La peste nei documenti di un notaio. 4 secoli fa, come fosse oggi con Covid

444 anni dividono il tempo trascorso dall’epidemia che colpì Venezia nel 1575 all’attuale pandemia. Leggendo il manoscritto di Rocco Benedetti notaio ecco che gli avvenimenti del passato diventano oggi attualissimi e sorprendenti.
BARBARA MARENGO
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Quattrocentoquarantaquattro anni sono il tempo trascorso dalla peste che colpì Venezia nel 1575 all’attuale pandemia di Covid-19. E leggendo il manoscritto di Rocco Benedetti notaio ecco che gli avvenimenti del passato diventano oggi attualissimi e sorprendenti. Ce ne rendiamo conto leggendo Venezia 1576, la peste. Una drammatica cronaca del Cinquecento a cura di Donatella Calabi, Luca Molà, Simone Rauch ed Elena Svalduz (Cierre edizioni), nell’ambito dell’Associazione Progetto Rialto della quale gli autori sono promotori, sodalizio che dal 2019 valorizza e divulga la storia del patrimonio culturale della zona del mercato di Rialto, una storia veneziana e internazionale che va preservata e tutelata in tutti i suoi aspetti, artistici, economici, sociali oltre che storici.

Quanti sono i notai che dopo oltre 400 anni sono ricordati per documenti d’archivio talmente attuali da sembrare scritti oggi? Se ce ne sono, Rocco Benedetti – con “cancello” (postazione di lavoro) a Rialto dal 1556 al 1582 – è il loro campione. Attraverso le sue parole, da testimone degli avvenimenti luttuosi e tragici che videro morire a Venezia 50.726 persone (tra le quali Tiziano Vecellio) per colpa della peste in due anni di contagio (1575-77), la storia di ieri si presenta sotto i nostri occhi in questo oggi altrettanto luttuoso e tragico, dopo oltre un anno di pandemia. Sorprendente la cronaca di Benedetti, giunta a noi grazie ai documenti manoscritti conservati presso la biblioteca del Museo Correr di Venezia e la biblioteca Civica di Verona che i responsabili del Progetto Rialto hanno voluto pubblicare in un momento tanto difficile per l’intero Pianeta Terra; testo corredato da una copiosa bibliografia di documenti d’archivio. Il racconto del notaio era stato la base per un volume uscito nel 1978 per Neri Pozza: Peste e società a Venezia nel 1576 dello storico Paolo Preto.

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Emergenza di quattrocento anni fa e di oggi, in una città come Venezia che fa parte del sistema-Pianeta: Venezia fragile e assediata da mille allarmi, ma che il 25 marzo compie ben 1600 gloriosissimi anni e può rappresentare un esempio per il suo passato e il controverso presente, come laboratorio per una nuova civiltà. Occasione per ricordare come Venezia dal 12 novembre 2019, giorno dell’aqua granda, non si sia più ripresa socialmente ed economicamente, e come la pandemia mondiale si sia inserita drammaticamente sulla realtà locale dimostrando ancora una volta che nessuno si salva da solo. Indicativa la citazione da parte degli autori del romanzo di Amitav Ghosh L’isola dei fucili (Venezia, in arabo chiamata “El Bondoukia”, ovvero città dei fucili), dove l’effetto dei cambiamenti climatici porta l’autore indiano a identificare “la città lagunare come rappresentazione del disordine del nostro tempo, dello sconvolgimento”.

I Novi avisi di Venetia (La peste e la stampa. Venezia XVI e XVII secolo di Sabrina Minuzzi, Marsilio) redatti con minuzia dal notaio Benedetti rappresentano una testimonianza incredibilmente attuale se comparata con quel che accade ahimè durante il contagio di oggi, nelle stesse calli, campi, case e palazzi veneziani. Il notaio occupava il suo posto di lavoro a Rialto, luogo privilegiato per contatti con mercanti, uomini d’affari, banchieri, e dobbiamo immaginarlo aggirarsi per le calli dei sestieri, per redigere testamenti legati alla dilagante pestilenza. Pestilenza che nonostante “alquante orationi” in due anni ridusse di un terzo la popolazione veneziana, una “livella” che colpì ogni strato sociale della popolazione anche se in prevalenza i più poveri, e “come spirito invisibile se ne entrò… riempiendo tutti di spavento e di pericolo di morte”. Quindi, dopo appena sei anni da quella strepitosa e dispendiosa vittoria sul Turco riportata a Lepanto nel giorno di Santa Giustina del 7 ottobre 1571, Venezia pragmaticamente attraverso il Doge e le sue magistrature (Senato, Consiglio dei X, Provveditori alla Sanità) mette in atto provvedimenti sanitari e di contenimento estremamente attuali anche e purtroppo oggi. 

I Provveditori alla Sanità erano magistrati preposti al controllo dell’igiene, dei confini, dei negozi di barbieri, dei medici e delle prostitute, dei mendicanti e dei confini della Repubblica Serenissima, delle derrate alimentari e delle acque potabili, dei Lazzaretti e degli alberghi: tre magistrati ai quali vennero affiancati altri funzionari con uffici e presidi in tutte le città della terraferma veneziana. 

Un vero e proprio Comitato tecnico scientifico – quel Cts protagonista oggi di ogni notiziario sul coronavirus – indaga con i Provveditori alla Sanità sul come e perché nel mese di marzo 1575 sia giunto il morbo in città, quello che oggi chiamiamo “tracciamento”. Il nostro notaio descrive come il contagio dilaghi, come siano convocati da Padova (centro universitario eccellente per la medicina) i migliori medici, nelle persone di Mercuriale e Capodivacca, che come molti moderni consulenti fecero solo un po’ di confusione e furono con molti salamelecchi rimandati a casa. 

Come appare oggi Venezia? “Deserta e silenziosa”, come nel 1576, e le profetiche parole di Rocco Benedetti risuonano come un presagio di orribili visioni di defunti appestati in città, pietosamente raccolti dai pizzegamorti muniti di sonagli e a loro volta infettati; l’approntamento dei due Lazzaretti, il nuovo e il vecchio, insufficienti entrambi per la grandissima quantità di ricoverati, l’emergenza per le sepolture; l’ingegnosa costruzione di casette di legno all’isola delle Vignole dove a pagamento si poteva usufruire di una quarantena isolata; le navi in disarmo usate come ospedali; l’isolamento con “zone rosse” dei sestieri “de citra e de ultra” ai lati del Canal Grande; la chiusura del ponte di Rialto; la partenza degli stranieri, tra i quali anche i diplomatici che nei loro rapporti descrivono vivacemente la situazione; la chiusura delle frontiere terrestri da parte del Ducato di Milano; la presenza di predicatori, astrologi, invasati sacerdoti, trascinatori di folla verso il santuario di San Rocco protettore degli appestati; distribuzione di derrate alimentari a chi era in quarantena, smaltimento dei panni infetti; permessi di movimento ai nobili impegnati nelle pubbliche funzioni, lasciapassare sanitario per i sani; allarme per i 57 medici morti infettati in città, suppliche pubbliche e volontà di erigere un tempio al Redentore; rimedi dei farmacisti e dei ciarlatani. E l’acqua granda del 1574: quel giorno, 11 ottobre, “venti tanto rabiosi e tanto fieri” l’acqua “superò di altezza tutte l’altre acque …che a ricordo de’ viventi facessero danno” contaminando i pozzi di acqua potabile e scatenando, secondo il discorso di Annibale Raimondo Veronese, la peste nel marzo 1575. Ogni veneziano ricorda l’acqua granda del 12 novembre 2019…

I rimedi come “sponge bagnate”, guanti, erbe aromatiche, centri per purgare le “robe” (ingegnosi brevetti di cassoni immersi nell’acqua riempiti di stoffe da disinfettare e le casette delle Vignole oramai vuotate dai malati trasformate in centri di purificazione).

“Smarrito in mezzo al silenzio” si dichiarava il notaio Benedetti, come noi oggi cittadini veneziani, spaventati dalla pandemia ma anche dal vuoto cosmico di calli e campi, piazza san Marco inclusa. Doppiamente ferita, questa città, dall’infezione e dalla desertificazione umana. 

Finalmente, il nove gennaio 1577, un Te Deum solenne di ringraziamento sancisce la fine del contagio, della morte, dell’isolamento: Benedetti termina la sua cronaca il 15 febbraio 1577, e vivacemente descrive la ripresa della vita, la voglia di stare assieme dei sopravvissuti, la ripresa dei commerci, il ritorno degli stranieri, le misure di ripopolamento della città dai Domini di terraferma e dalla Dalmazia. 

La storia si ripete, a centinaia di anni di distanza, dal dogado di Alvise Mocenigo al quale nel giugno 1577 successe Sebastiano Venier vincitore di Lepanto.

A quel tempo, non poi così lontano, solo le misure di contenimento e igiene affiancavano le (scarse) cure per gli infettati dal bacillo Yersina pestis: oggi il testo di Rocco Benedetti è testimonianza pragmatica e precisa di quel che successe, e se letto alla luce di quel che succede è ancora più attuale. Solo che oggi la speranza per la salute e non solo per Venezia è legata al vaccino. Venezia soffre però anche di altri mali, primo tra tutti lo spopolamento della città (oggi gli abitanti sono poco più di 51.000, i morti della pestilenza del notaio Benedetti furono 50.726 su altre 150.000 abitanti). Chissà

A quel tempo, non poi così lontano, solo le misure di contenimento e igiene affiancavano le (scarse) cure per gli infettati dal bacillo Yersina pestis: oggi il testo di Rocco Benedetti è testimonianza pragmatica e precisa di quel che successe, e se letto alla luce di quel che succede è ancora più attuale. Solo che oggi la speranza per la salute e non solo per Venezia è legata al vaccino. Venezia soffre però anche di altri mali, primo tra tutti lo spopolamento della città (oggi gli abitanti sono poco più di 51.000, i morti della pestilenza del notaio Benedetti furono 50.726 su altre 150.000 abitanti). Chissà se il nostro notaio se lo poteva anche solo immaginare.


Nell’immagine di apertura in alto: scritta in turco ottomano, all’interno del Teson alle Merci (l’Hospitale) del Lazzaretto Vecchio. — (Archivio Venipedia/Bazzmann).

La peste nei documenti di un notaio. 4 secoli fa, come fosse oggi con Covid ultima modifica: 2021-03-24T20:23:33+01:00 da BARBARA MARENGO

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