Israele. Un grande assente alle urne: l’amico americano

Sei giorni alle elezioni anticipate: le quarte in due anni, imposte dal premier più longevo nella storia d’Israele. Stavolta, però, non potrà godere del sostegno di Trump. Al suo posto c’è Biden, che non sarà mai un presidente con la “kefiah”, ma il suo essere filoisraeliano non significa essere ideologicamente, oltre che politicamente, pro-Netanyahu, come lo era il suo predecessore.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI
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Sei giorni ancora, e poi Israele batterà il record mondiale di elezioni anticipate: le quarte in due anni. Le prime nell’era del Covid-19. Elezioni imposte dal premier più longevo nella storia d’Israele: Benjamin “Bibi” Netanyahu. Vincere per godere dell’immunità di fronte alla legge. Il quarto tempo della partita della vita per il leader del Likud. Stavolta, però, non potrà godere del sostegno del suo amico e sodale alla Casa Bianca: Donald Trump. Al suo posto, infatti, c’è un presidente, Joe Biden, che il dossier israeliano (e palestinese), lo conosce molto bene. Biden, sia chiaro, non sarà mai un presidente con la “kefiah”, ma il suo essere filoisraeliano non significa essere ideologicamente, oltre che politicamente, pro-Netanyahu, come lo era il suo predecessore.

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A darne conto, in un interessante op-ed per il New York Times, è Shmuel Rosner, editor del sito israeliano di data-journalism TheMadad.com, senior fellow presso il Jewish People Policy Institute. 

Il 23 marzo, Israele si recherà alle urne per la sua quarta elezione

Considerate due cicli elettorali dell’ultimo decennio. Nel 2015, pochi giorni prima che gli israeliani votassero, il primo ministro Benjamin Netanyahu visitò Washington e parlò davanti al Congresso della minaccia dell’Iran. Il signor Netanyahu ha reso la sua feroce opposizione al presidente Barack Obama e al suo accordo sull’Iran centrale per la sua campagna. Quattro anni dopo, quando Israele è entrato nel suo attuale lungo ciclo di ripetute elezioni, Netanyahu ha affisso la sua immagine accanto a quella del presidente Donald Trump su un grattacielo che domina l’autostrada principale di Tel Aviv. Questa volta il suo obiettivo era rendere l’America una caratteristica centrale della sua campagna, evidenziando la sua vicinanza al presidente. In entrambi i casi, la messaggistica politica era perfetta.

Netanyahu non è stato il primo politico israeliano a fare del presidente americano una questione elettorale. Il primo ministro Ehud Olmert è stato aiutato dal presidente George W. Bush. Il primo ministro Ehud Barak è stato eletto con l’appoggio dell’amministrazione del presidente Bill Clinton.

Perché i presidenti americani sono così centrali nelle elezioni in un paese così lontano da Washington? In primo luogo, perché gli israeliani vedono gli Stati Uniti come una pietra miliare della sicurezza del loro paese. E mentre la fiducia degli israeliani nell’alleanza si è un po’ erosa negli ultimi anni, la capacità dei loro leader di capire, discutere e confrontarsi con i leader di Washington è ancora importante. In secondo luogo, ciò che accade in Israele conta anche per l’America; la politica israeliana è anche parte della strategia di Washington per il Medio Oriente.

Ma in vista delle elezioni di questo mese, non c’è stato né un abbraccio del presidente Biden né un ripudio di lui. E questo non è per una mancanza di opportunità. Sono passate quasi quattro settimane tra l’insediamento di Biden e la sua prima chiamata al primo ministro israeliano. Questo è stato visto da molti come un affronto. Ma quando questo mese è stato chiesto al signor Netanyahu perché il signor Biden era così in ritardo per chiamarlo, il primo ministro non ha cercato di convincere gli elettori che in realtà il signor Biden era il suo migliore amico, né ha cercato di sostenere che il signor Biden era un grande nemico che minacciava la sicurezza di Israele. Ha liquidato la domanda con alcune affermazioni generiche e ha proseguito.

E ancora

I principali rivali del signor Netanyahu, Yair Lapid, Naftali Bannett e Gideon Sa’ar, sono stati anche esitanti a cogliere la questione, o i primi segni di disaccordo tra Washington e Israele sull’Iran come prova che il primo ministro non è adatto a mantenere Israele sicuro.

C’è una spiegazione semplice, e una più complicata, per questa insolita assenza. In primo luogo, la semplice: Gli israeliani non sanno ancora se il signor Biden si dimostrerà un amico, come il suo predecessore, o una spina nel fianco, come il presidente che ha servito in precedenza. Il signor Netanyahu non può ancora opporsi a lui perché finora non ha fatto nulla di discutibile, e alienare la Casa Bianca senza una buona ragione è oltre il limite anche per un cinico come il signor Netanyahu. È vero anche il contrario: Il signor Biden non ha ancora dimostrato di essere amico di Israele come presidente, e quindi i rivali del primo ministro devono stare attenti a non ritrarsi come suoi ammiratori.

La spiegazione più complicata riguarda l’interesse dell’America nel Medio Oriente e la relativa irrilevanza del paese per molto di ciò che sta accadendo nella regione. Gli Stati Uniti non hanno avuto successo nella loro ricerca a metà per contenere l’espansione iraniana; sono mancati in azione nella guerra civile siriana; hanno scommesso su cavalli sbagliati durante la cosiddetta primavera araba; hanno alienato i sauditi, lasciato che la Russia prendesse il controllo della Libia e non hanno fatto nulla di valido per risolvere la questione palestinese. La lista continua.

Infatti, l’unico vero risultato degli Stati Uniti nella regione negli ultimi anni è l’accordo Abraham, l’accordo di normalizzazione tra Israele e i paesi arabi del Golfo, che è stato orchestrato dall’amministrazione Trump. Ma questa mossa significativa è stata raggiunta non come un trionfo della politica americana tradizionale, ma perché la diplomazia americana era in licenza – temporaneamente occupata dalle truppe rivoluzionarie dell’amministrazione Trump.

Se i leader americani sono semplicemente stanchi di essere coinvolti nell’infinito processo politico di Israele, non posso biasimarli del tutto. Anche noi israeliani siamo tutti stanchi. Vorremmo tutti una piccola pausa. Eppure, un’elezione israeliana senza l’America come rumore di fondo è inquietantemente strano. È un’altra prova che l’America è meno interessata al paese che molto dipende dal suo sostegno? Siamo stati declassati?

In più di un modo, la politica dell’amministrazione Biden sembra muoversi lungo una traiettoria che presuppone un ruolo meno centrale per gli affari del Medio Oriente nella politica estera americana. Quindi è molto probabile che i bisogni di Israele stiano diventando meno urgenti e che chi guida Israele conti meno agli occhi degli Stati Uniti. In tal caso, la domanda elettorale corretta per gli israeliani non è più “Quale leader potrebbe trattare meglio con l’America?” ma “Quale leader può gestire meglio senza l’America?”.

Naftali Bennett, a destra, in campagna elettorale

Resta il fatto che, a sei giorni dal voto, la partita per il premierato si gioca a destra. E a sfidare Netanyahu e, secondo gli analisti a Tel Aviv, il giovane e ambizioso leader di Yamina: Naftali Bennett. 

Bennett è il “nuovo eroe” estremista, il “tecno colono” diventato uno degli uomini più ricchi d’Israele dopo aver venduto, nel 2006, per 145 milioni di dollari, Cyota, un’azienda informatica contro le frodi, che il giovane Naftali, allora ventiquattrenne, aveva fondato nel 1996. 

Bennett è l’immagine riuscita, del “falco” del Terzo Millennio, di fronte al quale anche il “duro” Netanyahu sembra trasformarsi in una “colomba”. Anche i suoi acerrimi avversari gli riconoscono la capacità di aver saputo coniugare modernità (tecnica e linguaggio della comunicazione ) e tradizione (contenuti e riferimenti storico-ideologici). E su questa base si è spinto a evocare “una Primavera dei valori ebraici”, conquistando consensi anche tra i giovani laici di Tel Aviv.

Non può fare a meno della sua “appendice tecnologica”, l’iPhone, Nei suoi discorsi, ama citare una massima di Roosevelt: “Parla con dolcezza e portati dietro un grosso bastone”. Sul futuro degli insediamenti, Bennett ha idee molto chiare, che esprime senza girare intorno al concetto: “Non possiamo esistere senza la Giudea e la Samaria (il nome biblico della Cisgiordania, ndr)”. Il suo piano è di annettere il sessanta per cento della Cisgiordania (la parte attualmente sotto controllo israeliano) offrendo ai cinquantamila palestinesi che vi risiedono la scelta tra la cittadinanza o andarsene.

il “tecno-colono” è stato dei più tenaci ispiratori della contestata legge su “Israele, Stato della nazione ebraica”. Durante l’infuocato dibattito parlamentare, aveva rimarcato che “la determinazione paga”.

Ai nostri amici dell’opposizione che si sono mostrati sorpresi che un governo nazionalista abbia passato una legge a beneficio degli insediamenti vogliamo dire che questa è la democrazia,

aveva tagliato corto Bennett.

Naftali Bennett in campagna elettorale

Per lui una cosa è certa: “Non c’è spazio nella nostra piccola ma stupenda terra dataci da Dio per un altro Stato”, aveva scandito Bennett, nel suo primo discorso alla Knesset (12 febbraio 2013). Da soldato, ha affermato guardando dritto negli occhi il suo intervistatore in un noto talk show televisivo israeliano, “disobbedirei all’ordine di sgomberare un insediamento”. E a dirlo, è uno che ha alle spalle il grado di capitano nelle unità di élite, Sayeret Matkal e Maglan, dell’esercito israeliano.

Non conosce mezze misure, il “tecno-ministro”. Per lui ogni mezzo è lecito se è funzionale a perseguire l’obiettivo supremo: colonizzare e impedire la nascita di uno Stato palestinese sovrano e con un territorio omogeneo, anche se minuscolo.

Su queste basi, apparirebbe improponibile il solo pensare che un elettore di sinistra, di ciò che resta di essa, possa interrogarsi se non augurarsi che dopo il 23 marzo a Balfour Street, residenza ufficiale del Primo ministro d’Israele, nel cuore di Gerusalemme, possa infilarsi il tecno-colono. Eppure, in molti non solo lo pensano ma addirittura se lo augurano. Certo, non voteranno mai Yamina, ma pur di porre fine all’era Netanyahu sono disposti a tutto, anche a ingoiare il “rospo Bennett”. Inteso come “male minore”. Il che è tutto dire.

Merav Michaeli

Quanto ai partiti della fu sinistra, la loro è pura lotta di sopravvivenza. Gli ultimi sondaggi danno il “new Labour” della leader femminista Merav Michaeli in risalita ma sempre attorno ai sei-sette seggi. Più drammatica e incerta è la sorte del Meretz, la sinistra sionista israeliana, sionista e pacifista. Il partito dei grandi scrittori – a votarlo sono stati Amos Oz, Abraham Yehoshua, David Grossman – e intellettuali di prima grandezza – uno tra i tanti, lo storico Zeev Sternhell, recentemente scomparso – rischia di non superare la soglia di sbarramento del 3,25 per cento e dunque restare fuori dalla Knesset (il parlamento israeliano). Un’eventualità che ha spinto Haaretz, il quotidiano progressista di Tel Aviv, a pubblicare un editoriale redazionale, che si conclude così:

Meretz ha un ruolo importante nell’alzare una voce chiara e forte contro l’occupazione e gli insediamenti, proprio perché è ancora fondamentalmente un partito sionista. Anche senza le differenze personali tra Michaeli, il leader di Meretz Nitzan Horowitz e le opinioni dei membri del partito nel resto dei loro roster, c’è una differenza fondamentale nelle idee e nelle istituzioni che rappresentano e nella loro capacità di manovra nella sfera sempre più stretta del discorso pubblico. Se il Meretz non sarà alla Knesset, solo la Joint List rappresenterà il dibattito sull’occupazione e la tutela delle organizzazioni che la combattono. Ma sebbene vari partiti stiano ora corteggiando gli elettori della Joint List, il partito è sottoposto a una campagna di delegittimazione contro le sue posizioni sugli affari di governo. In questa situazione, senza Meretz, la voce della sinistra sionista alla Knesset sarà messa a tacere.

Un manifesto elettorale di Ayman Odeh, leader della Joint List
Israele. Un grande assente alle urne: l’amico americano ultima modifica: 2021-03-17T19:04:48+01:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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