Dall’Europa una “zona di libertà” contro la crociata omofoba

L’Eurocamera ha adottato un’importante risoluzione a tutela dei diritti LGBTIQ. Ora la palla passa alla Commissione.
scritto da MATTEO ANGELI
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Dal 2019 a oggi, un terzo delle municipalità polacche si sono autodichiarate “zone libere da LGBTIQ” o “zone libere dall’ideologia LGBTIQ”. Una definizione raccapricciante, che ricorda lo Judenfrei – libero da ebrei – della Germania nazista. Chiesa cattolica e destra sovranista – il partito di maggioranza, Prawo i Sprawiedliwość (Diritto e giustizia) – marciano mano nella mano in questa crociata omofoba nel cuore d’Europa. 

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La mente dietro le risoluzioni omofobe adottate da più di cento autorità regionali e locali è Ordo Iuris, un’organizzazione ultraconservatrice e cattolica. Con queste risoluzioni, le municipalità e regioni polacche si oppongono alla visibilità della comunità LGBTIQ nello spazio pubblico. Le persone omosessuali, bisessuali e transessuali non si sentono al sicuro. Un clima d’odio è incoraggiato e sostenuto dai massimi vertici politici. Il presidente Andrzej Duda è stato rieletto la scorsa estate dopo una campagna in cui ha dipinto le organizzazioni per i diritti LGBTIQ come il nemico numero uno, accusate di essere “una minaccia per la famiglia” e “un’ideologia più pericolosa del comunismo”.  

In rosso i voivodati, distretti e comuni polacchi che hanno approvato leggi anti-LGBTIQ (Fonte: Wikipedia)

Di fronte a queste violazioni dei diritti umani fondamentali, l’Unione europea non è rimasta a guardare. Già a fine luglio, la Commissione europea ha deciso di non allocare i fondi previsti per sei città che si erano autodefinite “libere da LGBTIQ”. Una misura che ha aperto la strada all’adozione in novembre di un meccanismo che, per la prima volta nella storia, rende la distribuzione dei fondi europei dipendente dal rispetto dello stato di diritto. Un sistema la cui efficacia verrà probabilmente messa alla prova nei prossimi mesi. 

L’Unione europea non si è mossa solo come istituzione. Anche alcune capitali sono intervenute per accendere i riflettori sulla Polonia. In particolare, il segretario di stato francese agli Affari europei, Clément Beaune, in occasione del suo coming out pubblico di qualche mese fa, ha promesso che avrebbe visitato le “zone libere da LGBTIQ”. Una promessa non mantenuta, perché, in occasione del suo viaggio in Polonia di qualche giorno fa, le autorità del posto lo hanno dissuaso dal compiere questo gesto, dicendo che non sarebbe stato opportuno a causa della situazione sanitaria legata alla pandemia. 

L’eurodeputato bretone Pierre Karleskind, relatore della risoluzione del Parlamento europeo sulla “Proclamazione dell’UE come zona di libertà LGBTIQ”

Un altro francese, l’eurodeputato Pierre Karleskind, anch’egli esponente de La République en Marche, il partito del presidente Macron, ha promosso una risoluzione in Parlamento europeo che, di tutta risposta a quanto fatto in Polonia, dichiara l’Europa “una zona di libertà per le persone LGBTIQ”. Il documento è stato approvato dall’Eurocamera questo giovedì, a grande maggioranza, con quattrocentonovantadue voti favorevoli, centoquarantuno contrari e quarantasei astensioni. 

Il testo approvato dal Parlamento europeo non denuncia solo la situazione in Polonia, ma nota come anche in Ungheria le cose stiano peggiorando. Nel novembre 2020, infatti, la città ungherese di Nagykáta ha adottato un regolamento simile a quelli polacchi che vieta la “diffusione e la promozione della propaganda LGBTIQ”. Ancora peggio, qualche mese prima, in maggio, il parlamento ungherese ha votato a favore di un disegno di legge che sostituisce la categoria mutabile del “sesso” sul registro civile con quella immutabile del “sesso assegnato alla nascita”. In questo modo, l’Ungheria ha reso di fatto impossibile il riconoscimento legale del genere, ovvero il processo con cui le persone transgender e intersessuali possono conformare i loro documenti alla loro identità di genere. 

Le persone LGBTIQ in tutta l’Unione europea dovrebbero godere della libertà di vivere e mostrare pubblicamente il proprio orientamento sessuale, l’identità di genere, l’espressione di genere e le caratteristiche sessuali senza temere di essere soggette a episodi di intolleranza e discriminazione o di essere perseguite per tali motivi,

sostiene la risoluzione del Parlamento europeo, che riconosce come ci sia ancora tanta strada da fare, non solo in Polonia, ma in tutto il continente. Tra le altre cose, il documento approvato nota come finora solo due stati membri, Malta e Germania, abbiano vietato le “terapie di conversione” o di “riorientamento sessuale” sui minori di diciott’anni. 

Tutto ciò ha una grande importanza simbolica. Fa parte del contrattacco delle istituzioni europee di fronte alla crociata omofoba delle destre nazionaliste. Già lo scorso settembre, durante il suo primo discorso sullo stato dell’Unione, la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, era stata chiara

Essere se stessi non è un’ideologia, è la vostra identità. E nessuno potrà mai togliervela. 

Disse allora von der Leyen riferendosi alla comunità LGBTIQ.

Le zone “senza persone LGBTIQ” sono senza umanità e non hanno posto nella nostra Unione,

aggiunse.

Il Parlamento, con la sua risoluzione, chiede ora alla Commissione di passare all’azione, di adottare tutti gli strumenti possibili per fermare le violazioni dei diritti fondamentali, come il già citato meccanismo che collega l’erogazione dei fondi europei al rispetto dello stato di diritto o l’articolo 7 del trattato sull’Ue – noto come opzione nucleare, perché sospende i diritti d’adesione all’Ue in caso di violazioni gravi e persistenti dei principi dell’Unione. 

Il governo polacco ha denunciato la risoluzione, affermando che la Polonia, in quanto stato sovrano e società più conservatrice di molti stati dell’Europa occidentale, ha il diritto di difendere quelli che definisce i valori legati alla famiglia tradizionale, retaggio di una tradizione profondamente cattolica. 

Bruxelles deve respingere al mittente le accuse di ingerenza. Il virus dell’omofobia, della bifobia e e della transfobia non è mai stato del tutto estirpato dal continente e il caso polacco e quello ungherese sono là a ricordarci che anche nel cuore d’Europa la situazione può rapidamente degenerare. Giocare la carta dell’odio contro gay, lesbiche, bi e trans paga ancora politicamente: le destre lo sanno bene e aizzano i loro elettori contro i capri espiatori, facendo riferimento a quella che chiamano difesa della sovranità, della cultura nazionale, per continuare a giustificare la discriminazione. 

 

È una lotta di civiltà che, proprio in quanto tale, va oltre i confini nazionali. Polonia e Ungheria sono solo la punta dell’iceberg. Repubblica Ceca, Finlandia, Lettonia, Romania e Slovacchia richiedono ancora che le persone trans siano sterilizzate prima di avere accesso al riconoscimento legale del genere. Entrando in Bulgaria, il figlio di una coppia dello stesso sesso rischia di perdere uno dei genitori, perché secondo le autorità locali il certificato di nascita non può riportare due padri o due madri. Bulgaria, Polonia, Slovacchia, Romania, Lettonia e Lituania non prevedono alcun tipo di unione tra persone dello stesso sesso. Ma anche nei Paesi Bassi, primo paese al mondo a legalizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso nel 2001, alcune scuole hanno il diritto – in nome della libertà d’educazione e della libertà religiosa – di chiedere ai genitori di firmare una dichiarazione che rifiuta lo “stile di vita omosessuale”. 

L’Europa purtroppo è ancora lontana dall’essere una “zona di libertà” per le persone LGBTIQ. Questo però non è un motivo per arrendersi, ma per combattere con ancora più determinazione. La posta in gioco è l’anima di un continente spaccato tra progresso e oscurantismo. 

Dall’Europa una “zona di libertà” contro la crociata omofoba ultima modifica: 2021-03-14T19:55:52+01:00 da MATTEO ANGELI

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