Zan e le false paure dei suoi nemici

Cosa prevede davvero la legge contro l’omolesbobitransfobia e perché non è né una legge bavaglio né una misura contro le donne.
scritto da MATTEO ANGELI
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Slitta di nuovo il ddl Zan. La commissione giustizia del Senato, presieduta da un leghista, facendo ricorso a un tecnicismo, ha rimandato la discussione sulla legge a data da destinarsi. Bisognerà quindi ancora attendere per una misura che si aspetta almeno da venticinque anni, da quando nel 1996 Nichi Vendola presentò la prima proposta di legge in materia. A frenare non sono solo coloro che temono di perdere il loro diritto a offendere. C’è anche chi sostiene una posizione, adottata da alcune femministe, secondo cui il ddl Zan, introducendo il concetto di identità di genere, creerebbe le premesse per la cosiddetta self-id, ovvero la possibilità di cambiare genere (dal maschile al femminile o viceversa), con una semplice autocertificazione. 

Una cosa alla volta. La proposta di legge Zan, dal nome del suo relatore, il deputato Pd Alessandro Zan, punta a modificare gli articoli del codice penale relativi ai cosiddetti delitti contro l’uguaglianza, aggiungendo il riferimento alle discriminazioni sessuali.

L’articolo 604-bis sarà modificato come segue (in neretto l’integrazione).

Alle lettere a) e b) del primo comma:

è punito con la reclusione fino ad un anno e sei mesi o con la multa fino a 6.000 euro chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi oppure fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità

è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi, in qualsiasi modo, istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi oppure fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità

Al primo periodo del secondo comma:

È vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, oppure fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità. Chi partecipa a tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi, o presta assistenza alla loro attività, è punito, per il solo fatto della partecipazione o dell’assistenza, con la reclusione da sei mesi a quattro anni. Coloro che promuovono o dirigono tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da uno a sei anni.

Inoltre, l’articolo 604-ter del codice penale verrà invece così modificato (in neretto l’integrazione):

Per i reati punibili con pena diversa da quella dell’ergastolo commessi per finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso, oppure fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità, ovvero al fine di agevolare l’attività di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi che hanno tra i loro scopi le medesime finalità, la pena è aumentata fino alla metà.

Oltre a tutto ciò, la nuova legge mira a intervenire sulle cause profonde dell’omofobia, introducendo una Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia, stabilita per il giorno 17 maggio

al fine di promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione nonché di contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, in attuazione dei princìpi di eguaglianza e di pari dignità sociale sanciti dalla Costituzione.

Il principale elemento di discussione è all’articolo 604-bis, primo comma, lettera a), che nella modifica proposta afferma: è punito con la reclusione fino a un anno e sei mesi o con una multa fino a seimila euro chi “istiga a commettere o commette” atti di discriminazione fondati sull’omofobia o sulla transfobia.
Il timore – dicono coloro che s’oppongono al ddl Zan – è che la nuova legge sia usata per punire le opinioni di una parte della politica, della chiesa e della società. “Un rischio reale, vista l’aggressività di certe associazioni Lgbt”, commentano alcuni. 

Per rassicurare questi novelli paladini della libertà d’espressione – la loro, ovviamente – la proposta approvata dalla Camera si premura addirittura di specificare all’articolo 4 che:

ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti. 

Tradotto: ognuno potrà continuare a dire che non condivide l’omosessualità, le unioni gay o la gestazione per altri, ma non potrà più insultare o discriminare. Certo, molti dovranno finalmente imparare a tenere la lingua a bada, perché anche esprimere una frase molto sgradevole e offensiva nei confronti di una persona gay, bi o trans potrebbe risultare in un incitamento alla violenza.

Lungi dall’essere la fine della libertà d’espressione, questa potrebbe piuttosto essere la fine dell’impunità di cui godono gli omofobi, grazie alle leggi dello stato. Perché, ai sensi del codice penale italiano, l’omofobia non è ancora degna di nota. 

Ciò rende “invisibili” tutti quei comportamenti tossici che portano alla violenza omofoba – li declassa a mero bullismo o machismo o “ragazzata” – e, ancora peggio, facilita la complicità.  

Questo è il vero grande problema: nel nostro paese esiste una complicità diffusa nel giustificare i comportamenti omofobi. Essa è figlia di una cultura bigotta, sterile e castratrice. Sterile, in quanto incapace di promuovere un’affettività inclusiva. Castratrice, nel suo favorire una sessualità normativa ossessionata dal ficcare il naso nei letti altrui.  

Una nuova legge non basta a cambiare questo sentire che, nonostante sia in ritirata, è ancora molto diffuso. Ma può rompere quel circolo vizioso che lega impunità e complicità, rendendo l’odio contro lesbiche, gay, bi e trans “visibile”. 

Maggiore sarà la visibilità, più difficile sarà ignorare la realtà di derisione, discriminazione e violenza pervasiva, a cui tutte le persone Lgbt fanno fronte nella loro vita. Più difficile sarà, soprattutto, continuare a essere complici degli omofobi, a giustificarne i comportamenti.  

È questo a terrorizzare veramente gli omofobi e i loro simpatizzanti, non lo spauracchio della “legge bavaglio”.

CAPIRE IL MONDO LGBT
1. Lesbica: una donna che è principalmente attratta dalle donne
2. Gay: un uomo che è principalmente attratto dagli uomini. A volte il termine è usato per descrivere in modo generale le persone attratte dallo stesso sesso
3. Bisessuale: un individuo attratto da persone del suo genere e di quello opposto
4. Transgender: una persona la cui identità di genere differisce dal suo sesso alla nascita
5. Transessuale: un termine desueto che indicava le persone che cambiano genere attraverso un’operazione e ormoni
6. Queer: un termine che raccoglie tutte le identità della comunità Lgbt
7. Questioning: il processo attraverso il quale si sta scoprendo il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere
8. Intersex: un individuo la cui anatomia sessuale o i cui cromosomi non corrispondono al tradizionale “maschio”/”femmina”
9. Alleato: una persona non Lgbt che supporta la comunità Lgbt o una persona Lgbt che supporta una persona Lgbt appartenente a un’altra categoria
10. Asessuale: un individuo che generalmente non sente alcun desiderio/attrazione sessuale
11. Pansessuale: una persona che ha esperienze romantiche, sessuali, fisiche e spirituali con altre persone – anche non binarie – indipendentemente dal loro genere o dalla loro identità di genere

Veniamo alla seconda grande critica mossa al ddl Zan, quella di una certa parte del mondo femminista, ma anche di alcuni esponenti del mondo Lgbt, come l’ex presidente Arcigay Aurelio Mancuso. Questi puntano il dito contro il concetto d’identità di genere, che la proposta di legge introduce. Essi sostengono che “i diritti devono continuare a essere riconosciuti in base al sesso e non al genere”. Il riferimento è chiaramente alle persone transgender, le quali vivono in una condizione di discontinuità tra sesso anatomico e genere, ovvero la percezione che hanno di sé in quanto maschio o femmina. 

La paura – secondo chi s’oppone al concetto di identità di genere – è che questo sia il primo passo verso lo sdoganamento del cosiddetto “self-id”, secondo cui basta la auto-certificazione per essere riconosciuto di un genere diverso da quello della nascita. 

Una posizione – fanno notare – opposta dalla legislazione attualmente in vigore, che con la legge 164/82 stabilisce che si:

attribuisca ad una persona sesso diverso da quello enunciato nell’atto di nascita a seguito di intervenute modificazioni nei caratteri sessuali

Gli oppositori del self-id, dicono che questa “indeterminatezza” nuocerebbe alle donne e paventano scenari apocalittici con “uomini ammessi negli spazi delle donne, spogliatoi, reparti di ospedali e carceri, sport femminili, quote lavorative e politiche”.

Il loro è un vero e proprio insulto alla condizione delle persone trans, che ne ridicolizza la complessità delle sfide, evocando un futuro distopico. Chi vuole riformare la legge Zan cancellando il concetto di identità di genere chiede, di fatto, di discriminare le persone non binarie, che scelgono di non corrispondere completamente al genere maschile o femminile.

Questo equivale a dire che ci sono due categorie di Lgbt: quelli che meritano protezione e chi, in questo caso davvero vittima di un’indeterminatezza, resta invece in un limbo legislativo. Non solo. Secondo i nemici dell’identità di genere ci sono due categorie di donne, quelle vere e quelle finte, due tipi di uomini, quelli veri e quelli finti.

In questo senso, assomigliano tanto agli altri detrattori della legge Zan, gli omofobi tout court, vittime anch’essi di stereotipi che vogliono imporre agli altri, con la loro ossessione di dire alla gente cosa deve essere e come deve vivere. 

In fondo, questo è solo l’ennesimo, disperato tentativo di far naufragare il ddl Zan. Guai però a fare concessioni! Affinché la legge contro l’omolesbobitransfobia sia efficace, non vanno fatti compromessi al ribasso, non va escluso nessuno. Altrimenti il rischio è che essa ripeta, con nuove forme, la discriminazione che vuole combattere. 

Zan e le false paure dei suoi nemici ultima modifica: 2021-04-13T20:47:33+02:00 da MATTEO ANGELI

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