L’ultimo Bergman raccontato dalla figlia Linn

“Gli inquieti”, libro appena uscito, narra con tenerezza la vecchiaia di uno dei miti della storia del cinema mondiale.
scritto da ALDO GARZIA
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Linn Ulmann, scrittrice, è figlia del regista Ingmar Bergman e dell’attrice Liv Ullmann (nel testo si parla ovviamente pure di lei). In questo suo libro appena uscito (Gli inquieti, Guanda) si racconta il padre visto dall’ultima di nove figli avuti da donne diverse. Per cinque anni, dal 1967, Linn ha vissuto con i genitori sull’isola di Fårö, mar Baltico, fino alla loro separazione. Poi, vi è tornata ogni estate per passare alcune settimane con “Pappa”. Bergman è descritto con amore di figlia negli ultimi anni, quando perde colpi per la vecchiaia (è morto nel luglio 2007 a 89 anni). 

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Il racconto descrive in particolare l’ultimo anno del regista, inframmezzando ricordi famigliari, incontri, viaggi di altre epoche. Linn e Bergman, in quel periodo, avevano iniziato a registrare conversazioni sul tema della vecchiaia che dovevano finire in un libro. Ma The Genius, come lo chiamavano gli amici fin da ragazzo, aveva ormai poca memoria: era svampito, si stava preparando a morire, non era più quello di cinema e teatro così chirurgici da fare male all’anima con le sue rappresentazioni. È impressionante leggere alcune trascrizioni di quelle ultime conversazioni con Linn. Si fa fatica a immaginare il regista nel modo come ce lo descrive Linn.

Il vecchio Bergman è fermo sulla sedia a rotelle che non riesce a far scorrere, confuso nel ricordare, poco presente. Padre e figlia provano a parlare comunque della vecchiaia e della vita passata. Il racconto diventa tenero, anzi tenerissimo. La lucidità del regista di Il posto delle fragole è ormai dispersa, appare a sprazzi. Padre e figlia si confidano. Leggendo le 400 pagine del libro ci si commuove in vari passaggi. Io l’ho fatto più volte, forse perché conosco a menadito l’isola di Fårö, i luoghi bergmaniani e la località di Hammars dove c’è la casa-studio di Bergman ora museo. Ogni lettore nello scorrere della narrazione troverà qualcosa per cui intenerirsi e ne saprà meglio di un regista che ci ha sempre fatto pensare. Bergman, del resto, si è raccontato senza remore in film, libri, sceneggiature. La figlia tiene fede a quello svelarsi per intero al pubblico scrivendo delle sue giornate finali. Tutto è scritto evitando inutili gossip, rivelandoci la fragilità di chi si avvicina alla morte.

Linn Ulmann e Ingmar Bergman

L’improvviso crollo fisico

Le condizioni di salute di Bergman erano precipitate nell’autunno 2006. Mentre guidava la sua jeep rossa sull’isola di Fårö aveva sbandato finendo in un fosso. Colpa di una ischemia. Era stato salvato dalla sua collaboratrice Inga-Lill Höglund che non lo aveva visto arrivare nel cinema privato dove faceva tappa ogni pomeriggio per vedere un film (era famoso per la puntualità maniacale). Non si sarebbe ripreso, spegnendosi lentamente: calo della vista, sedia a rotelle, perdita di ogni autonomia. Linn lo racconta con dolcezza nelle sue giornate tutte uguali e di totale decadenza psicofisica. Bergman è ormai un vecchio bisognoso solo di cure e di amorevoli attenzioni. Sua figlia decide di stargli accanto il più possibile. Fa impressione pensare al regista fatto prigioniero dal suo corpo, lui che fino a pochi mesi prima era scattante e vivace come sempre.

L’ultima apparizione pubblica di Bergman c’era stata nella Bergmanveckan 2006, la settimana in suo onore che si tiene a Fårö in giugno con proiezione di film e seminari. Era accompagnato in quella occasione proprio dalla figlia Linn. Sembrava in ottima salute. In alcune di queste sedute bergmaniane, come spettatore indisciplinato, aveva partecipato lo stesso Bergman che si era presentato con un look giovanile: sdrucito giubbotto di pelle marrone indossato su un pantalone di velluto dello stesso colore, camicia di flanella, comode scarpe da ginnastica (“Ci cammino bene”, aveva risposto a chi gli chiedeva come mai avesse fatto quella scelta).

Il regista, interrogandola dal pubblico, si era tolto lo sfizio di farsi dire da Harriet Andersson, ospite d’onore di uno specifico seminario su di lei, indimenticabile interprete tra l’altro di Monica e il desiderio (1953) e Sussurri e grida (1973), perché avesse usato così poco la sua bravura a teatro. “Non mi piaceva avere tutte le serate occupate e avevo paura a lavorare di notte”, era stata la risposta semplice e imprevista, a cui era seguito l’amichevole commento di Bergman sulla dissipazione di un innato talento per un problema che gli appariva futile e banale.

Il regista, nel 2006, si era intrattenuto a discutere con il pubblico della Bergmanveckan in due apposite sessioni seminariali dedicate a Luci d’inverno (1962) e Sarabanda (2003). In un libretto dal titolo Talks & seminars ci sono pure alcune foto – chissà le sue ultime immagini in pubblico – che ritraggono Bergman accanto ad Ang Lee (Ragione e sentimento, 1995; La tigre e il dragone, Premio Oscar 2000), regista originario di Taiwan, giunto a Fårö per rendere omaggio a Bergman. Una di quelle foto ritrae Bergman mentre abbraccia l’emozionato Ang Lee e gli chiede, come spiega la didascalia: “Tu ami i tuoi attori?”.

Quando gli avevano presentato il programma della prima edizione della Bergmanveckan, il regista disse che non avrebbe partecipato a quelle premature commemorazioni pur non osteggiandole. Il giovane Bergman, come il Bergman maturo, era un testardo ribelle che credeva nelle sue qualità artistiche. Il vecchio Bergman era rimasto testardo, però la vecchiaia lo stava ammorbidendo, anno dopo anno. Nel 2006 il regista aveva deciso di concedersi come non aveva mai fatto prima a chi era giunto a Fårö per rendergli omaggio. Per questo, speravo di intervistarlo. Gli mandai il questionario per una intervista nell’autunno di quell’anno, come mi consigliò di fare una delle sue collaboratrici a Stoccolma. Il libro di Linn Ullmann mi spiega perché non ho mai avuto un riscontro al questionario e ho appreso come tutti della morte di Bergman dalla tv.

Aldo Garzia, a destra, nel museo Ingmar Bergman. Sullo scaffale che sovrasta lui e il responsabile del museo si nota in bella mostra il libro di Garzia, Bergman. The Genius

Il nome sulle enciclopedie

Quando nel 1998 avevo visitato per la prima volta Fårö incuriosito dall’isola dove viveva in primavera e in estate un mito della storia del cinema che aveva già da quarant’anni il suo nome inciso sulle enciclopedie, ero rimasto impressionato da come nulla ricordasse sull’isola la presenza di Bergman o i luoghi dove aveva girato alcuni dei suoi capolavori (Come in uno specchio e Persona, tra gli altri). Gli abitanti di Fårö davano vaghe informazioni sulle abitudini del loro famoso concittadino e qualche volta le fornivano volutamente sbagliate. In un primo reportage da Fårö, avevo scritto con delusione della presenza-assenza del regista su quella che tutti gli svedesi chiamavano convenzionalmente “l’isola di Bergman”.

Il fascino di Fårö, luogo mitico per gli appassionati delle opere bergmaniane, bisognava scoprirlo da soli immaginando la dislocazione delle location dei suoi film e cosa lo avesse indotto – dalla metà degli anni Sessanta – a decidere di vivere per lunghi periodi dell’anno su quell’isola all’apparenza ostile, inospitale. A tutelare la privacy di Bergman, oltre agli abitanti dell’isola, ci pensava la fedelissima tuttofare Inga-Lill Höglund (è lei – rivela Linn nel suo libro – che si occupò nei dettagli di Bergman morente osservandone tutti i precetti che aveva stilato quando era ancora lucido).

Fårö, nel 1998, non era simile a Stoccolma. Sull’isola nulla doveva ricordare la presenza di Bergman e niente doveva importunarlo. Bisognava proteggerlo dagli scocciatori. Soprattutto nei mesi estivi, quando l’isola si riempiva di turisti e lui, odiando i vacanzieri, finiva per fare solo il tragitto che dalla casa di Hammars lo conduceva al cinema di Dämba ogni pomeriggio. Poteva così capitare che le storie narrate dagli abitanti dell’isola sulla riservatezza dell’illustre concittadino sfiorassero la leggenda. Si raccontava, ad esempio, che un giornalista giapponese avesse stazionato a Fårö per cinque settimane in attesa di un’intervista e che poi fosse ripartito deluso, scrivendo solo un articolo sugli allevatori di pecore dalla lana nera di Gotland per giustificare la permanenza in Svezia. Io ho obbedito per dieci estati alla consegna, pur vedendo l’inconfondibile jeep rossa targata LCT 758 aggirarsi di tanto in tanto nell’isola con Bergman alla guida, quasi sempre solo, che indossava dei grandi occhiali da sole.

Come tutti i novizi dell’isola di Fårö, ho fatto anch’io la posta una prima volta a Bergman davanti al piccolo edificio che ospitava il suo cinema a Dämba [nella foto di copertina]. L’appuntamento era intorno alle 15, quando giungeva a bordo della jeep rossa. Sono riuscito a vedere la jeep parcheggiata e le chiavi infilate nella serratura della porta principale del cinema. Non ho aspettato la fine della proiezione. Sono tornato nei pressi del cinema nel tardo pomeriggio, quando i segni del passaggio del regista non c’erano più. Volevo capire perché avesse scelto proprio quel luogo preciso per esaudire il sogno infantile di costruirsi un cinema tutto per sé. 

Chi non è stato sull’isola di Fårö negli anni in cui ci viveva Bergman probabilmente non può capire perché bisognasse rispettare l’alone di mistero che circondava i luoghi bergmaniani. Anche i reporter più cinici e sperimentati si sono dovuti fermare di fronte alla richiesta di privacy invocata dal regista, la cui residenza aveva paradossalmente sempre il cancello aperto. Un cartello giallo in ferro battuto con su scritto “Privat Område” (“Proprietà privata”) avvertiva che era meglio non varcarlo. Su un altro cancello di colore indecifrabile tra l’azzurrino e il grigio, chiuso appena da un gancio a incastro, una piccola scritta diceva semplicemente di stare attenti al cane (“Warning för hunden”). 

La discrezione rispettosa che circondava Bergman si sarebbe confermata in occasione dei funerali. Quando la mattina del 30 luglio si ebbe notizia della morte del regista, la comunità dell’isola aveva allestito presso i locali di Fårö Bygdegård un piccolo tavolo dove raccogliere le firme di cordoglio. Sulla sinistra del tavolino, ornato da una tovaglia blu, c’erano due candele accese mentre al centro era stata posta una foto di Bergman. Su un taccuino si poteva scrivere un pensiero in memoria dell’artista scomparso. 

Ingmar Begman riposa nel cimitero di Fårö

Ingmar Begman riposa nel cimitero di Fårö, accanto alla chiesa protestante dell’isola. Lui stesso ne ha scelto il luogo preciso. Linn ci racconta nelle pagine di questo libro come il padre abbia deciso tutto con la sua notoria meticolosità pignola: colore del legno della bara (era stato impressionato da quello naturale chiaro usato nei funerali di Papa Wojtyla nel 2005), luogo preciso dell’inumazione con la moglie Ingrid von Rosen, sermone da leggere, musiche da ascoltare, persone da invitare tra cui gli anziani di Fårö che lo avevano adottato con il loro riserbo. Bergman non improvvisava mai.

L’ultimo Bergman raccontato dalla figlia Linn ultima modifica: 2021-03-25T15:59:24+01:00 da ALDO GARZIA

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