“Il partito” e la sua metamorfosi

Il recente libro di Luciano Canfora sul Pci pubblicato in occasione del centenario della sua nascita.
scritto da ALBERTO MADRICARDO
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La Metamorfosi. Pubblicato da Laterza, esce di Luciano Canfora il volume con questo titolo, in occasione del centenario della fondazione del Pci. L’intento dell’autore – come egli stesso scrive – è di

ripercorrere brevemente il cammino che ha condotto una formazione politica (quella educata nel Pci), per progressive trasfigurazioni, a farsi alfiere di valori antitetici rispetto a quelli su cui era sorta

Il libro – da esperto di storia antica, egli tiene a precisare –

può essere legittimamente considerato un libro di storia antica perché – aggiunge – intende riflettere sulla vicenda di un partito politico e – puntualizza – di un vero partito politico, la cui vicenda appare, alle generazioni recenti, molto remota.

I partiti attuali sono cosa diversa:

vivono per lo più come alone intorno a un leader, non hanno veri e propri programmi, di qualche respiro, per lo più fiutano l’aria, cioè le pulsioni dell’opinione pubblica.

Da ogni parte nel mondo – osserva – la destra nelle sue varie forme è all’offensiva a fronte di una sinistra socialdemocratica che sembra scomparire o arretrare da ogni parte

Il riferimento all’attualità serve a Canfora per chiarire il quadro nel quale egli intende collocare la sua riflessione sulla secolare parabola di quello che in Italia è stato “il partito” per eccellenza: il Pci

Egli propone un interessante criterio per spiegare la maggiore o minore durata della parabola storica dei diversi partiti, indicandolo nel loro differente rapporto tra teoria e prassi: i partiti che hanno un’identificazione molto marcata con una teoria – secondo lui – sono esposti a un più rapido deperimento o almeno all’esigenza di una mutazione – trasfigurazione, perché la bardatura teorica con cui s’identificano li fa essere meno elastici verso la complessità del reale in cui vivono. I partiti dei paesi anglosassoni invece hanno una vita molto più lunga, perché concepiti come duttili riflessi di grandi e duraturi interessi sociali. 

Questo – aggiunge – è dovuto al fatto che l’Inghilterra ha vissuto il trauma di una rivoluzione repubblicana – sfociata nella dittatura di Cromwell, e di una restaurazione – un secolo prima del continente europeo. Cioè, preciserei, ha fatto esperienza prima degli altri di quel “pelo e contropelo” che la realtà riserva sempre alle idee che pretendono di plasmarla. Ciò che ha reso la società inglese meno suggestionabile dalla “splendente fissità” delle idee. Così, mentre nel continente si formano partiti che cercano di attuare nella Storia le idee che li ispirano, al contrario nel mondo anglosassone

per tutto il XX secolo, il Labour Party sarà la proiezione politica delle Trade Unions.    

In Francia i Giacobini si sentono gli attuatori di un programma politico sostanzialmente ispirato alle idee di Rousseau, che per la sua astrattezza, sarà destinato a un sostanziale naufragio. Ma anche più tardi i partiti socialisti francesi orientati da teorici come Fourier, Proudhon, ecc. avranno una vita effimera. Analogamente, in Germania il partito socialdemocratico, destinato a diventare il modello per tutti i partiti operai e proletari continentali, nasce per mettere in atto le direttive di Marx e di Engels, mentre in Russia si avrà un lungo confronto dialettico tra il populismo “autoctono” e le idee provenienti dall’Europa occidentale, che avrebbe trovato poi la sua sintesi teorico–pratica nella figura di Lenin. 

La socialdemocrazia tedesca, nei decenni della grande espansione economica del Reich guglielmino, si era gradualmente allontanata dai principi di Marx e di Engels. L’andamento economico e lo sviluppo delle relazioni sociali in Germania dopo il 1870 erano tali da allontanare nel tempo ogni prospettiva di rivoluzione proletaria e da imporre strategie gradualistiche.  

Se la rivoluzione ha bisogno di pensarsi entro un tempo a termine, la prospettiva gradualista si muove in un orizzonte infinito. Proprio per questo però è costantemente sotto la minaccia di sfinimento. Anche il gradualismo quando alza la testa dal quotidiano vede all’infinito la Rivoluzione, ma una rivoluzione senza un momento culminante, che si compie giorno per giorno in modo impercettibile, di cui ci si accorgerà solo quando sarà già avvenuta. 

Per parte sua, anche la Rivoluzione ha bisogno di una gradualità, di una scala (klimax), ma di una gradualità cumulativa che converge verso una “pienezza dei tempi”. Allora entrerà in scena quella suprema Giustizia che costituisce l’essenza della Rivoluzione e il senso ultimo della Storia. Essa farà tornare e rintegrare tutto ciò che nel processo storico è “andato a fondo” e si è disgregato. 

Venendo meno la Rivoluzione, si allenta e dissolve anche la Storia come vicenda universale rigeneratrice dell’umano. E allora nessun gradualismo può bastare: anche l’asino più asino prima o poi si stancherà di inseguire la “carota” che gli è posta davanti per fargli tirare il carro

I “bisogni concreti” del momento sono ciò cui il gradualismo si aggrappa, ma la loro vivace urgenza è destinata a ridursi a mano a mano che essi, da elementari, divengono sempre più raffinati, lontani dalle immediate urgenze. Si può essere disposti a sacrificare la vita per avere il pane, molto meno – al netto del feticistico fanatico che non manca mai – per l’ultima versione dello IPhone.        

Distendendosi sulla “scala infinita” il gradualismo perde energia e affonda a poco a poco in un pragmatismo senza respiro nel quale proliferano le oligarchie politiche, secondo la “legge ferrea” di Michels. Questo può spiegare come mai la SPD tedesca, nata internazionalista, nel 1914 abbia potuto votare i crediti di guerra, accettando supinamente la politica nazionalista e imperialistica del Reich guglielmino. 

Così mentre la rivoluzione si dissolve nei tempi lunghi, il gradualismo – si può dire – entra in crisi nei tempi brevi, nei “momenti culminanti” della Storia. 

La terribile scossa della Grande Guerra – come asserisce Canfora – “rivelò i limiti, e se si vuol essere schietti, il fallimento del ‘gradualismo’ e fornì armi e conferme irresistibili al giacobinismo leninista.” Da qui il nuovo percorso della Terza Internazionale, voluta da Lenin, ispirandosi alla quale nacquero i partiti comunisti in diversi paesi del mondo, così come li abbiamo conosciuti lungo l’arco di esistenza dell’Urss e del nuovo partito guida, che, rimpiazzando la Spd tedesca, attraverso varie denominazioni, si sarebbe infine chiamato Partito comunista dell’Unione Sovietica. 

Dopo la Grande Guerra, la prospettiva rivoluzionaria che si era aperta momentaneamente in Russia fu chiusa nell’Europa occidentale a causa della ripresa dello sviluppo capitalistico avvenuto dopo la vittoria anglo – franco – americana e fu possibile – dico io – far dondolare di nuovo la carota davanti al muso dell’asino. L’ondata di lotte sociali che si estese in tutto l’Occidente europeo alla fine della guerra fu rapidamente riassorbita, anche in Italia dove pure aveva assunto una maggiore intensità, provocando come reazione e contraccolpo il fenomeno del fascismo e la sua formula, rivelatasi vincente, della “rivoluzione nazionale” . 

Questa dura sconfitta impose almeno a una parte del gruppo dirigente del nuovo Pci, nato nel gennaio del 1921 dalla scissione del Psi e vissuto a lungo in clandestinità, un ripensamento profondo del giacobinismo leninista: questa riflessione venne sviluppata con esiti originali da Gramsci, il quale durante i suoi lunghi anni di carcere impostigli dal fascismo, fisicamente impedito ad agire, fu praticamente “costretto” a pensare non in funzione della mera attualità ma con lo sguardo largo del filosofo e – come lui stesso scrisse – “für ewig”. 

Canfora, appoggiandosi a Eric Hobsbawm, attribuisce a Togliatti il merito della fortuna politica del pensiero di Gramsci. Togliatti fu – secondo l’autore – l’artefice: “del rientro nell’alveo del faticoso ma necessario ‘gradualismo’, facendo del vecchio partito comunista il partito nuovo”, nuovo perché, secondo Canfora, viene guidato da Togliatti nell’alveo della socialdemocrazia. 

Qui trovo nella posizione di Canfora una profonda incongruenza: se il gradualismo della socialdemocrazia è fallito – come l’autore stesso ammette – di fronte al “tempo ultimo” della Guerra mondiale, come può rappresentare un’autentica alternativa al soggettivismo leninista che proprio da quel fallimento – come lui stesso dice – è nato? 

Ben presto anche questo avrebbe dimostrato un’opposta e simmetrica impotenza: di non saper gestire la “quotidianità” della post – rivoluzione. Canfora avrebbe dovuto – mi pare – mettere almeno sullo stesso piano i due fallimenti, e da lì partire. 

Invece il gradualismo socialdemocratico è per l’autore il destino in ogni tempo dei movimenti progressisti dei paesi avanzati, pur riconoscendo, da storico, che la socialdemocrazia è oggi in difficoltà ovunque nel mondo e a rischio di sparizione. 

Se è del tutto vero che il soggettivismo rivoluzionario non è adatto a gestire i lunghi “tempi intermedi”, e che il successo dovuto a condizioni eccezionali dell’Ottobre fu indebitamente assunto ad archetipo di ogni rivoluzione. Ma la Storia – vorrei sommessamente ricordare – non è fatta solo d’intermezzi. Il gradualismo sbanda regolarmente e finisce fuori strada nei “tempi brevi o ultimi”. 

All’autore interessa però soprattutto valorizzare la figura di Togliatti. Egli ne riporta un discorso che segna il profondo cambio di posizione del nuovo Pci rispetto alla posizione della Terza internazionale. 

Dice Togliatti:

la classe operaia, abbandonata la posizione unicamente di opposizione e di critica che tenne nel passato, intende assumere essa stessa, accanto alle altre forze conseguentemente democratiche, una funzione dirigente nella lotta per la liberazione del paese e per la costruzione di un regime democratico. 

Non si tratta più solo di raccogliere le forze di opposizione fino a formare un’ondata rivoluzionaria abbastanza alta da travolgere il sistema. La classe operaia esercita qui e ora una funzione dirigente, dentro un sistema dominante che pure le è avverso. Lo esercita per condizionare le sue complessive scelte. 

Ma la “funzione dirigente” per la classe operaia prospettata da Togliatti può attuarsi – secondo me – in due modi tra loro molto differenti: immettendo nel vecchio sistema il seme di un’egemonia capace disvilupparsi in un molecolare e quotidiano intreccio di relazioni, pratiche e poteri nuovi fino a soppiantarne l’anima, o rivendicando al Pci, come cofondatore della Repubblica, il diritto di sedere alla tavola delle decisioni nazionali. 

Né l’una né l’altra sono scelte in principio gradualiste, sebbene certo entrambi abbiano bisogno di un gradualismo per realizzarsi. Ma la prima pone l’accento sul primato della costruzione del blocco sociale, mentre la seconda più sull’obiettivo della costruzione di un’alleanza politica. Credo che la prima fosse quella prospettata da Gramsci mentre Togliatti fosse per la seconda, più “politica” (direi anzi “politicista”). In questo senso penso che Berlinguer sia stato un suo fedele continuatore di Togliatti. 

Con l’annuncio del partito nuovo e della strategia di lungo periodo finalizzata a realizzare le “riforme di struttura”, per Canfora, Togliatti vuole preparare i militanti dei Pci, ad accettare un graduale ritorno del Pci nell’alveo della socialdemocrazia, ricorrendo anche a un’accurata scelta di linguaggio. Secondo me invece egli cerca prima di tutto di utilizzare la forza sociale del Pci creare le condizioni politiche generali perché in Italia sia possibile una socialdemocrazia. 

La socialdemocrazia non può nascere solo per iniziativa del movimento operaio. Ci vuole anche una classe dominante disponibile ad accettare che se ne creino le condizioni. A un qualche “compromesso storico”, com’era avvenuto già da tempo nei più importanti paesi europei. Questa disponibilità non c’era da parte della classe dominante italiana, plebea e “sovversiva”, come Gramsci l’aveva giustamente definita. Ecco perché, a differenza di quello socialdemocratico – che rinvia all’infinito la questione del potere in cambio di sempre nuove conquiste di benessere dei lavoratori – il gradualismo togliattiano è essenzialmente politico: ha come scopo principale di riassorbire “l’anomalia” della una classe dominante italiana, di farne una vera classe dirigente, condizione considerata necessaria affinché sia possibile una reale socialdemocratizzazione del Pci. 

Essendo di natura politico – soggettiva (o come ho detto “politicista”), per quanto finalizzata a creare le condizioni per un gradualismo socialdemocratico in Italia, la strategia togliattiana non è affatto socialdemocratico – economicista. Al contrario: è demiurgica, “giacobina”. Quello di “normalizzare” la classe dominante italiana, nonostante appaia meno ambizioso, è forse un obiettivo ancora più difficile da realizzare della rivoluzione proletaria.  

Per tornare al nostro autore, egli ritiene che:

il Pci togliattiano non sarà più il classico partito di avanguardia della Terza internazionale, ma un partito di massa, che persegue “rapporti particolari” e “azione comune” non solo con il Psi, ma anche con la DC, immaginando il PCI come cardine del processo riformatore che deve avviarsi dopo la liberazione.

Queste affermazioni di Canfora, che condivido, mi pare che confermino la natura politicista della strategia di Togliatti. Se è così, questo, secondo me, costituisce un rovesciamento dell’ispirazione gramsciana, e destinerà il partito nuovo alla sconfitta. 

L’autore sembra confermarlo quando dice che quella proposta da Togliatti con la “svolta di Salerno” era una riproposizione “originale e inclusiva” della politica dei Fronti popolari lanciata da Dimitrov e da Togliatti stesso nel VII Congresso dell’Internazionale comunista nel ’35. Ma per la III Internazionale questa prospettiva era tattica, per Togliatti invece, in Italia, strategica. Comunque sia, la linea unitaria elaborata nel momento di maggior forza della minaccia del fascismo poté sopravvivere grazie al radicamento sociale e alla duttilità tattica del Pci – asserisce Canfora – nonostante la rottura tra gli ex alleati angloamericani e sovietici a guerra vinta.

Il Pci – egli scrive – diventava, si trasmutava in un ‘partito nuovo’, le cui fattezze intendevano essere ben lontane da quelle della formazione nata nel ’21 e vissuta – nonostante tutto – nella clandestinità (1926-43). 

Il ruolo di Togliatti è essenziale anche quando giace ferito nell’attentato di cui resta vittima nel 1948, per evitare che il partito e il movimento di massa “perdano la testa”, tentando la mitica “spallata finale”, per la quale – osserva Canfora – non c’erano oggettivamente le condizioni.

Vedendovi la conferma della sua interpretazione della strategia togliattiana come via verso la socialdemocrazia, l’autore pone attenzione al linguaggio del Pci in quegli anni, durante i quali i dirigenti si prendono ogni cura nell’accompagnare senza traumi “il loro corpo militante e votante [verso] nuove ‘parole d’ordine’ lasciando progressivamente cadere quelle vecchie”. 

Nonostante le resistenze interne (in particolare di Pietro Secchia e dell’ala partigiana), e soprattutto malgrado il rapido deterioramento del quadro internazionale con l’inizio della guerra fredda, Togliatti riuscì – scrive Canfora – “pur tra tanti ‘arretramenti tattici’, a portare a compimento la redazione e approvazione unitaria della Costituzione (dicembre 1947).” 

Per quanto riguarda la presunta doppiezza di Togliatti, egli tiene a precisare che essa va piuttosto attribuita alla base del Pci, che in tal senso interpretava la mutazione in atto del partito, il cui peso elettorale, in costante crescita per tutti gli anni Cinquanta, non ebbe però effetti nel senso di rilanciare un’alleanza di governo con la Dc. Anche il passaggio del Psi nell’area governativa non avvenne senza gravi tensioni: solo dopo il fallimento del “colpo di coda” sanguinario del governo Tambroni (1960) e del “Piano Solo” (1964), il colpo di stato promosso e mai attuato dal generale De Lorenzo con l’avallo dell’allora presidente della Repubblica, Segni, e con il sostegno indiretto degli Stati Uniti.  

Intanto il quadro europeo – osserva il nostro autore – si oscura: i partiti comunisti dell’Europa occidentale cadono nella quasi insignificanza, con l’eccezione di quello francese, la socialdemocrazia tedesca a Bad Godesberg si distacca ufficialmente dal marxismo.   

Scrive Canfora: “quello che sembra ormai imporsi al movimento operaio e socialista in Occidente è – come era parso ovvio prima della Grande Guerra – il gradualismo riformista”. Togliatti ribadisce che il quadro della democrazia definito dalla Costituzione è quello strategico e non tattico. Entro di esso il partito intende muoversi, per attuarne tutte le potenzialità. “Socialismo e democrazia – egli afferma – possono non solo coesistere, ma integrarsi”.  

Ognuno vede – osserva l’autore secondo me piuttosto semplicisticamente – che quest’approdo della riflessione politica di Togliatti, mai meramente teorica ma, allo stesso tempo, direttiva politica, è quella della socialdemocrazia classica,

in chiara, per quanto accuratamente mimetizzata, alternativa al leninismo e al mito della presa del Palazzo d’Inverno. Ma – secondo me, come ho detto – snaturante la prospettiva gramsciana dell’egemonia e del “blocco storico”, della sua implementazione quotidiana di potere in un capillare processo di ricomposizione sociale. 

Perché questa prospettiva impostata da Togliatti – si chiede Canfora – non si è sviluppata? A questa sua domanda ne opporrei un’altra: si può pensare davvero che la “anomala” classe dominante italiana avrebbe concesso al Pci lo spazio per attuare la sua una piena socialdemocratizzazione, compiendo quelle profonde riforme modernizzatrici che in altri paesi erano state promosse (a volte autonomamente) da classi dirigenti in qualche modo “illuminate”? A Togliatti – come poi a Berlinguer – secondo me mancò quella sublime lucidità, quel superiore realismo di cui ogni vero rivoluzionario deve essere dotato.  

Giunta alla sua prova del fuoco dopo il ’68 (un altro “tempo ultimo”) la strategia togliattiana (continuata dopo Togliatti) trovò la sua definitiva applicazione nel compromesso storico di Berlinguer. Analizzando la formula usata dal segretario del Pci – compromesso storico – l’autore ritiene che essa significasse:

che si era delusi dalla fatica di Sisifo di tentare di conquistare la “base cattolica” e che si doveva ormai chiaramente parlare ai vertici. 

Ma davvero fu la “stanchezza per un’inutile fatica di Sisifo” a ispirare Berlinguer? Mi sembra un’interpretazione incongrua, incompatibile con i fatti. Perché la rinuncia sarebbe dovuta avvenire proprio quando, in seguito al ’68 e all’autunno caldo del ’69, nel ’73, quando la proposta fu formulata, era ormai evidente che settori consistenti di popolazione, anche cattolici (operai, giovani, ceti medi libertari, ecc.) stavano spostandosi a sinistra? Per le lotte sociali che investivano quasi ogni parte e aspetto della società, ma anche nel referendum per il divorzio del ’74, nelle elezioni amministrative del ‘75 e in quelle politiche del ’76, che diedero al Pci risultati mai ottenuti prima? Non è per stanchezza che Berlinguer propone il compromesso storico. Anch’egli, secondo me, cercò di porre sul tavolo l’attuazione della precondizione per la piena socialdemocratizzazione del Pci: la trasformazione della classe dominante italiana in dirigente, con l’assunzione di responsabilità nazionale. 

Lo “strappo con Mosca” del Pci doveva essere d’esempio. Ma sarebbe stata disposta la classe dominante italiana a compiere un analogo strappo verso la soffocante invadenza USA, all’ombra della quale aveva potuto continuare per tutto il dopoguerra a coltivare i suoi storici vizi? Ma quando mai! 

Eppure, la condivisione del carattere nazionale sovrano del processo politico sociale in atto in Italia sarebbe stata imprescindibile per un autentico “compromesso storico”. 

Il successo del Pci sull’onda delle lotte sociali e dei movimenti – direi – portò il “politicismo” togliattiano – berlingueriano al suo punto critico. Berlinguer fu costretto a scegliere. Invece che incalzare la DC e tutta la classe dominante italiana a impegnarsi solennemente a impedire che in Italia potesse avvenire mai qualcosa di simile a quanto accaduto nel Cile di Allende (1973) Berlinguer accettò, “interiorizzò” la sovranità limitata. Questa fatale debolezza avrebbe aperto la strada a tragici sviluppi.

Ben presto, scrive Canfora,

le stagnanti e melmose trattative per una formula governativa che non irritasse l’ambasciata Usa e il potente Kissinger (ferreo disistimatore di Aldo Moro) furono travolte dal sequestro Moro (16 marzo 1978) e dalla conseguente demolizione rapida e progressiva delle strategie lungamente perseguite, nonché in breve della stessa “Repubblica nata dall’antifascismo.”

L’azione sinergica di Usa-P2-Brigate rosse, afferma l’autore, fecero tramontare definitivamente ogni prospettiva per la strategia togliattiana declinata secondo Berlinguer. 

All’origine di questa sconfitta ritengo che ci sia lo spostamento d’accento (in contrasto con l’ispirazione di Gramsci) sulla preminenza – accordata già da Togliatti e che Berlinguer si limitò ad applicare – delle alleanze politiche su quelle sociali. In nome di questa preminenza, di questa sciagurata “autonomia del politico”, si sacrificavano le dinamiche sociali, generatrici di cambiamento, sull’altare del compromesso stabilizzatore di vertice. Fu la debolezza intrinseca al “politicismo” non solo berlingueriano ma già prima togliattiano a indurre il Pci a subire senza reagire la sempre più vistosa interferenza straniera. 

Berlinguer – afferma Canfora – pensava chiaramente a un accordo con Aldo Moro, il quale per questo fu – com’è noto – rapidamente tolto di mezzo (a dimostrazione di quanto fosse pericolosa e letale l’accettazione supina della sovranità limitata). Ormai nel vicolo cieco, con un brusco cambio di linea, il segretario del Pci provò a rinverdire quella che nel ’76, in nome del compromesso con la DC, aveva escluso: l’alternativa di sinistra. Si rivolgeva però a un Craxi che aveva ben capito in quale vicolo cieco il Pci si era cacciato, e che si guardò dall’accoglierne la proposta, preparandosi a banchettare sulle spoglie del grande partito comunista in trappola. 

Berlinguer – scrive il nostro autore – non ha maturato (né fatto sorgere nel Partito) alcuna convincente e organica visione (e tanto meno opzione) alternativa. Nel suo ‘universo mentale’ si riscontravano e si giustapponevano frammenti e stimoli e suggestioni molteplici: un’“altra idea” di rivoluzione, la mai chiarita “terza via”, un po’ di spontaneismo sessantottesco nell’erronea convinzione che fosse quello lo strumento per agganciare le nuove generazioni […] Insomma tutto (anche la misteriosa “terza via”) ma non quella riscoperta dell’importanza della “socialdemocrazia” come soggetto storico principale dello schieramento di sinistra che pur occhieggiava nell’ultimo Togliatti. 

Ha ragione, ma Berlinguer non aveva seriamente pensato altro proprio perché il suo vero obiettivo era sempre stato la “normalizzazione” della classe dominante italiana che avrebbe dovuto andare di pari passo con la completa socialdemocratizzazione del Pci. A differenza di quello che crede Canfora, la soluzione socialdemocratica non era lì bella e pronta. Anzi: la disponibilità alla collaborazione di questa classe dominante “anomala” – che non ha mai voluto saperne di diventare illuminata – non c’è stata allora e probabilmente non esiste nemmeno oggi, visto l’accanimento con cui essa cerca in ogni modo d’impedire la formazione di un forte partito progressista nel nostro Paese. A completare un quadro mai così sfavorevole alla socialdemocrazia ci ha pensato la globalizzazione neoliberista che ha tagliato l’erba sotto i piedi al gradualismo socialdemocratico e reso possibile il sovversivismo populista. Del resto, rispetto alle prospettive della socialdemocrazia, Canfora stesso all’inizio del suo libro aveva constatato che ben poco resta oggi di essa nel mondo (con la parziale eccezione della Germania. Ma anche lì “finché dura”, si era lasciato scappare). E dunque?

Avviandosi alla conclusione l’autore propone una postilla sulla “terza via” e un ultimo capitolo sull’Europa. Sulla prima richiama le pagine di Gramsci dedicate al fascismo: fu questo la reale terza via, rivoluzione passiva del xx secolo, capace di trasformare “riformisticamente la struttura economica da individualistica a economia secondo un piano”, senza peraltro intaccare l’essenza del capitalismo. 

Nell’ultimo capitolo, dedicato all’Europa, Canfora ricorda opportunamente che

il movimento comunista sorse come forza politica in primo luogo internazionalista. Era nato in opposizione ai partiti socialisti “socialpatrioti”. Ha assolutamente ragione quando afferma: “la torsione in senso ‘nazionale’ (il “socialismo in un paese solo”…) fu la più profonda (e durevole) mutazione del DNA del movimento comunista.

Credo anzi che il “tasso di comunismo” di un movimento o partito sia misurabile da quello di internazionalismo (ma oggi preferirei parlare di universalismo) che circola nelle sue vene. 

Che cos’ha a che fare con il comunismo, per esempio, un Pc cinese denghista, che porta avanti un progetto nazionalista di egemonia planetaria? Meno che niente, direi. Dopo il momento culminante della presa del potere, anche il comunismo si assesta nella quotidianità gradualista dei “piani quinquennali”. Quello cinese si regge su un patto esplicito con il popolo che prevede la rinuncia alla libertà da parte di esso in cambio di benessere (un “patto col diavolo imposto al popolo con la sua complicità”, si direbbe). 

È recentissimo l’annuncio del regime di avere eliminato la povertà in Cina. Era l’urgenza più impellente, in qualche modo la meno discutibile, che il gradualismo denghista aveva proposto per legittimarsi. Quale sarà adesso la nuova carota da far dondolare davanti all’asino per fargli tirare il carro? Forse quella dell’egemonia mondiale della Cina? Ma quello del domino non è più un bisogno: è già un vizio. Se la via socialdemocratica appare inattuale, non va dunque meglio per quella “rivoluzionaria”. 

Se mettiamo a confronto la prospettiva socialdemocratica con quella rivoluzionaria, entrambi zoppicano. La prima assomiglia a un discorso infinito di cui non si può mai arrivare a capire il senso; la seconda, identificata la “presa del Palazzo d’inverno” con il simbolico impossessamento del presente (del potere), assomiglia a un grido inarticolato che non sa farsi discorso, e si arresta in un’impasse tragica che si presta a essere declinata, dopo un iniziale Terrore, in disincantati gradualismi variamente autoritari. 

La concezione del mercato come insieme di azioni “libere” e indipendenti, ma spontaneamente convergenti verso l’arricchimento generale della società, e quella di una mente superiore che concentra in sé poteri assoluti in nome dello stesso fine, hanno in comune di essere entrambi soggette al disincanto (più rapidamente la seconda, più lentamente la prima). Cioè entrambi non possono evitare che il fine della dominazione futura dell’uomo sulla natura, che esse ufficialmente perseguono, le rovesci dialetticamente ed esse si rivelino varianti di un unico progetto di dominazione presente dell’uomo sull’uomo. Quest’ultimo è tenuto asservito con la sua complicità, in nome della promessa di soddisfare i suoi bisogni. Essi però, a mano a mano che quelli primari sono soddisfatti, divengono sempre meno ”naturali”, sempre più soggettivi e volubili: anche l’asino, come ho detto, si stanca alla fine di rincorrere la carota che non riesce mai a raggiungere. Specie se della carota non ha poi così urgente bisogno. 

La novità di oggi è che la “Storia” fa sempre meno da naturale collettore di energie sociali verso un convergente scopo futuro. La globalizzazione, la rivoluzione informatica e il passaggio al capitalismo finanziario hanno dilatato il presente e reso obsoleta tanto l’idea di gradualismo quanto quella di rivoluzione.  

Certo le cose hanno ancora bisogno di tempo per avvenire, il loro baricentro però non sta più nel futuro: sta nel presente. Esse “inglobano” il futuro (certo gradualmente, ma con una gradualità interna, funzionale). Il tempo sta nelle cosenelle relazioni sociali – non queste stanno nel tempo: questo era stato, per quanto ancora inviluppata negli ideologismi novecenteschi, la grande novità del ’68, che il nostro autore, come tutti quelli che con esso non hanno mai fatto davvero i conti, interpreta riduttivamente come “epifenomeno dello sbriciolamento individualistico delle tradizionali classi sociali.” 

L’individualismo del ’68 non si può interpretare come una riproposizione di quello classico borghese: ha un senso antigradualista di emancipazione del presente dalla dominazione del futuro. Come tale, prima di degenerare in vario modo nella disperazione o negli evasivi soggettivismi edonistici, portava in sé una formidabile esigenza di plasmare qui e ora, nella “microfisica” delle relazioni quotidiane, nuova giustizia, quindi nuovo potere.  

Ripeto: il tempo sta nelle cose e non le cose nel tempo. Così l’Europa – che secondo me con grossolano semplicismo – Canfora liquida come “internazionale del benessere” – ha bisogno del suo tempo per diventare qualcosa che non è ancora mai stato pensato. L’Europa non potrà essere in nessun modo un dejà vu: sarà solo se avrà capacità di far lievitare l’intreccio di relazioni, di cui è insieme condizione e prodotto, in inedite – più orizzontali che verticali – costellazioni sistemiche. Analogamente, anche “il territorio”, “la città”, hanno bisogno del loro tempo per riconoscersi come sistemi che, producendo originali combinazioni delle loro relazioni, affermano una loro inaudita, presente centralità.

Per leggere gli altri articoli apparsi su questa rivista sui Cento anni del Pci, clicca QUI

“Il partito” e la sua metamorfosi ultima modifica: 2021-03-09T15:57:08+01:00 da ALBERTO MADRICARDO

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