Bornplatz, Amburgo. Il dibattito sulla ricostruzione della sinagoga

La municipalità della città anseatica, con un buon numero di sostenitori, intende ricostruire la sinagoga distrutta dai nazisti, ma si è aperto un dibattito: è giusto ricostruire ciò che è stato distrutto o il vuoto che ne è rimasto è più eloquente?
scritto da ARIANNA TOMASI
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C’è una piazza vuota nel centro di Amburgo che è diventata il cuore di un dibattito comprensibilmente carico d’emotività: Bornplatz. La piazza in questione si trova nel quartiere di Grindel e, fino a ottant’anni fa, sulla sua superficie sorgeva una sinagoga tra le più grandi e maestose della Germania settentrionale. Costruita nel 1906, fu poi saccheggiata e profanata dai nazisti nella Notte dei Cristalli nel 1938 e infine demolita l’anno seguente. Peraltro imputando i costi della demolizione alla stessa comunità ebraica. 

L’originaria Bornplatzsynagoge di Amburgo

In un primo tentativo di commemorazione, nel 1988, l’amministrazione della città fece intarsiare all’artista Margrit Kahl direttamente sul pavimento della piazza il perimetro dell’antica sinagoga, dedicando la piazza stessa alla memoria del Rabbino ucciso dai nazisti nel 1942, Joseph Carlebach, e apporre delle targhe commemorative sui muri circostanti.

Dopo la sparatoria dell’ottobre 2019 ad Halle, in Sassonia, durante la quale, nel giorno della festa ebraica dello Yom Kippur, un fanatico neonazista aveva aperto il fuoco uccidendo due persone e ferendone altrettante, ad Amburgo si aprì un dibattito e il Senato della città prese una decisione drastica. Nel febbraio 2020 fu approvata all’unanimità la ricostruzione della sinagoga di Bornplatz.   

È dunque partita la Iniziative Wiederaufbau Bornplatzsynagoge (Iniziativa per la ricostruzione della Sinagoga di Bornplatz): è già stato approvato un progetto per la ricostruzione, presentato dal rabbino capo di Amburgo Shlomo Bistritzky, dal sindaco della città Peter Tschentscher e dal vicesindaco Katharina Fegebank. Nel frattempo, il Bundestag ha già stanziato 600.000 euro dal bilancio federale tedesco per lo studio di fattibilità del progetto di costruzione, sostenuto non solo dalla maggior parte degli ottantaquattromila ebrei che vivono in Germania, ma anche da non ebrei. Da questi eventi le polemiche si sono accese, spaccando il dibattito tra coloro che sostengono il progetto e chi si schiera contro.

Il sindaco di Amburgo Peter Tschentscher e il vicesindaco Katharina Fegebank, Foto Daniel Reinhardt /dpa 

Der Spiegel ha rivelato che una compagine di circa quarantacinque cittadini, scienziati, personaggi pubblici e imprenditori si è schierata contro la ricostruzione della sinagoga, temendone soprattutto le conseguenze. Tra questi ci sono il famoso ricercatore sull’antisemitismo ed ex collaboratore del ministero degli affari esteri federale, Moshe Zimmermann, e l’ex ambasciatore di Israele in Germania, Avi Primor. 

La professoressa Galit Noga-Banai dell’Università Ebraica di Gerusalemme ha raccolto le opinioni che ruotano attorno a questi due schieramenti opposti nella ricostruzione della sinagoga. Tra i sostenitori della ricostruzione, scrive Noga-Banai su Haaretz, protagonista è Daniel Sheffer,

un imprenditore locale e membro della comunità ebraica, che ha coniato uno slogan per velocizzare il progetto di ricostruzione nel luogo originario della sinagoga: “Nein zu Antisemitismus, Ja zur Bornplatzsynagoge [No all’antisemitismo, sì alla sinagoga di Bornplatz].

Questo slogan è stato accolto da politici e figure pubbliche, tra cui i già citati Rabbino Capo Shlomo Bistritzky e il vicesindaco di Amburgo Katharina Fegebank, che è anche la responsabile della vita ebraica ad Amburgo. 

Da un lato, spiega la professoressa, lo slogan è evocativo, solleva questioni morali e, mantenendosi in linea con la correttezza politica, ha il principale obiettivo di combattere la crescente ondata di antisemitismo con un’illustre architettura e servirà a ricordare la sconfitta del Nazismo e l’attuale perseveranza della vita comunitaria ebraica della città. 

Dall’altro lato, però, s’interroga Noga-Banai, se quest’impresa sarà completata,

cancellerà un’opera d’arte esistente che permetterà di perpetuare la memoria della distruzione della sinagoga […] il mosaico comunica e commemora la ferita aperta dell’assenza dell’edificio e, attraverso di esso, l’assenza di ciò che un tempo era una delle comunità ebraiche più fiorenti dell’Europa orientale.  

A dire il vero, non è la prima volta che, in Germania, ci si pone la domanda “Come commemorare un luogo di culto distrutto?”. Noga-Banai ricorda l’esempio della chiesa dedicata al Kaiser Guglielmo a Berlino: costruita dal nipote, Guglielmo II, negli anni Novanta dell’Ottocento, essa fu gravemente danneggiata durante un raid aereo nella seconda guerra mondiale. E le rovine sono ancora oggi presenti, a testimonianza dell’allora gloriosa chiesa in una delle principali vie della capitale e simbolo potente delle conseguenze della guerra nel panorama urbano. 

Mentre le sinagoghe attualmente presenti nel territorio tedesco sono circa centrotrenta, rispetto alle quasi duemilaottocento esistenti prima del 1933, anche oltre i confini tedeschi numerose sono le battaglie delle personalità ebraiche per ripristinare antichi luoghi di culto. Come le sinagoghe nelle alture del Golan o l’arco che abbraccia la Sinagoga Hurva nel quartiere ebraico della Gerusalemme antica, il cui nome “hurva” significa “rovina” in ebraico. Costruita agli inizi dell’Ottocento ma demolita poco dopo per problemi finanziari, fu ricostruita nel 1864 salvo essere nuovamente distrutta durante la guerra d’indipendenza del 1948. I numerosi progetti per la ricostruzione della sinagoga si susseguirono per anni senza essere però mai approvati. 

La Sinagoga Hurva nel Quartiere ebraico della città vecchia di Gerusalemme

Solo nel 1977 si riuscì a costruire una replica di uno degli archi di pietra, alto sedici metri, che sostenevano il secondo piano della sinagoga originaria. E quest’arco divenne emblematico, tant’è che, ricorda la professoressa Noga-Banai, “per circa tre decenni, quel luogo fu definito da quest’arco. Nella memoria visiva di una generazione, l’arco simbolizzava la sinagoga demolita, la guerra e la tragica storia del Quartiere Ebraico”.

Tuttavia, sebbene nel 2010 la replica della sinagoga fu completata e inaugurata,

non c’era alcun segnale fisico per commemorare il trauma della guerra e la complessa storia del Quartiere Ebraico, anzi [la sinagoga] portava con sé il rischio della cancellazione dalla memoria collettiva. Ciò che importava ai politici e ai funzionari era stabilire una presenza ebraica nello skyline di Gerusalemme e aggiungere una cupola bianca ebraica alla dorata Cupola della Roccia e alle doppie cupole grigie della chiesa del Santo Sepolcro. Questa decisione miope ha trascurato il fatto che un singolo arco portava con sé più presenza e più storia di quanto l’edificio completata potrà mai fare.

Il paragone con il mosaico della sinagoga di Bornplatz è naturale: proprio come l’arco della sinagoga Hurva, l’opera d’arte che ricalca il perimetro della sinagoga di Bornplatz commemora una distruzione evidenziandone lo spazio vuoto ma verrebbe eliminata se una “nuova” sinagoga fosse eretta. 

Il mosaico del perimetro della sinagoga in Bornplatz realizzato dall’artista Margrit Kahl. Fonte: Photo Pavement Mosaic Joseph-Carlebach-Platz (Bornplatz)

L’attuale mosaico di ciottoli creato da Margrit Kahl in Bornplatz riflette un movimento di artisti tedeschi che, negli anni Ottanta, temevano che gli orrori nazisti fossero presto relegati al passato. Per questo, crearono dei veri e propri “anti-monumenti”, visibili in superficie e anche sottoterra. Esempi di questa corrente artistica, ricorda la professoressa Noga-Banai, sono la Fontana Aschrott nella città di Kassel, la colonna che affonda ad Harburg, monumento simbolo contro il Fascismo, la Biblioteca Vuota in Bebelplatz a Berlino e le Stolpersteine (pietre d’inciampo) di Gunter Demnig, blocchi di pietra ricoperti d’ottone su cui sono intagliati i dati delle vittime dei nazisti.

Elementi indubbiamente evocativi che, sebbene non “megalomani come il Memoriale di Berlino per gli Ebrei d’Europa”, come dice la studiosa, riescono a parlare alle genti e a far pensare a coloro che vivevano in quegli stessi luoghi e lì avevano perso la vita. 

La professoressa Noga-Banai racconta inoltre di aver vissuto per un semestre accademico nel convitto del campus ad Amburgo: all’entrata dell’università vi sono undici placche commemorative di insegnanti, studenti, membri del movimento di resistenza antinazista Rosa Bianca. Di questi undici, quattro si tolsero la vita, sei furono uccisi e uno morì di tubercolosi mentre era detenuto. Il “pavimento” della sinagoga ha una connessione diretta con le pietre commemorative disposte in tutta la città:

permettono di immaginare la comunità e la sua vita quotidiana prima che venissero distrutte dalla guerra. Non si vedono nello skyline della città, ma hanno un impatto del tutto maggiore sulla coscienza della città. 

La posizione della professoressa è quindi netta e decisa:

strutture alte ed elaborate non incentivano necessariamente la memoria; in realtà consentono alla popolazione di dimenticare. I monumenti bassi [al contrario] acuiscono non soltanto il senso di perdita delle vittime ma anche della grande perdita per la Germania intera. Lo slogan “No all’antisemitismo, sì alla sinagoga di Bornplatz” non è soltanto inappropriato, è sbagliato. 

Il dibattito allora rimane: cancellare i traumi della guerra, della devastazione e dell’annientamento più totale ricostruendo ciò che esisteva prima, nelle stesse forme e volumi, oppure ricordare quel passato doloroso attraverso una ferita aperta che comunica proprio grazie al vuoto lasciato da quella distruzione?

Bornplatz, Amburgo. Il dibattito sulla ricostruzione della sinagoga ultima modifica: 2021-03-12T15:01:51+01:00 da ARIANNA TOMASI

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