Tempi di Covid. Dall’amortalità alla mortalità

La morte, accantonata, anestetizzata, allontanata, ritorna, presenza inattesa quanto sgradita per una società che aveva dimenticato il memento mori.
VITTORIO FILIPPI
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L’evoluzione positiva della speranza di vita alla nascita tra il 2010 e il 2019, pur con evidenti disuguaglianze geografiche e di genere, è stata duramente frenata dal Covid-19 che ha annullato, completamente nel Nord e parzialmente nelle altre aree del Paese, i guadagni in anni di vita attesi maturati nel decennio. Nel Nord la speranza di vita passa da 82,1 anni nel 2010 a 83,6 nel 2019, per scendere nuovamente a 82 anni nel 2020. Nel Centro passa da 81,9 nel 2010 a 83,1 anni nel 2020 e nel Mezzogiorno da 81,1 a 82,2 anni, con perdite meno consistenti nell’ultimo anno (rispettivamente -0,5 e -0,3 anni). È un arretramento non ancora concluso, e che richiederà tempo per essere pienamente recuperato.

Sono le parole dell’Istat che descrivono con la sintesi dei numeri il disastro demografico e umano prodotto dalla pandemia. Ma dietro i numeri c’è il riapparire della morte, il riaffacciarsi beffardo di Thánatos, figlio della Notte e fratello di Ipno, il dio del sonno.

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Certo, non è che in questi ultimi anni avessimo raggiunto l’immortalità, ma “l’amortalità” sì, per usare il neologismo di Catherine Mayer per definire quella crescente massa di anziani che però non si percepiscono anziani, in nome del vitalismo longevo e giovanilistico. D’altronde la tendenza – almeno in Italia – era demograficamente chiara: dal 1951 a oggi la popolazione italiana è cresciuta del 27 per cento, ma gli anziani (65 e più) del 254 e i grandi anziani (80 e più) del 749 per cento, con relativo affollamento del segmento dei centenari, l’avanguardia di quella longevità sperata o sognata. E in effetti in dieci anni i centenari sono passati da 11mila a 14mila tanto che l’Istat nel 2019 ha dedicato un approfondimento sul tema.

1 Non riesco a crederci, a questo studio, dice che i vecchi sono più felici dei giovani. 2 In effetti, è una cosa che i vecchi sanno da tempo. 3 Ho visto un altro studio che dice che gli uomini sono più felici delle donne. Mi chiedo: ma che roba è? 4 Mi chiedo!!

Come in un crudele gioco dell’oca la speranza di vita arretra inopinatamente e si ritorna indietro di alcune caselle. Nessuno l’aveva previsto. La morte, accantonata, anestetizzata, allontanata, ritorna, presenza inattesa quanto sgradita per una società che aveva dimenticato il memento mori. Ritorna essenzialmente con tre caratteristiche. 

La prima è che l’evento rompe inaspettatamente quella rassicurante tendenza longeva che davamo tranquillamente per acquisita, confidando acriticamente nella scienza e dimenticando i limiti della biologia (e l’insegnamento di Chronos, che sempre divora i suoi figli). 

In secondo luogo, gli ottantenni, la cosiddetta quarta età, quella che aveva goduto della longevità inaspettata degli ultimi anni, gli uomini e le donne che hanno fatto la ricostruzione e il boom del paese, sono stati le principali vittime della pandemia costituendo i tre quarti dei decessi e mostrando come l’Italia nascondesse dietro la longevità una grande e strutturale fragilità, una sorta di lato oscuro della vita lunga. Che suggerisce come vada ribaltato il copione dell’evoluzione: non vivere più a lungo, ma restare in buona salute più a lungo. 

1 Cosa c’è da ridere? 2 Mi torna in mente una cosa divertente. 3 Riguarda me? Meglio di no, eh. No. 4 E perché no?

In terzo luogo, buona parte dei decessi da coronavirus sono stati decessi all’insegna della solitudine e dell’incompiutezza. Una cosa è certa: esiste per tutti una notte, nel cui desolato abbandono non giunge alcuna voce, esiste una porta, attraverso la quale possiamo transitare esclusivamente da soli. Ogni paura imperante nel mondo è in definitiva paura di questa tremenda solitudine. La morte è la solitudine per antonomasia. Ma l’orrenda solitudine in cui nemmeno l’amore riesce più a penetrare, è davvero l’inferno. La solitudine del morente, come c’insegna Norbert Elias, è pertanto la ragione dell’angoscia, radicata nel fatto stesso che l’essere è gettato allo sbaraglio, eppure deve egualmente esistere, anche trovandosi costretto ad affrontare l’impossibile come la morte. Inoltre i riti funebri sono stati cancellati, ma dei riti non si può antropologicamente fare a meno, perché le emozioni che sottendono sono scritte con un’identica grammatica. Cancellare i riti funebri, per chi resta, vuol dire non potersi sottrarre al caos che annulla ogni significato e stare sospesi in un sospiro inconcluso. 

1 Nelson, sei seduto sulla mia poltrona. 2 Sai che succede a chi siede sulla poltrona preferita del nonno? 3 Comincia a diventare vecchio come me. 4 Oh, guarda qua, vedo già un po’ di calvizie sulla testa.

Indebolitasi l’escatologia cristiana, sono emersi dei “diritti del morire”: l’eliminazione del dolore, la scelta di come lasciare questo mondo, il sapere quando giungerà la fine, il mantenere il controllo su cosa avverrà, l’avere un ambiente massimamente familiare, domestico, intimo. Infatti dal 2009, in Italia, aumentano i decessi in casa o nelle residenze per anziani. Ma la pandemia ha ridotto questi diritti, soprattutto negando al morente e ai suoi cari quell’accompagnamento a tutto tondo che, solo, sa rendere il distacco meno incomprensibile e inaccettabile.

Tempi di Covid. Dall’amortalità alla mortalità ultima modifica: 2021-03-16T17:59:20+01:00 da VITTORIO FILIPPI

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