Arte e cultura, risorse fondamentali per un nuovo turismo

Il progetto degli Uffizi - disseminare nella regione opere del museo tenute nel deposito - può essere considerato utile anche per decongestionare calli e campi dall’eccesso di turismo? Un dibattito su ytali.
scritto da FRANCO AVICOLLI
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Italy has a new way to combat overtourism. L’Italia ha un nuovo modo per combattere l’overtourism, racconta Julia Buckley su CNN Travel. La giornalista descrive ed esalta “Uffizi Diffusi”, il progetto di esposizione di opere, conservate nel deposito degli Uffizi di Firenze, in diverse località in giro per la Toscana, che trasforma, come sottolinea l’inviata, “la regione più famosa d’Italia in un grande museo diffuso”. Il progetto è sul modello dell’“albergo diffuso”, di cui si era occupata in precedenza anche l’emittente americana sullo stesso sito dedicato ai viaggi, CNN Travel. Dell’iniziativa toscana, che ha avuto notevole rimbalzo mediatico internazionale, si occupa anche un sito di viaggi tra i più seguiti al mondo, Lonely Planet.

Idea suggestiva. Può essere trasferita e pensata anche per Venezia, per il Veneto? Può essere un modo per contrastare l’overtourism nella città dei Dogi? Oppure lascerebbe la situazione così com’è? C’è, anzi, da chiedersi se idee del genere non abbiano effetti opposti a quelli desiderati, non facciano cioè crescere ancor di più il turismo. Sembrano infatti suggestioni rivolte soprattutto ai viaggiatori più colti e benestanti, una categoria tutt’altro che piccola oggi, che così aumenterebbe ulteriormente. Suggestioni che non sfiorerebbero neppure il turismo di massa e ancor meno quello mordi-e-fuggi, e porterebbero nuovi turisti in località dove (fortunatamente?) sono ancora pochi. E dove poi ne arriverebbero sempre di più, non necessariamente turismo di qualità, inducendo processi speculari di disinvestimento da altre attività finora non turistiche. Ne discutiamo su ytali. Dopo il breve intervento iniziale di Paul Rosenberg, sono intervenuti Franco Avicolli (qui di seguito), Franco MiglioriniAntonella BarettonFrancesco Erbani, Rebecca Ann Hughes.
[G. M.]

La Galleria degli Uffizi di Firenze mette in cantiere Uffizi Diffusi, un progetto con cui le molte opere conservate nei depositi diventano materiale espositivo di un museo diffuso della Toscana. La novità non è di poco conto perché, oltre ogni possibile beneficio pratico, l’iniziativa ha l’importante potenzialità di ampliare l’interesse attorno al bene culturale chiamato a stimolare nuove attività e nuove competenze collegate all’arte e alle filiere di riferimento. È auspicabile che il progetto fiorentino si arricchisca di nuovi contributi capaci di favorire lo sviluppo di un sistema museale attivo, anche nel senso ampio di ricomposizione di più qualità e abilità territoriali in cui l’arte si configura come coordinatore ambientale di qualità e attività diffuse, nell’accezione di motore per ricostruire i contesti con le molte attività che riportano all’arte corrispondente. 

Bisognerebbe avvicinarsi alla musica intesa come arte anche nella valenza di forma alta del complesso delle attività che accompagnano la costruzione e lo studio del suono; e trattare con lo stesso atteggiamento la scultura lignea, quella lapidea e ceramica ricollegandole alle loro complesse filiere del legno, della pietra e dell’argille con i relativi fattori tecnologici e culturali. Il percorso delle filiere delle varie arti appare sempre più una necessità per la sopravvivenza delle stesse arti come valore simbolico di riconoscimento, ma anche come fattore per confermare le comunità urbane di riferimento e, insieme, il complesso di elementi che costruisce la domanda come cifra della qualità ambientale.

Ferdinand du Puigaudeau

Turismo e caduta demografica 

Il tema riguarda molto da vicino il turismo appunto nel rapporto tra qualità della domanda e offerta che, nel caso delle città storiche con grande valore culturale, trasforma queste in semplici contenitori di una domanda indeterminata che svilisce i sistemi territoriali, quel tessuto sociale e urbano costruito su attività specialmente artigianali necessarie non solo per la manutenzione urbana ordinaria, ma anche come collante sociale e stimolo per il rinnovamento. 

Il turismo di massa è strutturale a un’offerta di bassa qualità che ha però il pernicioso effetto di provocare la fine delle attività locali e la progressiva affermazione delle città d’arte come mete del tempo libero.

Venezia è una città emblematica in tal senso ed è il caso di domandarsi se il tanto auspicato ritorno alla normalità non significhi ricominciare dall’esclusività turistica e di massa di cui la pandemia ha evidenziato la debolezza e il pericolo per il futuro di Venezia. 

L’evidenza del problema è visibile proprio nel dato della popolazione e non solo dal punto quantitativo. Gli effetti del turismo sulla popolazione e sul panorama delle attività erano molto evidenti nel mese di gennaio, nel periodo tra la fine delle festività natalizie e l’inizio del carnevale. In tale periodo nel mercato di Rialto chiudevano i due terzi degli esercizi e tale immagine urbana era diffusa in tutta la città, nonché sui vaporini dove era perfino possibile sedersi. L’epidemia si può concepire appunto come un lungo e freddo mese gennaio, ma anche in senso metaforico, perché è davvero sconfortante percepire una città così straordinaria come Venezia nella condizione desolante di un corpo incapace di vivere di vita propria.

Frits Thaulow

Venezia, ambiente e attività 

Credo che sia questa la realtà da cui partire per una normalità veneziana consapevole che il turismo indeterminato porta denari, ma toglie spazio alla vita quotidiana e insieme a quel complesso di attività che vive di Venezia, prende vita dall’esistenza di Venezia come complesso urbano con una grande qualità di vita segnatamente culturale e ambientale. Eppure, si lascia che si produca una progressiva sostituzione delle attività tipiche dell’ambiente lagunare di Venezia, con attività commerciali basate su merci di varia provenienza, ma soprattutto prive di qualità. È accaduto con il complesso delle attività collegate con la condizione lagunare alle quali le università avrebbero dovuto dedicare maggiore attenzione; con l’artigianato della carta e della stampa, con le numerose attività del restauro; una volta – ma non molto tempo fa – le case veneziane erano arredate con vetri di Cenedese, di Barovier o di Seguso, ora quella domanda è scomparsa e bisogna chiedersene il perché. Un tempo c’era un rapporto e anche una contiguità tra pittori e osterie, artigiani, artisti e portuali e credo che questo fosse un preciso segno di qualità ambientale. Il percorso che porta allo spopolamento della città, comunque lo si voglia tracciare, riporta inevitabilmente a una caduta verticale della qualità interna della domanda, alla perdita del rapporto virtuoso tra città e territorio. E non si tratta di una questione astratta perché a Venezia è ancora attivo un nucleo significativo di aziende fra cui ricordo le vetrerie Cenedese, Barovier, Seguso, l’Atelier Nicolao, artigiani del legno come Saverio Pastor o nuove attività artigianali con alto contenuto tecnologico come Micromega Ottica; e non mancano albergatori e ristoratori consapevoli di operare nella qualità della città. Si tratta di protagonisti di successo che sentono il loro forte legame con il grande spessore culturale e storico di Venezia e ne temono la fine.  

Frits Thaulow

Cultura ambientale e turismo di qualità

Bisogna riprendere questo filo e rendersi conto che lo spopolamento della città nasce dalla caduta della sua offerta qualitativa che ha come conseguenza un forte restringimento della platea di attività, la caduta di attenzione per il complesso monumentale e artistico sostituiti dall’indeterminatezza di un reticolo commerciale con nessun vincolo con il senso di Venezia proprio nel senso di esperienza vitale di convivenza e di civiltà. 

Ed è necessario rivedere il rapporto con il turismo proprio nella prospettiva di ricostruzione delle attività tipiche del contesto di riferimento e della sua alta qualità da ricostruire su filiere che partono appunto da ciò che Venezia esprime come valore in chiave globale. In questo senso va rivista l’idea elitaria che ha contrastato il turismo ritenendolo estraneo al valore culturale di Venezia. La città deve poter esprimere proprio nel sistema di accoglienza quella qualità purtroppo delegata a un commercio indeterminato e a servizi troppo schiacciati sull’idea di turismo e cultura come attività del tempo libero.  

Il destino di Venezia non deve essere necessariamente concepito in un contesto che vuole la città come porto dell’economia padana e centro europeo o del turismo invadente e pericoloso delle grandi navi o nell’esclusività di una Biennale sostitutiva dell’antico splendore artistico, ma più semplicemente vetrina artistica internazionale. 

Queste sono le linee tracciate nel passato, una scelta che ha espulso da Venezia popolazione e attività svilendo il tessuto sociale e la sua domanda qualitativa. 

L’arte è quella cosa lì e non è appannaggio delle élite e neppure loro riserva esclusiva ed escludente. Venezia anche è quella cosa lì, non si sfugge. Ed è appunto da quelle cose lì che bisogna ricominciare, dalla pittura o dalla scultura e dall’architettura considerandole anche come attività, lavoro della materia, del legno o della pietra, del colore, del suono; quella cosa lì che fa grande Venezia e stabilisce anche la qualità civile della città. 


in copertina Augusto Giacometti

Arte e cultura, risorse fondamentali per un nuovo turismo ultima modifica: 2021-03-11T16:57:42+01:00 da FRANCO AVICOLLI

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