contro la malattia per l’intera specie umana. Papa Francesco afferma che le scoperte della scienza in questo senso sono “luce di speranza se a disposizione di tutti” evitando che “le leggi di mercato e dei brevetti siano sopra le leggi della salute e dell’umanità”. Obiettivo, “società della cura”, un nuovo senso per “politiche e pratiche” ampie, inclusive e democratiche sempre con lo stato centrale come perno.

I tredici capitoli che compongono Pubblico è meglio se letti globalmente formano un insieme legato con un filo logico di proposte, azioni, strategie dettate dalla carta costituzionale da applicare al nuovo corso: non basteranno solo i miliardi stanziati dal Recovery Fund, ma servirà competenza e buon senso per riconvertire economia e stato sociale, affinché il tutto non finisca in una ingarbugliata inestricabile matassa.

“Pubblico è meglio”. Lo dimostra la crisi che viviamo ultima modifica: 2021-03-07T18:20:46+01:00 da BARBARA MARENGO

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