Carmelo Bene. Un certo destino, una certa destinazione

“Cominciò che era finita” di Luisa Viglietti ci fa percorrere il cammino del Maestro da un punto di vista più interno, più intimo, traducendo in un linguaggio piano una complessa esperienza umana e professionale.
scritto da BEATRICE BARBALATO
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Cominciò che era finita è la narrazione degli anni trascorsi da Luisa Viglietti con Carmelo Bene, otto per l’esattezza cioè dal 1994 fino al 2002, anno della sua morte. Vita privata e pubblica sono declinate in un racconto che le rende indissolubili. La locuzione Cominciò che era finita è ispirata a una battuta di Pasolini in Uccellacci e uccellini: indica la circolarità della vita, il suo viaggiare in un cerchio, il reiterare dei cominciamenti. Infine la non necessità del progredire. 

Il testo nasce da un insieme di appunti concepiti come memoranda per gli avvocati che hanno seguito le varie cause che hanno traversato la vita di Luisa Viglietti dopo la morte di Carmelo Bene. In primis il processo per la difesa della Fondazione l’Immemoriale voluta da Bene, volta a rendere di pubblico accesso il suo patrimonio di libri, sceneggiature, note ai testi, registrazioni. Oggi con la dicitura Polo bibliomuseale Carmelo Bene questo patrimonio è approdato a Lecce, speriamo stabilmente, dove sarà inaugurato quest’anno. 

Questa prima piattaforma del racconto, formata da notazioni autobiografiche, costituisce il continuum discorsivo che si articola solo apparentemente sotto il profilo cronologico. In verità un’anticronologica guida Cominciò che era finita che termina sull’infanzia e giovinezza napoletane di Luisa Viglietti. Tornando indietro nel tempo, Viglietti ci porta a comprendere come un certo destino, una certa destinazione fossero già determinati dal suo carattere, dal suo modo di essere, dalla sua formazione. Sicché Cominciò che era finita non indica solo una concezione culturale di Carmelo Bene, ma interpreta il senso stesso della vita di Luisa Viglietti come una sorta di à rebours.

Luisa Viglietti con Carmelo Bene

Un incontro quello di Luisa Viglietti con Carmelo Bene pieno di inciampi. E tuttavia saranno proprio queste diversità a permettere una crescente intesa intellettuale e affettiva. Il libro sotto questo profilo si presenta come  un romanzo di formazione: una donna giovane con una grande solidità umana incontra Carmelo Bene da cui è intellettualmente incuriosita. Carmelo Bene manifesta da subito un carattere dominante. A poco a poco queste due persone così distanti si compensano, proprio apprendendo a saper riconoscere nell’altro la sua essenza caratteriale primaria.

Luisa Viglietti, costumista già affermata al momento dell’incontro con Bene, più giovane del celebre Maestro, non è presa solo da incantamento per i risultati finali delle sue opere, ma vuole andare a fondo sul perché delle loro mille sfaccettature. La sua posizione è privilegiata perché è là dove le opere debuttano, là dove le opere sono allo statu nascenti. C’è una sorta di sapiente artigianalità nelle curiosità che l’autrice manifesta intorno alle modalità con le quali Carmelo Bene concepisce e allestisce questi capolavori. Vuole sapere, conoscere la ragione pregressa dei suoi movimenti su scena, dell’impostazione della voce, dei singolari allestimenti. 

Due punti a mio parere, grazie alla narrazione di Luisa Viglietti, aiutano a cogliere meglio dei lati della straordinaria drammaturgia di Bene. Il primo riguarda la sua visione della cultura, intesa – per mutuare una frase di Lacan riferita alla lingua – come integrale degli equivoci. Ciò che noi pronunziamo, agiamo con i gesti e con la voce, è la sedimentazione di tanti fraintendimenti che accettiamo per il loro essere divenuti dei codici condivisi, delle convenzioni. Ora Carmelo Bene ha costantemente voluto far risaltare quanto di stratificato ci fosse in Hamlet, Achille, Macbeth, Pinocchio, il loro essere insomma un integrale degli equivoci. Ha svuotato quanto di costituito esiste nei gesti, nella voce, per restituire quel soffio vuoto che è la facoltà in sé per sé dell’uomo di poter fare storia. Quando la storia è compiuta, infatti, non ha più alcun senso raffigurarla, parlarne. È già un datum

Scrive l’autrice:

Usava il diaframma e le fasce addominali per dare i fiati come i cantanti lirici, ma ciò che incantava era la sua capacità di sparire dalla scena, ripeteva una serie di gesti rituali, che solo in seguito ho saputo riconoscere: ad esempio la posizione delle mani e della testa, sempre uguale, sempre la stessa, che aveva fissato assecondando da una parte i suoi tic nervosi e dall’altra gesti che aveva studiato osservando alcuni personaggi, uno fra tutti, lo so perché gliel’ho chiesto, il gesto di Salvator Dalì di alzare la mano al di sopra della testa per asciugare il sudore di una fronte immaginaria. Dei gesti come potenzialità a prescindere da un oggetto determinato.

Il secondo grande impegno di Carmelo Bene è stato sulla voce. 

La phonè è stato il punto focale di tutto il suo cimentarsi drammaturgico. La tradizione occidentale razionalista ci porta ad attribuire molta importanza all’organo della vista, destituendo altri sensi. Quando diciamo “testimone oculare” enunciamo la possibilità stessa di affermare la verità. In tribunale il testimone oculare può fornire la prova regina. Ora tutto un percorso diverso si dispiega se seguiamo un altro tracciato. A partire dal nostro oggi dove lo psicanalista ascolta, così come il confessore. L’orecchio è l’organo che dice, che induce, che produce senso (cfr: Carmelo Bene, L’orecchio mancante, Milano, Feltrinelli, 1970).

Sono spesso i santi che invitano a non credere all’inganno degli occhi.

Sant’Agostino:

Il tuo corpo ha per lucerna il tuo occhio. Ma se manca la luce, a che giova il tuo occhio, anche se aperto? (discorso 360 b).

L’occhio della mente, vedere ciò che non è semplicemente mostrato è il lavoro dell’artista. 

Tutta la filosofia sofistica è permeata da questo convincimento. 

Scrive Platone nel Sofista:

Ospite: è evidente, Teeteto, che tu non hai ancora visto un sofista.
Teeteto: E perché?
Ospite: Potrebbe sembrarti che tiene gli occhi chiusi, o che non ha affatto gli occhi.
Teeteto: Come?
Ospite: Qualora tu gli dia una risposta così, se gli parlerai di qualcosa che si trova negli specchi o nelle figure plastiche, riderà dei tuoi discorsi, perché parli a lui come se vedesse, fingendo di non conoscere né specchi, né acque, né alcuna immagine e ti farà domande soltanto su quello che emerge dai ragionamenti.

Ascoltare pone in essere il soffio vuoto di cui scrive Lacan (ne parla in particolare a proposito delle poesie di François Cheng, L’écriture poétique chinoise, Paris, Seuil, 1977).

La voce, il suono genera un’esperienza più avvolgente del vedere. 

Della messa in scena de La figlia di Iorio di D’Annunzio al Teatro dell’Angelo (Roma, novembre-dicembre 1999) scrive l’autrice:

Il Teatro dell’Angelo aveva una platea costruita su un’impalcatura di gradoni di legno, vuoti sotto. Carmelo aveva fatto sistemare una serie ulteriore di subwoofers proprio sotto gli spettatori, che così avevano la sensazione di essere completamente avvolti dal suono: quando il volume era altissimo, il corpo tremava, un’esperienza fisica che dava i brividi.

Quante volte vediamo i bambini gridare en plein air per sentire la voce vibrare ed essere avvolti dalle onde sonore? È un’esperienza primordiale. 

All’inizio era la voce, all’inizio era il verbo.

Il libro di Luisa Viglietti ci fa percorrere il cammino di Carmelo Bene da un punto di vista più interno, più intimo, traduce in un linguaggio piano una complessa esperienza umana e professionale. Il suo grande merito non è solo di emozionarci, ma di scomporre la magia degli artifici in elementi primari, di permettere di rintracciare i modi di essere di Carmelo Bene come travasati nella sua opera.  

Carmelo Bene. Un certo destino, una certa destinazione ultima modifica: 2021-03-08T18:14:58+01:00 da BEATRICE BARBALATO

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