La storia del Pci. La storia dell’Italia

La vicenda della forza storica della sinistra italiana nelle pagine di “Dalla rivoluzione alla democrazia. Il cammino del Partito comunista italiano 1921-1991” di Piero Fassino.
scritto da ADRIANA VIGNERI
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Leggendo il libro di Piero Fassino Dalla rivoluzione alla democrazia. Il cammino del Partito comunista italiano 1921-1991 (Donzelli) mi è venuto in mente quello di James Hawes, The Shortest History of Germany, prodigiosa sintesi di 2500 anni di storia della Germania, che inizia da quando nel Nord Europa il latino pater diventa father e gnosco diventa know, e si conclude con la riunificazione delle due Germanie, condannate ad essere diverse. Non meno utile il libro di Fassino, ripasso di un secolo che è stato decisivo per la nostra vita contemporanea, in cui il Pci, poi Pds, si è sottratto alla condanna di essere “diverso”. Piero Fassino sintetizza un secolo di storia della sinistra vista con gli occhi non di uno storico ma di un dirigente politico, sottolineando il valore politico delle singole decisioni nell’evoluzione del Partito. Dico subito quello che avevo pensato di dire alla fine: è un libro per le scuole, per l’ultimo anno delle superiori; naturalmente accanto ad un analogo lavoro frutto di una diversa cultura politica, per confronto e discussione. In un periodo in cui si può ipotizzare che il voto si eserciti dai 16 anni in poi, sarebbe bellissimo che si potesse discutere dei temi che qui sono trattati in modo semplice e chiaro. 

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Il Partito comunista d’Italia – questo il nome all’atto della fondazione – nasce il 21 gennaio 1921, diventa (significativamente) Partito comunista italiano nel 1943, termina la sua vita il 3 febbraio 1991, quando il suo XX Congresso ne dichiara esaurita l’esperienza e fonda il Partito democratico della sinistra, ora semplicemente Partito democratico. Addentrarsi nella storia del Pci con il passo rapido di un testo breve – questa l’intenzione del libro – che nasce dalla memoria personale di una parte di quelle vicende e dall’intima appartenenza a quella storia e alle sue successive evoluzioni. Non di meno – nella brevità – risultano chiari gli intenti, le sfide, soprattutto le ragioni dei vari passaggi e il pensiero dell’Autore.

Piero Fassino con Enrico Berlinguer

Cominciamo dal titolo, Dalla rivoluzione alla democrazia. Può apparire una contrapposizione tra i due termini, ma è bene chiarire subito che non lo è, è la sintesi di un percorso storico. La rivoluzione non è antitesi della democrazia. La rivoluzione è cambiamento radicale che può accadere con forme non violente, o anche violente. Dipende dal contesto. Il suo esito può essere una dittatura, un regime autoritario, oppure un regime democratico. Il titolo che l’Autore ha dato al suo libro si riferisce al fatto che un partito nato sul progetto di rivoluzione socialista, sui “21 punti” del Komintern e sull’espulsione dei riformisti, è poi divenuto un partito “nuovo” e “nazionale” (Togliatti, 1944), con una strategia incentrata sulla democrazia politica e sulle alleanze, dato che si tratta ormai di conquistare la maggioranza “con metodo democratico”. 

Scelta irreversibile, definitiva, ma nondimeno intesa per lungo tempo da una parte dei militanti come abile obiettivo intermedio, restando sempre sullo sfondo la rivoluzione socialista. Scelta per la democrazia fondamentale nel senso di fondativa per il partito, che naturalmente apriva anche il tema di quale democrazia. Una democrazia “progressiva”, si diceva, non essendo sufficiente un regime parlamentare a suffragio universale. Una democrazia costituzionale, non potendosi affidare la tutela dei diritti di libertà e di uguaglianza sostanziale alla legge e al principio di maggioranza.

Il Partito comunista è stato un tutore assiduo della Costituzione italiana, il cui articolo 3 assegna alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli per raggiungere l’uguaglianza sostanziale, che consenta a tutti i lavoratori di partecipare all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. È il partito di Togliatti:

Noi siamo democratici perché ci muoviamo nell’ambito della Costituzione, del costume democratico e della legalità che essa determina, ed esigiamo da tutti il rispetto di questa legalità e l’applicazione di tutte le norme costituzionali da parte di tutti e prima di tutto dei governi.

Vedere nelle norme della vita democratica e costituzionale non un ostacolo ma un aiuto ad una costruzione socialista che proceda con il minimo di rotture e sacrifici per le stesse masse lavoratrici e per il paese (8 dicembre 1956, Rapporto all’VIII Congresso del Pci).

“Le azioni riformiste, in linea generale, avanzano lentamente, con cautela, grado a grado, ma non vanno mai all’indietro”, è l’apertura dell’articolo su Rinascita, 28 luglio 1962.

La scelta compiuta con la svolta di Salerno, la via italiana al socialismo, non è solo figlia di una lucida presa d’atto del contesto politico nazionale e internazionale, ma è l’esito del cammino travagliato e sofferto condotto dal Pci in un trentennio che ha sconvolto la vita di milioni di donne e uomini in Italia, in Europa e nel mondo.

Con Enrico Berlinguer davanti ai cancelli di Mirafiori, nel 1980

Dalla rivoluzione alla democrazia vuol dire qui anche: dalla rivoluzione al riformismo. Potremmo dire: dal partito nato con il V° Congresso (dicembre/gennaio 1946) alla sostanziale coincidenza nella prassi con la socialdemocrazia. Ma nel riformismo del Pci vi è sempre – come Fassino evidenzia – l’evocazione di un orizzonte di trasformazione socialista della società. La famosa terza via, abbandonata soltanto nell’ultimo periodo. Rimaneva l’ambizione di cambiare la società, non soltanto di migliorarla, come prometteva la socialdemocrazia. Rimaneva la speranza di riformabilità del comunismo, franata definitivamente con l’esperienza di Michail Gorbaciov.

Merito incontestabile del Pci è stata la capacità di rendere grandi masse protagoniste della democrazia, facendo sì che “plebi e proletariato diventassero popolo consapevole”. Piero Fassino sintetizza così i lasciti del Pci: il primato dell’interesse generale; il valore prioritario della democrazia; il partito di massa; l’unità delle forze democratiche e popolari.

Dalla rivoluzione alla democrazia. Ma Piero Fassino è ben consapevole che la democrazia è un fine soltanto fino a che è una conquista da raggiungere, poi diventa un mezzo. A quel punto occorre riprendere un tema che è la ragione stessa per cui nasce e vive una forza di progresso: l’uguaglianza, intesa come equità, giustizia sociale, pari opportunità, liberazione da ogni forma di oppressione. In un periodo come l’attuale in cui la democrazia è sotto attacco si aggiunge il compito di una rilegittimazione della democrazia, che spetta prima di tutti agli eredi di chi in anni ormai lontani ha ideato quel partito nuovo. 

Livia Turco, Antonio Rubbi, Alessandro Natta, segretario del Pci, Piero Fassino in un incontro con i rappresentati di paesi arabi, 1988 (foto di Bruna Polimeni, fondazione Gramsci)

L’unità delle forze democratiche e popolari sembra il messaggio che Fassino trasmette anche per l’oggi: “Il Pci ha concluso la sua storia, ma quell’obiettivo non ha perso la sua validità e attualità”.

Non troverete soltanto in questo libro un profilo del Pci. Pur essendo necessariamente il Pci al centro delle vicende raccontate, viene fuori nettamente la storia dell’Italia, quella che difficilmente troviamo raccontata se non in libri specialistici su singoli episodi. Può sembrare a prima vista una cronaca non impegnativa, non è così. Per lo più con poche parole, qualche volta più dettagliatamente, le ragioni di quel che avviene sono sempre chiaramente spiegate. Si ripercorrono così vicende di grande rilevanza: la sfera di influenza sui territori all’esito della Seconda Guerra produce anche l’imposizione del sistema politico della nazione dominante. Si susseguono: la fine dell’unità antifascista; la dottrina Truman e il piano Marshall; le elezioni del 18 aprile 1948; la ricostruzione del tessuto produttivo con IRI ed Agip; le rivelazioni del XX Congresso del PCUS e il Comportamento del Pci; i movimenti del 1968 e la svolta dell’EUR; la stagione degli attentati e delle stragi, i tentativi di golpe che con la “strategia della tensione” riescono a spostare a destra l’asse governativo dell’Italia; il crollo del Muro di Berlino e la fine del secolo breve.

Piero Fassino, Achille Occhetto, Fabio Mussi, Massimo D’Alema, Gianni Pellicani, XVIII Congresso del Pci, 22 marzo 1989 (foto di Angelo Palma, Fondazione Gramsci)

Il racconto termina con la Bolognina e le sue immediate ripercussioni. Alla Bolognina, storica sezione del Pci nella rossa Bologna, Achille Occhetto, nel corso di un incontro con i militanti che poteva sembrare quasi ordinario, annuncia lo scioglimento del partito. E non di una organizzazione qualsiasi, ma del partito di Gramsci e di Togliatti, attore fondamentale della lotta al fascismo, protagonista della nascita della Repubblica e di ogni passaggio della vita del paese. Un partito di un milione e mezzo di iscritti, con organizzazioni presenti in tutti gli 8000 comuni italiani e milioni di elettori. ll partito che ha da tempo acquisito una identità democratica e una cultura riformista proprio in antitesi a quei regimi. 

Ed allora perché le macerie del muro di Berlino dovevano ricadere anche sul Pci?

Piero Fassino, Massimo D’Alema, Achille Occhetto, XX Congresso del Pci/I Congresso Pds, Rimini, 3 febbraio 1991 (foto di Dario Coletti, Fondazione Gramsci)

Fassino lo spiega. Il Pci non era estraneo a quella storia. Lo spiega con un piccolo episodio di cronaca: quando Petruccioli intervenendo al Comitato centrale dice senza mezzi termini “da tempo non eravamo più comunisti”, Natta replicherà con un secco “parla per te”. E costerà molta sofferenza ai dirigenti del partito decidere finalmente nell’ottobre 1989 di non andare né a Berlino Est, né a Pechino per gli anniversari della RDT e della Repubblica popolare cinese. Quella storia era rimasta appiccicata alle persone, anche se ad una minoranza di persone, che si staccherà e formerà un nuovo partito, il Partito della rifondazione comunista.

Il lascito del partito di massa è ora a rischio. Dallo scioglimento del Pci sono passati trent’ anni. I partiti nuovi, partito azienda e partito digitale, non riescono a formare una classe dirigente. Il Pd è accusato di darsi esclusivamente al governismo (malattia senile del post-comunismo, diceva Macaluso). Governare è fondamentale ma non basta, è necessario rifondare la democrazia rappresentativa. La società è nel frattempo profondamente cambiata. Ma questa è un’altra storia.

Nell’immagine di apertura: Piero Fassino interviene al 19° Congresso provinciale Pci di Torino, marzo 1986. Foto di Dario Nazzaro, Fondazione Gramsci

La storia del Pci. La storia dell’Italia ultima modifica: 2021-04-09T20:26:51+02:00 da ADRIANA VIGNERI

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