Gli Usa mollano l’Afghanistan. Si prepara la nuova guerra civile

Basta l’elenco di attori interessanti al futuro del paese per rendersi conto che l’unica prospettiva realistica è la ripresa di un conflitto interno che dura in varie forme da oltre quattro decenni.
scritto da BENIAMINO NATALE
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Non ci vuole la sfera di cristallo per indovinare il futuro dell’Afghanistan una volta che le truppe americane e quelle della Nato saranno ritirate dal paese, come promesso dal presidente Joe Biden. Il ritiro sarà completato, ha affermato Biden, entro l’11 settembre 2021, nel ventesimo anniversario dell’“attacco all’America” dello sheik Osama bin Laden. Nessuno dei problemi che hanno provocato l’intervento internazionale – la presenza di terroristi di tutto il mondo, l’assenza di sviluppo economico slegato dal traffico di droga, lo strapotere dei capi clan, l’assenza di una “società civile” che non sia quella delle tribù – è stato risolto. Soprattutto, non è stato chiamato in causa il “convitato di pietra” dal quale non si può prescindere quando si parla dell’Afghanistan: il Pakistan, governato formalmente da civili (l’attuale primo ministro è l’inconsistente ex-campione di cricket Imran Khan), ma di fatto dalla “casta” dei militari.

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Sono stati loro – militari come l’ex-capo dei servizi segreti Hamid Gul e l’ex-ministro dell’interno Nasirullah Babar – ad aver gestito sul terreno la vittoriosa guerriglia contro i sovietici che avevano invaso il paese nel 1979 e, in seguito, a creare la milizia dei Taliban, che è ancora la più forte dell’Afghanistan sia perché rappresenta la maggioranza etnica del paese (i pashtun), sia perché gode dell’appoggio di un esercito vero, quello di Islamabad, con tutto quello che questo significa dal punto di vista degli armamenti, della tattica, della logistica.

Dopo aver annunciato il ritiro delle truppe dall’Afghanistan, il presidente Joe Biden visita la Section 60 dell’Arlington National Cemetery, dove riposano molti dei caduti americani nella guerra afghana.

I militari pakistani si sono convinti decenni fa che per la sicurezza del loro paese è necessario controllare l’Afghanistan – la cosiddetta “profondità strategica” – e da allora si sono mossi di conseguenza, sfruttando astutamente l’appoggio degli Usa e della comunità internazionale, appoggio ottenuto prima con la jihad, la guerra santa contro i sovietici, che tutti volevano ma che nessuno era disposto a condurre in prima persona, poi con l’uso degli estremisti islamici, in parte alleati e in parte carne da cannone da dare in pasto agli americani dopo il 9/11.

È stupefacente che nei commenti all’annuncio di Biden non si parli del Pakistan se non di sfuggita e se non per ribadire le banalità che hanno finora coperto l’ambiguo e distruttivo ruolo avuto dalla casta militare pakistana nelle vicende dello sfortunato vicino. 

Lo stesso Biden ha sostenuto che la collaborazione di Islamabad è “fondamentale”, come quella di Russia, India, Turchia, repubbliche centroasiatiche eccetera… Il presidente americano non ha, per evidenti ragioni, nominato l’Iran – altro sponsor “storico” di milizie afghane – ma pensare che gli ayatollah ignorino l’occasione che si presenta loro con il ritiro degli occidentali non è altro che una pericolosa illusione.

Basta l’elenco di attori interessanti al futuro del paese, quelli nominati da Biden ai quali per completezza bisogna aggiungere la “nuova” Cina di Xi Jinping, alleata di ferro del Pakistan, per rendersi conto che l’unica prospettiva realistica è la ripresa di una guerra civile che dura in varie forme da oltre quattro decenni.

Il segretario alla difesa Lloyd J. Austin III esprime il suo sostegno alla decisione del presidente Biden di ritirare le truppe americane dall’Afghanistan, da completare entro l’11 settembre 2021.

Le motivazioni di Biden per il ritiro sono le stesse che erano state avanzate dal suo predecessore Donald Trump. Se due presidenti così diversi si sono entrambi convinti che l’opinione pubblica statunitense sia sempre più ostile alle “guerre senza fine” come quella in Afghanistan, non c’è ragione di dubitare che sia così. In effetti, gli Usa e la Nato lasceranno l’Afghanistan più o meno come l’avevano trovato vent’anni fa: diviso tra tribù, dominato da “signori della guerra”, cioè capi di milizie tribali se non di vere e proprie mafie locali, senza un’identità comune che permetta di superare le divisioni e immaginare un futuro diverso. I discorsi sulla libertà delle donne, sulla scolarizzazione delle ragazzine non sono altro che fumo negli occhi per le società occidentali, spesso promossi da persone che sanno poco o niente dell’Islam e dell’Afghanistan: quanti politici e giornalisti credono ancora oggi che il burqa, il velo integrale, sia stato imposto alle donne afghane dai Taliban, quando è un costume antico di secoli di alcune delle tribù locali? Che una riforma in senso favorevole ai diritti delle donne sia possibile in Afghanistan senza e prima di una profonda riforma del pensiero islamico della quale fino a oggi non ci sono segni? 

Kai Kahele, attualmente Congressman delle Hawaii, è stato uno degli 800.000 militari americani che hanno combattuto in Afghanistan nel ventennio iniziato l’11 settembre 2001

La presenza degli americani e degli altri paesi occidentali (tra i quali l’Italia) in Afghanistan non ha dato i risultati sperati per molte ragioni. La prima è che non è stato trovato un accordo tra le tribù afghane e tra i loro sponsor stranieri. Un’altra è stata la decisione degli USA di attaccare l’Iraq del dittatore “laico” Saddam Hussein: la terribile guerra in Iraq – che dura tuttora, e che è iniziata meno di due anni dopo quella in Afghanistan – ha sottratto energie e risorse a quella contro Al Qaeda e i Taliban. Anche di questo è stupefacente che non si parli, forse perché non si sa cosa dire. 

In sintesi il terremoto provocato dalla caduta di Saddam e poi dalla rivolta in Siria contro Bashar al-Assad non ha portato ad altro che al rafforzamento della posizione iraniana e alla conseguente radicalizzazione di quella dell’Arabia Saudita, che a loro volta hanno portato alla mostruosa guerra nello Yemen – per non parlare della Siria, sulla quale pare che ci sia un consenso generale a stendere un pietoso velo. E le famose “armi di distruzione di massa” e/o i legami tra lo stesso Saddam e gli attentati dell’11 settembre 2001 negli USA non sono mai stati trovati. L’unico risultato in qualche modo positivo di quelle sciagurate avventure – che sono state sostenute tra l’altro da importanti leader europei come il britannico Tony Blair, che incredibilmente ancora è presentato come un esempio da seguire da alcuni politici, anche italiani – è stato l’emergere dei curdi come una forza autonoma e progressista. Purtroppo, il “vero” problema dei curdi, quello dei rapporti con la Turchia, deve ancora esplodere e, quando lo farà, lo farà con modalità imprevedibili. 

Insomma, bocce ferme e si riparte da dove eravamo nel 2001: con l’aggravante che nuovi attori animati da pretese egemoniche come la Turchia e la Cina s’aggiungono agli altri – il Pakistan, la Russia, l’Iran, l’India, le repubbliche centroasiatiche – che da decenni si contendono con estrema ferocia – per ragioni che onestamente mi sfuggono – le spoglie di un paese disgraziato come l’Afghanistan, primitivo, povero e dilaniato da guerre religiose e tribali che sembrano non avere fine.

Nell’immagine di apertura David Weissman, due volte in Afghanistan, nella provincia di Kandahar (2006-2007). In un tweet esprime la sua gratitudine a Joe Biden per aver dato seguito alla promessa di ritirare le truppe americane dal paese asiatico.

Gli Usa mollano l’Afghanistan. Si prepara la nuova guerra civile ultima modifica: 2021-04-15T18:56:43+02:00 da BENIAMINO NATALE

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