Pechino 2022, le Olimpiadi della discordia

Manca meno di un anno ai Giochi invernali. Si dovrebbero svolgere in febbraio a Pechino e sono minacciati dalla campagna per il boicottaggio lanciata dai diversi gruppi di esiliati che combattono contro la repressione del governo cinese.
BENIAMINO NATALE
Condividi
PDF

Il boicottaggio è stato lanciato il 12 marzo scorso in una conferenza stampa alla quale hanno preso parte rappresentanti di Students for a Free Tibet, We The Hongkongers, World Uyghur Congress, International Campaign for Tibet e il dissidente cinese Teng Biao. Lo stesso Teng Biao – un avvocato che vive in esilio negli Stati Uniti dopo aver invano cercato di cambiare il sistema “dall’interno” – a precisare che si tratta solo dell’iniziativa più recente presa congiuntamente da vari gruppi di quella che possiamo chiamare l’opposizione cinese. La conferenza stampa dei gruppi democratici è stata indetta in modo da coincidere con la conferma della scelta di Pechino per le Olimpiadi invernali del 2022 da parte del Comitato Olimpico Internazionale (Comité Internationale Olympique, CIO).

“Prendiamo iniziative comuni da molto tempo – afferma Teng – questa è la più recente”. Le difficoltà nell’unire tutti i gruppi che si oppongono alla dittatura del Partito comunista cinese è dovuta a vari fattori. Prima di tutto, come ricorda l’attivista hongkonghese Nathan Law – un altro che ha scelto l’esilio per poter continuare a farsi sentire – “non possiamo avere contatti con i dissidenti all’interno della Cina perché rischiamo di metterli in pericolo”. L’altro problema è dato dal fatto che, ricorda ancora Teng Biao, “i dissidenti cinesi concordano su una futura Cina democratica e federale, mentre tibetani uyghuri sono per l’indipendenza”.

Il dissidente cinese Teng Biao

Le motivazioni con le quali i dissidenti chiamano al boicottaggio riecheggiano quelle usate in passato per le Olimpiadi di Mosca del 1980 e più recentemente per quelle di Pechino del 2008: tenere i Giochi invernali a Pechino incoraggia le repressione e in primo luogo quello che ormai viene definito da gran parte della comunità internazionale come il “genocidio” degli Uyghuri nella regione nord-occidentale del Xinjiang. Gli organizzatori della campagna respingono l’argomento secondo il quale le Olimpiadi aiutano l’evoluzione democratica dei regimi autoritari, ricordando in particolare i Giochi di Pechino del 2008. Lungi dal favorire lo sviluppo della democrazia, è stato proprio il 2008 a segnare la definitiva svolta del regime cinese verso l’autoritarismo e l’inizio dell’ascesa dell’attuale presidente e segretario del Pcc, Xi Jinping, che ha fatto di quella svolta la sua bandiera.

Prima delle Olimpiadi, il 2008 dei cinesi fu segnato da una serie di tragedie: il dramma dell’ondata di maltempo fuori stagione che impedì a milioni di immigrati nel sud industriale di tornare a casa per il Capodanno; la sanguinosa rivolta nel Tibet; il terribile terremoto del Sichuan. Le Olimpiadi segnarono un momento nel quale i cinesi si sentirono fortemente uniti. E videro nei Giochi un riconoscimento da parte del resto del mondo degli indubbi progressi che la Cina ha fatto a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso.

Questo sentimento di unità, di orgoglio – e di rivalsa verso le forze “secessioniste” come i ribelli tibetani – venne sfruttato con sapienza dall’ala più conservatrice del Pcc, che prese definitivamente il sopravvento su quella prudentemente – molto prudentemente – riformista rappresentata, seppur in modo molto parziale e contraddittorio, da Wen Jiabao, primo ministro dal 2004 al 2013. 

Gli oppositori del boicottaggio – a partire dallo stesso CIO – ribattono che lo sport non deve confondersi con la politica e che avvenimenti per loro natura internazionali e “aperturisti” come le Olimpiadi vanno “naturalmente” nella direzione della democrazia. Non credo che questo sia vero. 

Lasciamo da parte Berlino 1936 e Mosca 1980. Oltre al fallimento, da questo punto di vista, di Beijing 2008, nella mia mente è chiaro il ricordo di un’altra Olimpiade, quella del 1968 a Città del Messico. Dieci giorni prima dell’apertura dei Giochi, l’esercito aveva aperto il fuoco contro i manifestanti a Plaza de las Tres Culturas, nel quartiere di Tlatelolco, uccidendo un numero imprecisato di persone. Una valutazione dei morti definitiva non è mai stata fatta ma le scene spaventose che si svolsero sulla piazza sono state descritte da un gran numero di testimoni, tra cui Oriana Fallaci. Una piazza Tiananmen, ventun’anni prima.

Erano tempi di Guerra fredda e il massacro fu ignorato. Dopo le Olimpiadi, la classe dirigente messicana proseguì sulla disastrosa strada che ha portato il paese a essere un narcostato, dominato dai trafficanti e con una corruzione diffusa a un livello forse unico nella storia. L’attuale governo messicano, guidato dal presidente Andres Manuel Lopez Obrador, è il primo a cercare una via d’uscita da quella situazione, peraltro in modo incerto e, secondo me, poco convincente.

Insomma, che le Olimpiadi portino verso la democrazia è palesemente falso. La scelta del boicottaggio è difficile ma potrebbe essere l’unica possibile, considerando anche le schermaglie diplomatiche che si stanno combattendo tra Stati Uniti, Europa e Cina.

Tornando all’unità tra le forze democratiche cinesi, all’appello manca quella più importante e più numerosa: quella dei cinesi “han” – cioè non tibetani, non uyghuri, non mongoli – interna alla Cina e allo stesso Pcc. Sicuramente esiste. Non bisogna infatti credere ai titoli – spesso basati su articoli del Global Times o della Xinhua, cioè gli organi di propaganda del Pcc – secondo i quali Xi Jinping è potentissimo e acclamatissimo.

Se è vero che il progresso economico e l’orgoglio nazionale sono potenti fattori di consenso verso il regime, altrettanto vero è che in Cina, e all’interno stesso del Pcc, esistono un gran numero di persone (non voglio scrivere una “corrente” perché questo termine potrebbe dare l’idea di una forza organizzata, che non credo sia il caso) che auspicano un’avanzata verso uno stato di diritto che riconosca le libertà individuali e un rapporto di buon vicinato con gli altri paesi della regione, obiettivi che comportano tra l’altro la rinuncia alle rivendicazioni territoriali del regime. 

Tutte le sconfitte di Xi Jinping – come sarebbe un successo del movimento contro le Olimpiadi – non possono che rafforzare questa parte, per ora invisibile, della Cina.

Il dissidente cinese Nathan Law
Pechino 2022, le Olimpiadi della discordia ultima modifica: 2021-03-24T10:07:18+01:00 da BENIAMINO NATALE

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

1 commento

Avatar
Pierluigi Gatteschi 27 Marzo 2021 a 10:36

Grazie Ben…bellissimo articolo…
Come al solito descrivi la cruda realta’

Reply

Lascia un commento