Com’è remota la vicina Albania

“La disputa sul raki e altre storie di vendetta” di Fabio M. Rocchi narra a ritmo sostenuto scene ed episodi di vita nell’antico paese balcanico per troppi decenni rimasto confinato in un isolamento delle menti e della materia sotto un regime comunista durissimo.
BARBARA MARENGO
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Italiani in Albania. Albanesi in Italia. Due paesi allo specchio tra illusioni e delusioni, cinismo e tradizione, grappa e raki, nei racconti di Fabio Rocchi in uscita da Besa Muci edizioni. La disputa sul raki e altre storie di vendetta è il titolo di questa raccolta in dieci capitoli, situazioni ambientate nell’oggi della Shqiperia, fiero paese delle aquile, scritta da un giovane italiano che insegna da qualche anno Letteratura italiana all’Università di Tirana. Un film neorealista che narra a ritmo sostenuto scene ed episodi di vita nell’antico paese, quell’Albania percepita lontanissima, per troppi decenni rimasta confinata in un isolamento delle menti e della materia sotto un regime comunista durissimo: dopo secoli di dominio ottomano altrettanto duro, un’effimera stagione di monarchia da operetta, la tragica invasione da parte dell’Italia fascista.

Distillazione artigianale del raki

L’Albania di oggi, così vicina ma ancora lontana, si porta dietro un retaggio di tradizioni ataviche, un “kanun” di comportamento che è duro a morire anche nelle nuove generazioni cresciute nel miraggio dell’Italia e dell’Europa, un codice che è un sentimento di difesa dai soprusi patiti nell’ultimo millennio che pervade le montagne dove volano le aquile e le città della costa, da dove negli anni della dittatura di Enver Hoxa si potevano scorgere come in un miraggio luci di città italiane e greche: un codice che dettava la vendetta del sangue. Dai tempi antichissimi imponeva di uccidere i maschi della famiglia che aveva recato offesa lungo la linea delle generazioni. E così Rocchi ripercorre storie apparentemente ambientate al giorno d’oggi ma percorse da sentimenti forti, atavici ed estremi, la vendetta appunto, ma anche l’orgoglio e la fierezza di un popolo improvvisamente proiettato verso un Occidente patrigno non all’altezza delle aspettative morali di antiche mentalità. 

L’università di Tirana ai tempi di Enver Hoxa

E se tanti sono gli italiani che in questi ultimi decenni hanno cercato e a volte trovato fortuna in un’Albania del boom economico, altrettanti sono gli albanesi che hanno raggiunto in Italia benessere e integrazione: sempre con un forte legame verso la famiglia rimasta nella montuosa Terra delle aquile, dove vecchi genitori attendono conforto e cure, come avviene per il protagonista del racconto Bulloni, un Danush rientrato dall’Italia e proiettato al capezzale della madre malata in un ambiente che disprezza e non considera più suo, finché non scatta in lui il richiamo feroce della vendetta. 

S’intrecciano, in questi racconti, considerazioni che ogni expat italiano in ogni parte del mondo fa sue: soddisfazione per il lavoro sicuro trovato lontano dalla patria, come in questo caso la sorte dell’ingegnere che mette a frutto la propria esperienza nella costruzione di una diga, con situazioni paradossali e finti amici, approfittatori e inganni, con un occhio alla natura violentata dalla prepotenza delle costruzioni. 

E sono anche storie d’amore, o meglio di crudele possesso e soprusi sulla donna, che Rocchi descrive con sensibile animo conoscendo i risvolti di matrimoni che nascono male e finiscono peggio. Mogli tradite o fratelli determinati a vendicare l’onore di sorelle che oramai vivono benissimo la loro vita in Occidente, dove la tradizione balcanica con i suoi riti e obblighi non ha corrispondenza. Protagonisti che accettano consapevolmente di pagare le colpe per i crudeli delitti commessi, come la determinata Aferdita che però compatiamo e capiamo, colpevoli a nostra volta…

Spaccio di generi alimentari ai tempi di Enver Hoxa

Sono appena trent’anni che l’Albania si è violentemente liberata dal regime del compagno Hoxa, shoku Enver, che ha confinato il suo piccolo popolo in oltre quarant’anni di isolamento, legandosi a fasi alterne ai regimi comunisti sovietico e cinese, rimanendo seppur vicinissima estremamente isolata dall’Europa e dalla dirimpettaia Italia, meta prediletta, paese invidiato durante gli anni di chiusura delle frontiere, con l’impossibilità di viaggiare da parte dei cittadini persino all’interno dell’Albania stessa, popolazione controllata da un’onnipresente Sigurimi, polizia pervasiva in ogni settore della vita anche privata. Appena trent’anni, troppo pochi anche di fronte a un illusorio benessere, a una ricchezza ambigua legata al traffico di emigranti o di un’edilizia selvaggia. 

In una natura bellissima, che dal mare alle montagne ospita antiche fortezze, baluardo di eroi come Scanderbeg, città come Apollonia dove gli imperatori romani studiavano la retorica, tracciati di strade come la via Egnazia che da Brindisi scavalca il mare e arrivava a Bisanzio. Città arroccate sulle montagne come Argirocastro, agglomerati greci con anfiteatri e ruderi di antiche basiliche come Butrinto, lungomare di città sorelle di ogni città mediterranea come Vlora, laghi come Ocrida patrimonio Unesco profondo oltre 400 metri. I racconti di Rocchi aprono la possibilità di entrare nella mentalità del paese balcanico, evidenziando situazioni tristi e meschine, ciniche e piene di superbia, come l’umiliazione subita dalla supponente manager italiana invitata per una sorta di vendetta sottile a un convegno a Tirana. 

Tirana, capitale diventata improvvisamente rutilante metropoli, dove sprovveduti italiani s’illudono di fare facilmente tanti soldi con poco impegno e scarsa preparazione o dove storie di sesso e di malaffare si intrecciano tra italiani e albanesi, greci e turchi, uniti dall’aspra grappa balcanica mediterranea detta raki, ouzo, anisetta, insomma quella fortissima miscela alcoolica che è causa di ulteriori (visto che ce ne sono poche) dispute tra popoli mediterranei: quel raki che diventa occasione per una sfida nazionalistica tra un furbacchione italiano e operatori sanitari senza scrupoli… Ma è bello sapere, come c’informa Rocchi, che l’origine della parola raki ovvero ouzo potrebbe essere romana, e precisamente parola “recuperata da antiche iscrizioni rinvenute sulle anfore romane utilizzate per portare la seta a Marsiglia e nelle quali si era poi cominciato per abitudine a distillare qualcosa. UZUM MASALIA, destinato a Marsiglia”.

È la storia che ci accompagna, dagli antici Illiri ai Romani. “Mundet”, forse…


In copertina Tirana, oggi.

Com’è remota la vicina Albania ultima modifica: 2021-04-13T19:51:19+02:00 da BARBARA MARENGO

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