Belfast. L’incendio previsto, che non sarà facile spegnere

Questa volta sono unionisti e lealisti a protestare nell’Irlanda del Nord, perché si vedono trascurati dal resto della Gran Bretagna e temono l’unione con l’Irlanda. L’augurio è che durante il lungo periodo di transizione post-Brexit non vi sia una nuova escalation di violenze dalla quale sarebbe poi molto complicato tornare indietro.
FRANCESCO GUIDI BRUSCOLI
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Lo scorso 29 marzo, in un’area a maggioranza lealista (protestante) di Londonderry, città dell’Irlanda del Nord a maggioranza cattolica, un gruppo di una quarantina di giovani ha tirato una bottiglia molotov contro un’auto della polizia, che ha poi requisito vari oggetti contundenti, fra cui barre di legno e di ferro. Di per sé questo fatto si sarebbe potuto annoverare fra gli sporadici episodi di violenza che ancora si ripetono nella regione. Tuttavia da allora si sono succedute numerose notti di disordini causati da gruppetti di persone che hanno attaccato la polizia in varie citta dell’Irlanda del Nord. Se inizialmente gli scontri erano fra lealisti e polizia, un “salto di qualità” si è manifestato quando le violenze si sono estese a Belfast, con lanci di bottiglie molotov da un lato all’altro di uno dei “peace walls” (muri della pace) che ancora separano le aree unioniste e lealiste (fedeli alla Gran Bretagna) da quelle nazionaliste irlandesi. Nel corso degli scontri, che hanno coinvolto circa 600 persone, è stato incendiato un autobus, sono stati feriti otto poliziotti (e un cane poliziotto) e sono state arrestate due persone; inoltre la polizia ha usato cannoni ad acqua per la prima volta da sei anni.

La condanna da parte degli esponenti politici di tutti gli schieramenti è stata unanime. Tuttavia, nella sottolineatura delle cause all’origine degli eventi si possono leggere reciproche accuse tra i vari partiti, che pure sono alleati al governo. Al momento non sono chiare le origini o le dinamiche delle violenze, né è accertato che i disordini siano stati in qualche modo organizzati e coordinati. Probabilmente vari aspetti si mescolano: come spiega Michael Hirst (BBC Northern Ireland) i disordini sono avvenuti soprattutto in zone a forte concentrazione di bande criminali legate a formazioni paramilitari lealiste che in tempi recenti hanno subito una robusta azione repressiva da parte della polizia. Secondo altri i disordini sono stati causati dall’annuncio, da parte del Public Prosecution Service, che non sarebbero stati perseguiti i leader dello Sinn Fein (partito nazionalista irlandese), i quali erano fra i 2.000 partecipanti al funerale di ex un capo dell’intelligence dell’IRA che si è tenuto a giugno scorso, periodo in cui le restrizioni anti-Covid vietavano assembramenti di persone. Arlene Foster, first minister dell’Irlanda del Nord e leader del DUP (Democratic Unionist Party), ha condannato i “vandalismi” evidenziando come “queste azioni non rappresentano né unionismo né lealismo”, ma non ha mancato di sottolineare che questi atti “servono solo a sviare l’attenzione dai veri delinquenti che sono nello Sinn Fein” (“only serve to take the focus off the real law breakers in Sinn Fein”). Dal canto loro i partiti nazionalisti irlandesi, ma anche l’Alliance Party (che si pone come ponte fra le componenti cattoliche e protestanti) hanno accusato gli unionisti di rinfocolare gli animi con una retorica troppo accesa nella richiesta di dimissioni del capo della polizia, proprio a seguito dell’episodio del funerale.

Scene da Belfast di GENITORI/ADULTI della comunità lealista che applaudono e incitano i più giovani a dirigersi verso i disordini in corso, dove un bus è stato dirottato e dato alle fiamme. Questa è la Belfast, Irlanda del Nord, del 2021, mica è uno scherzo.

Concause di carattere locale, tuttavia, non possono far dimenticare un problema di fondo e molto più ampio. Ormai mancano poco più di due mesi al quinto anniversario del referendum che, il 23 giugno 2016, ha decretato la Brexit, dando il via ai lunghi negoziati che dovevano riempire di dettagli un contenitore di fatto vuoto. Seppure alcuni (fra cui l’ex premier Tony Blair) cercassero di promuovere un secondo referendum, la via era tracciata, come ribadito da Theresa May, la quale iniziò a ripetere il mantra “Brexit means Brexit” fin da quando ancora era candidata alla leadership conservatrice dopo le dimissioni di David Cameron. Con questa tautologica ovvietà May cercava di convincere la popolazione e soprattutto il suo partito (lei che al referendum aveva votato remain) che la Gran Bretagna sarebbe uscita dall’Unione Europea, anche se non specificava come il negoziato si sarebbe sviluppato.

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Fin da subito è apparso evidente che uno dei nodi cruciali sarebbe stato quello irlandese. Molti temevano che la creazione di una linea di confine fra Nord e Sud avrebbe potuto acuire nuovamente dissapori che faticosamente erano stati sopiti. La divisione dell’isola fu sancita nel 1921 al termine della guerra anglo-irlandese (o guerra di indipendenza irlandese). La convivenza fra protestanti e cattolici nell’Irlanda del Nord fu da subito complicata, e si trasformò poi in vero conflitto (pur eufemisticamente definito “The Troubles”) da fine anni Sessanta. Dopo un trentennio di violenza, che ha causato la morte di oltre 3.500 persone, il Good Friday Agreement del 1998 sembrava aver largamente risolto il problema, con le due Irlande che restavano separate nell’isola ma erano unite sotto la bandiera dell’Unione Europea, dove Regno Unito e Repubblica d’Irlanda erano entrate insieme nel 1973 (in quella che allora si chiamava Comunità Europea). Fin dal 1995 l’Unione Europea ha partecipato attivamente a progetti di pacificazione – assieme a Regno Unito e Repubblica d’Irlanda – sostenendo la regione con il cosiddetto “peace money” destinato all’Irlanda del Nord e alle regioni irlandesi di confine. Agli oltre 1,3 miliardi di euro concessi dall’UE a partire dal 1995, si aggiungeranno altri fondi consistenti per il periodo 2021-27. Inoltre l’Unione ha contribuito allo sviluppo socio-economico nord-irlandese con 13 miliardi di euro, destinati soprattutto al settore agro-alimentare (i fondi europei hanno costituito il 70% degli introiti di un settore agricolo in cui il 60% degli agricoltori dipende da quelli per la propria sopravvivenza).

La rabbia nelle strade di Belfast. La polizia interviene con i cannoni ad acqua per disperdere manifestazioni violente.

Durante la campagna referendaria del 2016 i partiti politici nord-irlandesi si erano espressi per il remain, con l’eccezione degli unionisti del DUP, favorevoli invece al leave. Al referendum la popolazione nord-irlandese si è espressa contro la Brexit per 55,8% a 44,2% (con un’affluenza, più bassa della media britannica, del 62,7%); in particolare più forte è stato il desiderio di restare nelle aree a prevalenza cattolica, mentre quelle protestanti hanno in maggioranza votato per l’uscita. Non a caso, all’indomani dei risultati, lo Sinn Fein si esprimeva per un secondo referendum che valutasse il confine con la Repubblica d’Irlanda (e quindi, in prospettiva, un’Irlanda unita). Dal canto loro i rappresentanti degli unionisti, pur festeggiando l’esito referendario, consigliavano ai propri cittadini di fare domanda per ottenere un passaporto irlandese (quindi europeo).

Già nei mesi precedenti la consultazione il governo della Repubblica d’Irlanda aveva iniziato a valutare gli scenari di un’uscita della Gran Bretagna affrettandosi, una volta conosciuto il risultato del voto, a mettere in guardia i partner europei sul rischio per la pace. Nel dicembre 2017, con i negoziati ancora a livello preliminare, le parti concordarono su un punto fermo, ovvero l’“Irish backstop” (la protezione irlandese) che impegnava a evitare l’istituzione di un confine duro fra le due Irlande. Se l’UE riteneva questo un elemento imprescindibile dell’accordo, in Gran Bretagna la questione sollevava controversie e dibattiti, che fra gennaio e marzo 2019 avrebbero portato alla tripla bocciatura parlamentare del “meaningful vote” sull’accordo.

Nel frattempo varie proposte alternative per l’istituzione di un confine morbido sono state bocciate per la loro irrealizzabilità (e vaghezza). Nel luglio 2019, appena diventato primo ministro, Boris Johnson è tornato all’attacco del backstop raggiungendo a fine anno l’accordo per la firma di un nuovo protocollo. Se legalmente (de jure) il confine terrestre è stato ribadito, di fatto (de facto) esso si è spostato dalla terra al mare, ovvero al canale che separa le due isole britanniche. Anche se l’Irlanda del Nord resta parte integrante del Regno Unito, infatti, le regole sull’IVA (VAT) e le prassi doganali che essa deve adottare al momento sono quelle europee. Oltre a istituire controlli sul commercio con la Gran Bretagna, l’accordo stabilisce che alcuni dazi debbano essere pagati su quei beni la cui permanenza in Irlanda del Nord non può essere certificata.

All’uscita effettiva della Gran Bretagna dall’UE, avvenuta il 31 gennaio 2020, è seguito un periodo di transizione fino al 31 dicembre 2020. Pochi giorni prima di tale scadenza, all’ultimo tuffo, i negoziatori hanno finalizzato i dettagli dell’accordo commerciale, che è stato subito ratificato dal Parlamento inglese. Per tener conto delle difficoltà pratiche nell’applicare immediatamente le nuove complesse procedure, sono stati previsti vari “grace periods” (proroghe che limitano i controlli doganali, con durata compresa fra tre mesi e un anno a seconda dei beni oggetto di scambio). I ridotti controlli hanno riguardato in particolare i beni di importazione dal resto del Regno Unito, ma carenze di beni alimentari si sono manifestate comunque in molti supermercati. La prima di queste proroghe sarebbe scaduta il 1° aprile, ma il governo britannico la ha unilateralmente estesa fino al 1° ottobre, ipotizzando un’ulteriore estensione fino al 2023. Accusando Johnson di violazione degli accordi internazionali, il Parlamento europeo ha per ora rimandato la propria approvazione dell’accordo.

Il problema maggiore riguarda i prodotti agro-alimentari; qualcuno propone di rifarsi al modello dell’accordo UE-Svizzera, che però prevede che quest’ultima adegui quasi pedissequamente le proprie regole a quelle stabilite dall’UE (una soluzione che il governo britannico non vede certo di buon occhio). Al momento, poiché l’Unione Europea ha regole molto stringenti e il confine terrestre fra le due Irlande è aperto, per forza di cose i controlli avvengono all’arrivo nei porti nord-irlandesi. L’articolo 16 del protocollo d’intesa prevede che, in caso di “serie difficoltà economiche, sociali o ambientale” una delle parti (UE o UK) possa prendere “appropriate misure di salvaguardia”. Alcuni spingono perché Westminster se ne avvalga, specie dopo che a fine gennaio l’UE ha minacciato di farvi ricorso per impedire che vaccini anti-Covid destinati agli Stati dell’Unione arrivassero invece per vie traverse (il confine fra le due Irlande) nel Regno Unito.

Non tutti hanno deciso di non scendere in piazza in segno di cordoglio per il Principe Filippo- Agenti di polizia sott’atacco nel quartire lealista di North Queen St. Belfast

I beni maggiormente colpiti sono quelli in arrivo in Irlanda del Nord dalla Gran Bretagna, che della prima costituisce il maggior partner commerciale. Certamente è ancora troppo presto per poter fare una valutazione completa dell’impatto economico, anche perché i problemi di cui si è appena parlato si innestano su una situazione generale resa complicata dalla pandemia di Covid-19, che ha peraltro contribuito anche a tenere un po’ sullo sfondo il dibattito sulle reali conseguenze della Brexit. Dopo un inizio disastroso, il governo Johnson ha fornito una risposta molto decisa alla crisi pandemica, con una campagna vaccinale che ha superato per intensità ed efficacia quella degli ex partner europei (per inciso, a chi porta la Gran Bretagna come esempio, ricordiamo comunque che tale campagna vaccinale si è accompagnata a un lockdown molto severo).

Resta il fatto che unionisti e lealisti si sono sentiti traditi da Johnson, il quale doveva/voleva raggiungere a ogni costo un accordo per poter dimostrare di aver tenuto fede al suo “get Brexit done”. Il risultato, tuttavia, è stato quello di istituire di fatto un confine nel mare d’Irlanda, relegando l’Irlanda del Nord a un ruolo di figlia minore del Regno Unito. Nel 2024 l’Irlanda del Nord potrà votare (anche se non è ancora chiaro con quale meccanismo) se rimanere o meno negli accordi commerciali (ma non saranno comunque toccati gli altri aspetti dell’intesa tra Regno Unito e UE). Nel frattempo, anche nelle settimane precedenti allo scoppiare delle violenze, la tensione è cresciuta progressivamente, manifestandosi con scritte di protesta disegnate sui muri e con discussioni accese sui social media. La violenza degli ultimi giorni acuisce la preoccupazione, solo parzialmente attenuata da alcune considerazioni: al momento gli episodi di violenza sono tutto sommato limitati, coinvolgono un numero relativamente ridotto di persone, non hanno ancora provocato alcuna vittima e non sono stati caratterizzati dall’intervento di gruppi paramilitari lealisti (come ha di recente sottolineato anche la polizia), bensì dall’azione di ragazzi giovani o molto giovani (i tre fermati del 9 sera erano tutti quattordicenni); inoltre le violenze hanno ricevuto unanime condanna da parte delle forze politiche. Tuttavia i disordini continuano e, quando sabato 10 aprile Belfast si è svegliata nel ventitreesimo anniversario del Good Friday agreement, le tracce degli scontri della notte precedente erano ben visibili. Il governo irlandese vorrebbe organizzare un summit di emergenza con quello inglese (eventualità stabilita proprio dal Good Friday agreement); Westminster tuttavia nicchia, forse per timore di esacerbare ulteriormente gli animi degli unionisti, che potrebbero vedere in questo un’ingerenza eccessiva di Dublino.

Una soluzione definitiva della questione del confine irlandese non pare raggiungibile in tempi brevi. Nel 2013 gli allora primo ministro e vice primo ministero nordirlandesi dichiararono l’obiettivo di abbattere i “peace walls” entro il 2023; il piano è stato ribadito anche in seguito, ma gli eventi degli ultimi giorni gettano un’ombra su tale prospettiva. Ricorre quest’anno il centenario del trattato di pace del 1921, che creò l’Irlanda del Nord. Nei decenni successivi furono i cattolici repubblicani, sentendosi discriminati come sudditi britannici, a iniziare con le proteste che poi sarebbero culminate nel tragico trentennio dei Troubles. Questa volta sono unionisti e lealisti a protestare, perché si vedono trascurati dal resto della Gran Bretagna e temono l’unione con l’Irlanda. L’augurio è che durante il lungo periodo di transizione post-Brexit non vi sia una nuova escalation di violenze dalla quale sarebbe poi molto complicato tornare indietro.

Belfast. L’incendio previsto, che non sarà facile spegnere ultima modifica: 2021-04-12T17:48:58+02:00 da FRANCESCO GUIDI BRUSCOLI

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1 commento

ytali. - Regno Unito. Lo scenario politico dopo il SuperGiovedì 12 Maggio 2021 a 13:15

[…] già avevamo sottolineato, la strada per raggiungere una piena e pacifica cooperazione post-Brexit è […]

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