Noi

La pandemia è stata anche una pausa dolorosa per poter pensare e interrogarci. Perché le crisi arrivano e destabilizzano e dovrebbero lasciare spazio a nuove idee per superarle. Ma a Venezia questo è accaduto? Quello che poteva essere un momento di riflessione rischia di diventare un ritorno al “tutto come prima”.
scritto da SERENA NONO
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Marzo 2020. C’era nell’aria da qualche anno la paura del diverso, il nero che arrivava tramite i barconi dall’Africa o a piedi, i siriani, i rifugiati, gli emigranti dall’est Europa. Il terrore che ci portassero malattie, terrorismo, droga, prostituzione e tanta, tanta criminalità. Dovevamo difenderci, lasciarli vagare nelle acque per giorni, magari con un caldo infernale, perché mica glielo aveva ordinato il dottore di emigrare, e in più l’Europa non ci aiutava per cui se doveva essere solo un problema tutto nostrano, niet, niente aiuti, non potevamo condividere il territorio con questi invasori, portatori solo di magagne e di tanta paura per noi, per le nostre famiglie, per i nostri anziani. Questi oscuri interruttori di benessere.

Ecco, poco più di un anno fa compare il coronavirus, anch’esso importato qui dai cinesi, quei terribili asiatici che ci minacciano economicamente già da tanto tempo, ci copiano la merce e la rifanno scadente e poi noi siamo costretti a rivenderla, mica perché ci guadagniamo, no perché ci è imposto dallo stato delle cose.

dipinto di Serena Nono

Appare il coronavirus e di un tratto ci troviamo chiusi in casa, barricati. Non è più dello straniero che dobbiamo avere paura ma del vicino di casa, del compagno di giochi, del collega di lavoro. Gli unici di cui ci possiamo fidare sono i conviventi purché non si mescolino ad altre persone. Ci governa un sentimento, forse simile a quello del regime della Ddr con la Stasi, dove si doveva denunciare chi tradiva, si sospettava di tutti e non ci si poteva fidare più di nessuno. Il tuo prossimo era il nemico.

Quale mutazione nelle nostre vite! Nel nostro quotidiano. Vedevamo i medici, gli operatori sanitari che si sacrificavano per la causa, molti morti, molti feriti da questa guerra dalle armi invisibili.

Ma per noi non valeva più il motto cristiano: chi vuole salvare la propria vita la perderà, ci dicevano “se ti vuoi bene stai a casa”, “se ci tieni alla tua vita difenditi”. E così prendeva piede quel consiglio da rivista che si occupa anche di psicologia che ti dice: “se vuoi amare gli altri prima devi saper amare te stesso”. Niente più Kenosi! Niente più decentramento del sé, ma anzi difendi la tua vita da tutto e da tutti e solo così poi potrai difendere i tuoi cari. Una strana concezione che ci veniva imposta e consigliata ora, ma non così lontana dall’idealismo capitalista, se ti vuoi bene difenditi. Difendi i tuoi beni. Accumula sicurezza, difendi la tua casa, il tuo orticello.

Quando fin da piccoli il catechismo ci diceva “ama il tuo nemico!”, “fai spazio nella tua vita per l’altro, soccorri il ferito anche se non sai chi è né da dove viene. “

È come se la paura dello straniero, del diverso ci si fosse rivoltata contro. Addosso. Come se qualcuno lassù si facesse beffa di noi, della nostra fissazione di costruire muri. Volevi il muro? Eccotelo, il perimetro di casa tua sarà il tuo muro ora!

Delfini in Canal Grande

E nel mezzo di questa rivoluzione del pensiero e delle abitudini si cercava invece la comunicazione, si invocava con cellulari e computer la presenza dell’altro, ma si rivalutava anche l’ambiente, non più preda del consumo quotidiano da parte di macchine, aerei, emissioni, turisti (nel nostro caso veneziano), affaristi, viaggiatori di massa, fabbriche, industrie, e tutti gli altri tipi di interventi e abusi umani sulla natura. L’ambiente svuotato di “noi” respirava, si riprendeva, gli animali tornavano a riprendersi i loro luoghi, anzi venivano anche a indagare nei nostri, si spingevano dove mai avevano osato. Il mare aveva riacquistato un colore che ci eravamo scordati, il cielo anche. Le piante crescevano con più libertà e più autorevolezza. Senza “noi” la terra era chiaramente più contenta. E “noi” in prigione, giustamente forse “arrestati” per tutto quello che avevamo combinato a lei, ci illudevamo con il “salva te stesso che così salverai anche gli altri”. Il focus era sempre sul “te stesso”, certo piangevamo i cortei di bare di morti per Covid, e piangevamo i nostri cari deceduti nelle case di riposo, ma pure lì era stato solo il virus il colpevole? Ci hanno poi detto di no, era stato colpevole di nuovo “noi”. 

E il virus chi l’aveva creato? “Noi”? I cinesi? Gli americani? Gli alieni? Tanta fantasia lasciata libera di oltrepassare le sbarre delle celle. Come accade ai carcerati. 

E poi la ribellione: non esiste alcun virus! È un ‘invenzione dei potenti per controllare tutti! Ci vogliono togliere la libertà. Quante ne abbiamo sentite!

Quando la libertà diventava la facoltà di fare quello che voglio, e di decidere “io” su ciò che è da fare. La libertà che una volta si credeva essere il dono per vivere tutti in pace, libertà di sapere esistere in relazione, libertà di non sopraffare, di non violentare. Invece la libertà era diventata quel diritto di uscire senza mascherina, e libertà di contagiarsi o contagiare, ma no! Il virus non esisteva! Era una fantasia imposta.

Ci prendevamo beffa del popolo cinese ubbidiente e sottomesso, ma oggi cosa sappiamo di loro? Pare che abbiano sconfitto il Covid, non si sente più parlare di città fantasma nella lontana Cina.

Tanta follia, tanta confusione. Poi i problemi reali invece scalfivano gli animi davvero, la perdita del lavoro, la cassa integrazione, così per dire perchè i soldi non arrivavano, le file alla Caritas. E poi gli ospedali pieni, se avevi un tumore era meglio affidarti alle preghiere poichè nel 2020 nella civiltà occidentale non c’era più spazio per te e per la tua patologia. E poi la tv… tutti si guardava ore di tv, con gli esperti, molti esperti con tante idee diverse, per tutti era molto difficile orientarsi.

Perciò la paura continuava a fare da padrona, si era pensato di essere ormai in una botte di ferro con la nostra civiltà così avanzata e invece si era precipitati nell’insicurezza. Nemmeno l’Aids ci aveva fatto così paura perchè l’Aids se lo prendevano “solo” gli sfigati, i drogati, gli omosessuali. 

In ogni caso il grande problema che si poneva era il rapporto tra economia e salute. Senza salute non girava l’economia ma non si capiva come e quanto si doveva badare alla salute, si poteva farcela? Intanto le persone si affamavano, si arrabbiavano, non ne potevano più dell’isolamento e del “non sapere”, stremati dal non conoscere cosa riserbava il futuro. Soprattutto chi aveva fermato l’azienda o sospeso il lavoro non sapeva per quanto tempo avrebbe dovuto sopportare tale situazione e fino a quando i risparmi sarebbero bastati.

La disperazione cominciava a prendere piede, del resto i temi erano morte, malattia, povertà, insicurezza, solitudine. Peggio di così non si poteva aspettarsi.

I buoni sentimenti prevalevano, “andrà tutto bene”, “bisogna avere speranza”, “ce la faremo”, ma la realtà si profilava più dura di così. Il Papa ha detto durante le festività di una Pasqua solitaria, e difficilissima: “pensavamo di rimanere sani in un mondo malato”. E così è stato, pensavamo di essere più forti, pensavamo di non avere tempo per la sconfitta. Eravamo sempre impegnati, di corsa, attenti a produrre, consumare, per poi produrre di nuovo.

C’è stato un grande stop. Il tempo donato per poter ripensare, per dire quel “noi” forse va interrogato. Cosa ci dicono gli eventi su “noi”? Cosa ci è stato detto? Abbiamo una pausa dolorosa in cui si può riflettere. È sempre così, la crisi arriva e destabilizza e lascia spazio a nuove idee per superarla, la crisi deve essere momento di rinascita. Allora forse mettere in dubbio l’idea di benessere, consumismo, individualismo che ci ha condotti illudendoci fino a ora dal boom economico degli anni Sessanta. Tra hippies e mercato ha chiaramente vinto il mercato.

Il virus colpiva tutti, ricchi poveri, giovani e vecchi, donne e uomini, ci ha reso fratelli nel dolore e nella paura, perché non ci rende fratelli (e sorelle) nella possibilità di rinascita? Perché non si riesce a prendere seriamente la grande terribile pausa e a prendere seriamente tutto ciò che abbiamo visto in questi ultimi quattordici mesi?

Foto di Andrea Merola

E arrivo alla mia città Venezia. Ho gioito qualche giorno fa quando il governo ha, per l’ennesima volta, annunciato “no” alle grandi navi a Venezia, basta con la violenza, basta con l’economia cieca e di consumo che ammazza l’ambiente e i cittadini. Ma subito dopo, pochi giorni a seguire l’annuncio ecco che “dato che non ci sono le strutture adatte per accogliere le navi altrove e che bisognerà crearle, intanto si riprendono i passaggi delle navi da crociera nel canale che passa davanti a San Marco”.

Ecco che molti hanno tripudiato per la ripresa dell’economia. Ma quale economia? Ci siamo dimenticati che in nome del guadagno si sacrificano le nostre esistenze e la nostra fragile città? Si è dimenticato cosa era diventata Venezia? Il consumo, il degrado, la violenza che era costretta a subire, terra e acque, giorno dopo giorno? La mutazione di un tessuto sociale in un grande scadente souvenir dove non si riusciva più a muoversi, noi abitanti e anche i poveri turisti. La mancanza di condizioni di vita normale per chiunque volesse comprare o affittare casa a Venezia, costruire una famiglia, trovare lavoro?

Certo se si lavorava nel turismo andava “tutto bene”, per quanto conosco molte persone impiegate nei vari strati di gestione dei flussi turistici che vivevano male il loro impiego, stress, sottopaghe, fatica a lavorare senza i servizi adeguati. Stufi anche di proporre al turismo di massa una vacanza che nulla aveva a che fare con Venezia e la venezianità. Una farsa costante e aggressiva che andava trasformando la città in parco dei divertimenti dove però non c’erano i servizi che si trovano in luoghi come Disneyland dove tutto è veramente organizzato benissimo. Ma non dovrebbe Venezia anche essa ”amare prima sé stessa“ per poi amare e accogliere? Non dovrebbe anche lei proteggersi dal male per andare verso una esistenza “libera”?

C’è stato il tempo per riflettere su tutto ciò, a molti faceva tristezza la città vuota, certo è vero: i negozi e gli alberghi chiusi, ma si rimpiangeva davvero la calca di turisti inconsapevoli di dove si trovavano, di che pietre stavano calpestando? Mucche da spremere anche loro. Si è davvero nostalgici per una situazione dove si facevano tanti soldi, ma la gallina dalle uova d’oro sarebbe presto morta, distrutta dall’usura, distrutta dalle continue fecondazioni o meglio stupri per le sue preziose uova?

Per cui ora ci troviamo qui, confusi. La pandemia non è finita per nulla, ci sono i vaccini, e speriamo che funzionino. Lì “noi” siamo stati bravi, abbiamo trovato in fretta la soluzione, e c’era da aspettarsela che almeno in queste cose “noi“ potessimo funzionare bene. Salvo poi le gestioni, i soliti problemi di appropriazione, sotterfugi, tresche e mercati neri, ma questo era inevitabile, perché “noi” siamo quella cosa lì. 

Fa davvero male dover arrivare a capire che come dice Simone Weil, “se sapessi sparire, ci sarebbe davvero unione perfetta di amore tra Dio e la terra sulla quale io cammino, il mare che odo”, “noi” solo sappiamo distruggere. Per quanto cerchiamo di elevare le anime ai buoni sentimenti, poi le nostre capacità sono davvero limitate, corrotte.

Noi ultima modifica: 2021-04-20T19:10:40+02:00 da SERENA NONO

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