Comporre musica da film, a Los Angeles. Parla Emiliano Mazzenga

Nasce dalla musica classica, ma oggi è un genere a sé: ne parliamo con un giovane talento italiano che ora vive in America, dove i suoi lavori sono sempre più apprezzati e premiati.
scritto da MARCO MILINI
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La musica e il cinema sono indissolubilmente legati: la colonna sonora è una componente fondamentale di un film capace di creare atmosfera, suscitare grandi emozioni duettando con le immagini e arricchendo la narrazione. In Italia abbiamo una grande tradizione nella musica da film, riconosciuta a livello mondiale, basti citare, uno per tutti, Ennio Morricone. Ma la lista potrebbe essere lunga. E per fortuna è una tradizione che continua.

Emiliano Mazzenga è di Roma, dove ha studiato al conservatorio e mosso i suoi primi passi come compositore, e oggi vive a Los Angeles. Terminato nel 2020 lo Screen Scoring Masters Program, corso della University of Southern California considerato il migliore al mondo per la musica da film, oggi si dedica a tempo pieno a comporre, lavorando con registi da tutto il mondo. Solo nell’ultimo anno ha firmato le musiche per lungometraggi come Eli Moran e Void, la serie TV Short Adam e cortometraggi come Dalí, Hangout, Landing, Yuan Yuan and the Hollow Monster per i quali ha ricevuto nomination e premi in diversi festival del cinema internazionali.

Entrare nel suo studio, parlare con lui è vero piacere: in ogni momento si percepiscono la passione, la competenza e il talento che lo rendono la persona ideale per saperne di più di un’arte e di un mestiere, quello di comporre musica da film, dei cui frutti si è soliti godere ogni volta che si entra in un cinema o ci si siede davanti allo schermo sul divano di casa, ma di cui si sa poco.

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Se questo fosse un film, ora ci sarebbe una pausa, un momento di silenzio; poi entrerebbero gentilmente in scena degli archi, dei violini, che calerebbero quindi di volume per lasciare spazio alla sua voce e al suo racconto…

Emiliano, è vero che sin da bambino sapevi di volere scrivere musica per film?
È vero, anche se all’inizio non era una decisione. Diciamo che è stato un pensiero di sottofondo da quando, a otto o nove anni, ho visto La leggenda del pianista sull’oceano con la musica di Morricone. Il film mi colpì moltissimo: io suonavo il pianoforte e anche il protagonista era un pianista che però, invece di suonare musica classica, improvvisava, creava all’impronta la sua musica. E così anche io iniziai un po’ a “giocare” al pianoforte, a trovare melodie. Da lì ha cominciato a muoversi qualcosa dentro di me. Poi ho fatto altre cose, sono stato più un interprete, suonando il pianoforte e il sax, ma c’è sempre stato questo desiderio di comporre. Al conservatorio studiavo sax ma al tempo stesso studiavo privatamente composizione con un insegnante del conservatorio di Santa Cecilia. Presto ho avuto l’opportunità di scrivere musica per il teatro e a quel punto è stato tutto chiaro: quando per la prima volta ho sentito la mia musica a teatro, insieme agli attori, quando ho sentito che funzionava bene con la storia, mi sono detto “voglio fare questo”.

Qual è il percorso che ti ha portato Los Angeles?
Ho continuato con il teatro e fatto altre esperienze, ad esempio una serie web con un gruppo comico romano, i Minimad, che ha avuto un bel riscontro. Nel frattempo sentivo l’esigenza di esplorare di più, di muovermi, ho fatto diversi corsi estivi all’estero, e in uno di questi in Bulgaria ho conosciuto un compositore americano, Christopher Young, che mi ha invitato da lui, in visita, per conoscere Los Angeles. Ci sono andato, ho assistito a una registrazione in studio e mi sono convinto che era il posto giusto per me.

Qual è il percorso di un compositore che si trasferisce in America? E com’è stato per te?
In genere si comincia come assistenti di un altro compositore, ma io questa esperienza l’avevo già fatta in Italia, e soprattutto è arrivato il coronavirus: gli studi erano chiusi e i compositori non cercavano assistenti. Allora sono stato più in contatto con i registi e uno di questi, T.J. Collins, mi ha chiesto di fare le musiche per il suo film Eli Moran: una grande occasione per non preoccuparmi troppo delle costrizioni della pandemia e dedicarmi a comporre. E poi è arrivato subito il secondo film a cui sto lavorando ora, con un regista brasiliano.

Lavori con diversi registi stranieri: ad esempio il cortometraggio Dalí è di un regista indiano…
Di Kabeer Khurana, che conosco da alcuni anni. Stavo finendo il corso alla USC quando mi ha chiesto se potevo fare le musiche per Dalí. In quel momento ero molto impegnato ma quando l’ho visto mi è piaciuto, è molto bello e particolare, e ho accettato. Ho fatto le ore piccole per comporre e la fortuna ha voluto che registrassi live coi solisti il 9 marzo 2020: qui siamo entrati in lockdown il 13, e da quel momento sarebbe stato molto difficile, se non impossibile, registrare e finire.

Una fortuna, anche perché Dalí sta riscuotendo un buon successo.
Sì, ha vinto otto premi per migliori musiche in particolare, in diversi festival internazionali. Sono molto contento di questo lavoro, anche perché essendo muto la musica spicca, è l’elemento principale in coppia con le immagini.

Volevo chiederti del tuo rapporto con la musica, che è la tua vita.
È come hai detto tu, è vita. Anche ora che sono riuscito a trasformarla in un lavoro rimane vita. È qualcosa che ti segue tutto il giorno, ti può far rimanere sveglio la notte perché senti il bisogno di comporre, di scrivere, trovare la musica migliore che il film richiede. Per me è un mezzo di espressione incredibile: sono abbastanza introverso e timido, e la musica è il canale che uso per raccontare me stesso. Ora sento ancora più forte questo rapporto con la musica, durante il lockdown è stata una compagna giornaliera, mi ha permesso di andare avanti e non sentire l’isolamento.

Cosa significa comporre la musica per un film? Prima, parlando del teatro, accennavi al respiro “collettivo” di questo lavoro…
Più si sta in questo mondo e più si impara che è proprio un lavoro collettivo. Si è al servizio dell’idea del regista, pur sapendo che spesso la musica è quell’elemento su cui il regista non ha il pieno controllo. Può spiegarti in termini, diciamo, di emozioni, ma mentre per altri elementi del film come il montaggio il regista in qualche modo parla la sua lingua, con la musica spesso si deve affidare. Importante è rendersi conto che si sta scrivendo musica per un film e non per sé stessi, non è un album personale in cui la creatività è al servizio del proprio pensiero, delle proprie emozioni, della propria ispirazione.

Come nasce la tua musica, come funziona il processo creativo?
Cambia molto a seconda del regista con cui lavoro, delle idee del regista. Sono importanti le prime conversazioni in cui si cerca di capire di cosa il film ha bisogno. Poi, io spesso parto improvvisando, con davanti a me le immagini, cercando di trovarne il cuore, musicalmente parlando, che a volte possono essere quelle cinque note giuste che sono l’impronta, il codice musicale della scena, ma spesso del film. Mi è successo con Eli Moran. Avevo già scritto molta musica ma un giorno, in una scena, ho trovato queste cinque note giuste che sono poi state la chiave per tutto il film. C’è un processo, ma a volte bisogna lasciarsi sorprendere dalla magia e dall’ispirazione che porta la musica dove vuole lei. Ciò non toglie che servano disciplina, lavoro e organizzazione. E poi ci sono molti incontri con regista e produttore, quando si cerca insieme di trovare la musica giusta per trasmettere l’emozione giusta, il modo in cui la musica può aiutare la scena. Alla fine, quando c’è la possibilità di registrare con i musicisti, si registra con loro e a quel punto senti la tua musica diventare viva, e anche in questo caso è un lavoro di collaborazione, di squadra.

Cosa provi quando trovi la musica giusta per un film?
Quando cominci a lavorare alla musica per una scena e a provarne diverse, ti accorgi di come quella scena possa cambiare, e quando trovi la musica giusta è a volte un momento incredibile. Dici: “Wow! Ora la scena funziona, ha senso, questa emozione passa”. In più, la musica è un po’ intangibile, è così soggettiva, perciò è fantastico quando la musica diventa giusta non solo per me ma per tutti, e si prova insieme quella giusta emozione che la musica deve suscitare in quella scena. E a volte è una musica completamente diversa dall’idea iniziale. È bello quando il regista stesso si sorprende di quello che la musica riesce a trasmettere, come fosse un altro personaggio, capace di dire cose che nessuno immaginava.

Tecnicamente, come componi?
Molto spesso comincio improvvisando al pianoforte, altre volte direttamente al computer in cui registro una bozza, oppure con carta e matita, e ho anche un sax elettronico con cui magari butto giù qualche melodia. Ma nove volte su dieci parto dal piano e poi sviluppo l’idea con gli altri strumenti. A volte scrivendo al piano ho già in mente che la melodia sarà suonata da un determinato strumento, e poi lo realizzo al computer. Oppure, se c’è l’opportunità, si registra con gli strumentisti.

Cambiando argomento: com’è stato lasciare l’Italia per Los Angeles?
L’impatto iniziale è stato forte, ma mi sono subito innamorato della città. C’è un’atmosfera rilassante e tranquilla anche se le persone lavorano tanto, è molto attiva ma allo stesso tempo c’è un’atmosfera di relax. Mi piace la dimensione di Los Angeles, lo spazio, le case, il paesaggio, c’è molto verde. Certo mi mancano alcune cose dell’Italia, oltre alla famiglia e agli amici beninteso, ma trovo un’atmosfera familiare e piacevole anche qui, è una bella dimensione.

E per il tuo lavoro dev’essere molto stimolante.
Per il mio lavoro è comunque una terra delle opportunità, questo si sente e si respira. Ci sono molti eventi legati al mondo del cinema, prima della pandemia era facile avere un evento a settimana. Io ho incontrato tre dei miei compositori preferiti nei primi mesi qui a Los Angeles. E devo dire che sono molto aperti e disponibili: sono rimasto sorpreso di potere parlare tranquillamente con dei “mostri sacri” della musica da film o del cinema. Quindi sì, per il mio lavoro è incredibile stare qui.

Quali sono i tuoi progetti?
Sicuramente continuare a lavorare con registi da diverse parti del mondo, come quest’anno che ho lavorato con un regista indiano, uno brasiliano, diversi registi qui in America. Mi piace confrontarmi con diverse culture, con film ambientati in altri paesi, con altri elementi culturali: apre molte prospettive, anche creative, può portare a progetti in cui sperimentare, provare soluzioni diverse. E poi, se tutto va bene, a breve avrò l’occasione di lavorare a una serie TV. Mi piace l’idea di avere un progetto a cui dedicarmi per diverso tempo, e una serie TV ti dà l’opportunità di sviluppare musicalmente i personaggi e legarti a una storia per anni; in una serie TV si può accompagnare l’evoluzione di un personaggio con la musica, elaborare quell’idea iniziale che dicevamo, quelle cinque note, però in tante forme e variazioni diverse.

Ti affezioni ai film e ai personaggi?
La musica può seguire la psicologia del personaggio e la sua interiorità. A volte, quando finisco un film, sento che mi sono legato molto al protagonista. Perché a volte ti devi mettere nei suoi panni, devi quasi vivere la sua esperienza per scrivere la sua musica, un po’ come fa un attore. Quindi è un po’ un dispiacere lasciarli. Ad esempio per l’ultimo film, Eli Moran, mi sono ritrovato molto in questo ragazzo che lotta per superare le difficoltà, per poter prendere una borsa di studio e realizzare il suo sogno nel mondo del basket.

Ti dedichi solo alla musica da film o hai al momento dei progetti musicali paralleli?
Ancora non è ufficiale, ma mi ha contattato un sassofonista italiano classico per scrivergli un concerto per pianoforte e sax. Io vengo dalla musica classica ma ora scrivo musica da film, che è un altro stile, e quindi mi ha fatto immenso piacere che, pur sapendo questo, un concertista classico abbia voluto un pezzo scritto da me.

Per concludere: che musica ascolti?
Bella domanda! Ascolto musica da film, classica, jazz, elettronica, pop, sono cresciuto ascoltando molto hip hop… Poi dipende dal periodo, ma diciamo che cerco di nutrirmi di più influenze musicali possibili. Come mi piace comporre per registi da diverse parti del mondo così mi piace ascoltare musica di posti diversi, con strumenti diversi. Ascolto anche tanta musica indiana, molta musica etnica in senso lato, ogni stile è diverso e la cosa fantastica è che, anche in maniera inconscia, inconsapevole, tutto questo entra nelle mie composizioni. A volte mi dico che sto scrivendo musica in una maniera diversa, mi fermo e mi chiedo come mai, e la risposta è che magari in quel periodo sto ascoltando o avevo da poco ascoltato determinate cose che mi hanno influenzato, portandomi verso risultati nuovi, diversi dal solito. Bisogna sempre essere aperti a ciò che è nuovo, diverso, e che ci può arricchire.

Per saperne di più della sua musica e dei suoi lavori: emilianomazzenga.com

Comporre musica da film, a Los Angeles. Parla Emiliano Mazzenga ultima modifica: 2021-04-09T17:57:59+02:00 da MARCO MILINI

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