Trump Library. Si farà ma la sola idea già indigna

Coma da tradizione l’ex presidente repubblicano vorrebbe costruire una biblioteca museo per la conservazione della documentazione della sua amministrazione. Anche riuscisse però a risolvere l’eterno problema dei costi, molti temono che possa diventare l’epicentro del culto agiografico dell’ex presidente.
MARCO MICHIELI
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Presto potremmo vedere una biblioteca-museo dedicata Donald J. Trump. Come da tradizione infatti il National Archives and Records Administration (Nara), l’agenzia incaricata di conservare importanti documenti governativi e storici, ha messo a disposizione dell’ex presidente tutti i documenti della sua amministrazione. Ora spetta a Trump decidere che cosa farne. E secondo il Washington Post l’ex presidente repubblicano, come i predecessori, sarebbe intenzionato a creare un’apposita biblioteca dallo stratosferico costo di due miliardi di dollari

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Secondo il quotidiano americano ad occuparsene dovrebbe essere Dan Scavino, ex manager del Trump National Golf Club e soprattutto ex vice chief of staff del quarantacinquesimo presidente. Per ora esiste solo il sito web, creato il 20 gennaio dalla stessa Nara, a poche ore dal passaggio “virtuale” di consegne tra Joe Biden e Trump, nel rispetto delle numerose tradizioni che segnano l’uscita di scena della passata amministrazione e l’ingresso di quella nuova.

I problemi per Trump però sono molti. A partire dall’ubicazione. Per ogni presidente, da Herbert Hoover in poi, sono state istituite delle biblioteche presidenziali, di solito nello stato di origine dell’ex presidente. Ogni volta con enormi polemiche da parte di associazioni e movimenti locali per la scelta della località, come è recentemente è accaduto con Obama, accusato di favorire la gentrificazione di Chicago con la costruzione della sua biblioteca-museo-centro civico. Esclusa a priori New York, città natale dell’ex presidente, Trump avrebbe scelto di costruire la biblioteca in Florida, uno stato a guida repubblicana, anche per evitare queste grane.

Ma potrebbero essere proprio i costi a rappresentare un ostacolo insormontabile. Una biblioteca presidenziale è infatti costruita con fondi privati o comunque non federali donati a organizzazioni create, di solito, con lo scopo esplicito di costruire la biblioteca presidenziale e supportarne i programmi. Alcune biblioteche hanno anche ricevuto finanziamenti per la costruzione e lo sviluppo da governi statali e locali. Una volta costruita, però, la biblioteca è trasferita al governo federale e gestita e mantenuta dalla Nara. 

Proprio per questa ragione la cifra fatta circolare dallo staff di Trump potrebbe essere più un tentativo di propaganda ad uso interno al partito – per dimostrare di esserne ancora il leader – piuttosto che un tentativo serio di costruire la biblioteca-museo.

Secondo lo storico Anthony Clark infatti i presidenti iniziano a pensare alla costruzione della biblioteca durante il loro stesso mandato: è parte della riflessione sulla loro “legacy”, sull’eredità politica che lasciano al paese e al proprio partito. Ma soprattutto lo fanno durante il loro mandato perché è più facile raccogliere finanziamenti privati quando si è in carica. E non è finita qui. Non basta infatti prevedere il costo dell’intera struttura. Se un presidente intende costruire una biblioteca che diventi una struttura federale, questa deve essere donata in tutto o in parte al governo. E in quel caso, la legge impone alla Nara di ottenere un’ulteriore dotazione di operazioni e manutenzione pari al 60 per cento del costo dell’intero progetto. È quest’ultima dotazione che consente legalmente al governo di coprire i costi operativi futuri. Dice Clark:

Anche per i presidenti che hanno dimostrato decenni di matura perseveranza e attenzione ai loro principali donatori, può essere difficile raccogliere quella somma di denaro. La raccolta di fondi diventa più difficile ogni anno che un presidente non è in carica. Diventa ancora più difficile dopo la sua morte. […] Senza fondi, personale e risorse del governo, la fondazione di un presidente dovrebbe pagare milioni di dollari all’anno per gestire la struttura per sempre. Quando quei soldi finiscono, la biblioteca chiude o, nel migliore dei casi, viene affidata al governo federale. La fondazione di Nixon gestì la biblioteca del presidente per sedici anni prima di arrendersi definitivamente.

Il solo ad aver deciso di gestire attraverso la propria fondazione progettazione, costruzione e gestione della biblioteca è stato Barack Obama, un ex presidente che è anche un abilissimo promotore della propria immagine. E una rodata macchina di raccolta di finanziamenti.

Per Philip Kennicott del Washington Post però le preoccupazioni sono altre. Anche se l’ex presidente riuscisse a raccogliere quei finanziamenti necessari alla costruzione della biblioteca-museo, il pericolo è che Trump l’utilizzi per rifarsi un’immagine, nonostante i due impeachment e l’assalto al Campidoglio da parte dei suoi sostenitori il 6 gennaio scorso. Un pensiero condiviso anche dall’ex direttore della Biblioteca presidenziale di Nixon, che ha espresso la propria inquietudine rispetto alla prospettiva di una biblioteca amministrata da sostenitori di Trump. Perché di solito le biblioteche presidenziali perpetuano tra le altre cose l’agiografia degli ex presidenti.

La Biblioteca presidenziale di Bill Clinton, a Little Rock, in Arkansas

Preoccupante però è la sorte dei documenti dell’ex amministrazione repubblicana. Storicamente, tutti i documenti presidenziali sono stati considerati una proprietà personale del presidente: qualche presidente li ha ripresi alla fine del proprio mandato, altri li hanno distrutti e molte carte sono state disperse. Fu Franklin D. Roosevelt a proporre di lasciare le sue carte al pubblico in un edificio da lui donato nella sua tenuta di Hyde Park. Da allora una serie di leggi ha stabilito la conservazione pubblica dei documenti e il sistema bibliotecario presidenziale. Nel 1955 infatti il Presidential Libraries Act istituiva un sistema di biblioteche erette privatamente e gestite a livello federale per incoraggiare gli ex presidenti a donare i loro materiali storici al governo, assicurandone la conservazione e la loro disponibilità di consultazione.

Tuttavia la proprietà dei documenti restava in mano agli ex presidenti e ne era ancora possibile la distruzione, l’occultamento o semplicemente la scelta di non consegnarli al governo federale. Un problema che si verificò con Richard Nixon. Il timore che l’ex presidente repubblicano potesse distruggere documenti rilevanti spinse il governo federale ad agire. Poco più di quattro mesi dopo le dimissioni di Nixon in seguito allo scandalo Watergate, il presidente Gerald Ford firmò quindi il Presidential Recordings and Materials Preservation Act (1978), che dava al governo la custodia diretta sui documenti degli ex presidenti per impedirne la distruzione.

Attualmente quindi la Nara è proprietaria di tutti i documenti presidenziali, anche di quelli di Donald Trump. Il rischio quindi che l’ex presidente sottragga al pubblico interesse documenti rilevanti sembrerebbe essere evitato. Anche se esistono delle scappatoie. E sono queste a generare più di qualche giustificato timore.

La legge infatti consente all’ex presidente di disporre come desidera di tutti quei documenti che non hanno valore amministrativo, storico, informativo o probatorio (una volta sentito il parere dell’Archivist degli Stati Uniti). Significa che gli ex presidenti hanno un margine di contrattazione su quali siano i documenti privati e quelli di valore storico. Peraltro la stessa amministrazione uscente dovrebbe prendere tutte le misure pratiche per archiviare i record personali separatamente dai record presidenziali.

Una volta stabilita questa suddivisione, l’accesso del pubblico ai registri presidenziali avviene sulla base del noto Freedom of Information Act. I documenti presidenziali – non quelli personali – possono quindi essere richiesti a partire da cinque anni dopo la fine dell’amministrazione (2026 per Trump). Però l’ex presidente può invocare fino a sei restrizioni specifiche all’accesso del pubblico per un massimo di dodici anni (2033 per Trump).

Proprio per queste ragioni vi sono timori che Trump utilizzi questa discrezionalità a suo vantaggio, considerato che sembrerebbe voler continuare a fare politica attiva. Una contrattazione che potrebbe sottrarre documenti privati di interesse pubblico però per la nazione.

Su Politico Anthony Clark ha invitato pertanto il Congresso ad abrogare le restrizioni di accesso ai suoi materiali e a recuperare la maggior parte possibile del suo patrimonio di comunicazioni, anche il materiale che non è stato ritenuto “presidenziale”. Secondo lo storico l’ex presidente ha violato le leggi regolarmente e la misura in cui la sua amministrazione ha distrutto i documenti e comunicato al di fuori dei sistemi federali è attualmente sconosciuta:

È fondamentale per il futuro della nazione sapere come e perché l’autoritarismo è diventato così profondamente radicato nell’amministrazione Trump. Storici, giornalisti e biografi hanno bisogno di un accesso immediato a questo materiale (con la supervisione minima necessaria di archivisti professionisti e indipendenti) per aiutare a educare il pubblico americano sulla più grande minaccia per la repubblica dai tempi della guerra civile.


In copertina: progetto della Biblioteca-museo-centro civico di Barack Obama a Chicago.

Trump Library. Si farà ma la sola idea già indigna ultima modifica: 2021-03-30T11:54:10+02:00 da MARCO MICHIELI

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