Censura cinematografica: fine dei giochi?

A sale chiuse e ancora in piena pandemia, l'annuncio “liberatorio” del ministro Franceschini circa le nuove modalità di funzionamento delle revisioni ministeriali sui film destinati alle sale.
ROBERTO ELLERO
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E bravo Franceschini. A sale chiuse, con la pandemia che non molla, il suo annuncio di abolire la censura cinematografica ha fatto centro, meritandosi il plauso dei più. Finalmente! Era ora! E in effetti l’anacronismo ci stava tutto, a cominciare da quel suo sostrato, il “comune senso del pudore”, che per decenni ha guidato, assillato e motivato le scelte delle commissioni di revisione dei film, senza il cui assenso (con ampie limitazioni ai minori) era impossibile accedere al nulla osta di circolazione, a sua volta indispensabile per uscire nelle sale. Attenzione al lessico utilizzato: non ricorre mai la parola censura, di cui ogni buon censore s’è forse sempre vergognato, associabile più ai sistemi totalitari che alle democrazie per così dire liberali.

Ciò nonostante, com’è noto, qui da noi, fra gli anni Cinquanta e Ottanta del secolo scorso, si sforbiciava che era un piacere, bloccando addirittura le uscite di taluni film o esigendo tagli di montaggio insopportabili per i sostenitori dell’integrità delle opere, qualunque fosse il loro rango (e talvolta era cinema d’autore della miglior specie, Visconti per dire). Niente più “censura”, dunque, senza nemmeno ricorrere a leggi e decreti da portare in parlamento. Per le vie amministrative brevi, piuttosto, istituendo un’unica commissione di esperti (in sostituzione di quelle di revisione precedenti) per la verifica dei requisiti d’uscita, badando essenzialmente alla tutela dei minori, dai diciotto in giù, ma senza più la facoltà di suggerire o, peggio, imporre tagli e modifiche. D’ora in poi, sulla base del modello americano, una semplice autoclassificazione dei film da parte di produttori e/o distributori, la conseguente ratifica da parte della commissione unica (salvo diversità di vedute, c’è da credere) e via in sala.

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Di fatto, rimarrà l’obbligo di acquisire un nulla osta di circolazione per accedere alle sale, ciò che impropriamente (ma significativamente) veniva definito “visto di censura”. E per converso, ancora porte chiuse per chi non ce l’avrà, quel nulla osta. Occhio: non si dice film particolarmente fraudolenti, piuttosto e anche tutti quei titoli vecchi e nuovi del repertorio culturale che per varie ragioni non hanno mai trovato una distribuzione. Infinite acrobazie in passato per vederli e farli vedere comunque: proiezioni per inviti, per i soli associati di questo o quel sodalizio culturale, tutti vietati comunque ai minori, anche se animazioni Disney piuttosto che giapponesi. Ed è curioso segnalare, una volta di più, che l’obbligatorietà del nulla osta in questione vale esclusivamente per le sale, inesistente sul mercato ormai marginale dell’home video e anche in televisione. In presenza di film “scomodi” (a vario titolo vietati o vietabili), si sa che le reti in chiaro piazzano in seconda o terza serata, con apposita segnaletica di riserva, mentre le piattaforme operano con il principio del parental control: cavoli di genitori e tutori il rispetto di eventuali controindicazioni. Erede pressoché ultima dei buoni costumi cinematografici resta dunque la tutela dei minori, che nessuno si sogna di mettere in discussione. E qualora la soglia per la maggiore età dovesse abbassarsi (si parla da tempo di voto ai sedicenni, tema ripreso di recente anche da Letta), basterà recepire quella modifica in sede amministrativa per cambiare i parametri di limitazione. Facile facile. 

Meglio tardi che mai, anche per i più scettici, riandando magari con la memoria ai non pochi misfatti della nostra censura cinematografica, quando i film vivevano esclusivamente di proiezioni nelle sale. Ha mostrato di apprezzare moderatamente persino Tinto Brass, che di “censura” certo se ne intende (ventinove film su trenta incappati nei rigori ministeriali, a cominciare dall’opera prima Chi lavora è perduto, 1963), anche se davvero non se l’è sentita di cantar troppo vittoria: fintantoché esisteranno commissioni delegate a filtrare e a giudicare i film, ha fatto sapere, di censure ve ne saranno sempre. Mentre un altro agguerrito libertario, il più giovane Daniele Vicari, ha messo in guardia i colleghi dai pericoli dell’autocensura, che sarebbe persino peggio. Rimane che, in assenza di depenalizzazione dei reati ascrivibili a un’opera cinematografica, potrebbe pur sempre esserci un magistrato sin troppo zelante in circolazione. E dunque censura penale piuttosto che amministrativa, e in teoria basterebbe ancor oggi l’esposto di un cittadino indignato per originare la possibile azione penale. Oscenità, blasfemia, istigazione a delinquere, diffamazione e magari, ora, anche i “reati” contemplabili in sede di politically correct: la sfilza delle possibili imputazioni è lunga quanto il codice penale.

Merita ricordare, visto che se ne parla spesso, che Ultimo tango a Parigi (1972) di Bernardo Bertolucci fu mandato al rogo da tribunali ordinari? Con beneficio poi di ravvedimento, certo… Il ricorso alla magistratura ordinaria era così frequente nell’Italia pudica e bigotta di mezzo secolo fa che a un certo punto divenne prassi diffusa fra i distributori la “prima” del film in città non ostili, vista la competenza giudiziaria di primo grado sul luogo del presunto “delitto”. Sembra medioevo ma era soltanto l’altro ieri. E teoricamente potrebbe sempre ricapitare in assenza di quella “depenalizzazione” di cui s’è detto, segnalata come urgente anche da Walter Veltroni quand’era ministro, mentre Ciprì e Maresco vivevano i loro guai per il blasfemo Totò che visse due volte (1998). Alle viste non ci sono frotte di benpensanti pronti a scattare come un sol uomo in difesa di questo o quel principio morale, ma non si sa mai. E s’aggiunga che il nulla osta di circolazione ministeriale continua, nel caso, a mettere in sicurezza gli esercenti dagli effetti di eventuali conseguenze penali, eccezion fatta per il sequestro della pellicola e la conseguente sospensione della programmazione. È la ragione per cui le loro associazioni di categoria si sono sempre mostrate tiepide nei riguardi delle liberalizzazioni “parziali”, pena l’insorgere di un altro dannoso panico: l’autocensura, appunto. 

Diciamolo: con le sale chissà per quanto tempo ancora chiuse, le difficoltà legate all’eventuale ripresa, la possibile disaffezione di buona parte del pubblico, ormai orientato al cinema comodo comodo delle piattaforme, nel salotto di casa, discutere delle annose vicende censorie – sia pure per salutare un evento a suo modo “liberatorio” – fa un certo che. Understatement involontario, senza risvolti ironici, un po’ beffardo piuttosto. Roba da “si stava meglio quando si stava peggio”, per intenderci. Che non è mai un bel dire. Avanti con moderato ottimismo, dunque, ben sapendo che le possibili censure, come le amare sorprese, possono sempre stare dietro l’angolo. 

Censura cinematografica: fine dei giochi? ultima modifica: 2021-04-11T17:23:23+02:00 da ROBERTO ELLERO

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