Immigrant Song 2.0, Italia e Africa in scena a Siviglia

In occasione del secondo incontro internazionale di Commedia dell'arte tenutosi nella capitale andalusa, Ferruccio Merisi e Lucia Zaghet presentano uno spettacolo evocativo, potente e commovente, sui rischi che corre l'Occidente di perdere la propria “umanità”.
MARCO MILINI
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[SIVIGLIA]

All’interno della cornice del secondo incontro internazionale di commedia dell’arte “Re-evolución” di Siviglia è andato in scena lo spettacolo Immigrant Song 2.0 della compagnia Hellequin di Pordenone, regia di Ferruccio Merisi, con Lucia Zaghet. Sul palco del teatro TNT, entrando, ad aspettare il pubblico un pulcinella immobile: quando tutti si sono sistemati e si è fatto silenzio, comincia a raccontare la sua storia.

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Non è semplice spiegare di cosa parla Immigrant Song 2.0, e d’altronde le parole usate in scena non sono poi molte. Lo spettacolo, piuttosto, si muove, danza, si snoda, continuamente, è un corpo in evoluzione, che instancabilmente dà vita a una rappresentazione intensa, vivace, forte, anche dura, toccante ed emozionante: e non è un caso che alla fine il pubblico si sia alzato in piedi ad applaudire.

Immigrant Song 2.0 è una storia fatta di più storie. Comincia appunto Pulcinella che, accompagnandosi con il mandolino, racconta e canta una storia di José Saramago, che narra di un re, con una malattia al cuore, che voleva attorno a sé soltanto deserto. Levata la maschera di Pulcinella, Lucia Zaghet è poi Zanni, ed è un migrante dei giorni nostri che rievoca la propria storia, il lungo viaggio tragico dall’Africa ai confini del nostro Occidente, e chiama sulla scena la figura di Thomas Sankara, rivoluzionario e carismatico presidente del Burkina Faso assassinato per le sue politiche di riforme sociali a favore dei poveri, degli ultimi: alla sua memoria è dedicato Immigrant Song 2.0.

Molte storie, molti temi impegnativi in un lavoro che, come hanno spiegato Ferruccio Merisi e Lucia Zaghet nell’incontro con il pubblico che è seguito allo spettacolo, è nato e cresciuto nel tempo, da un iniziale nucleo frammentario che attraverso ricerca e studio è stato amalgamato, reso fluido e coeso nella sua pluralità, grazie a continui intrecci e contrappunti tra i vari livelli del racconto. Un racconto sostenuto da una interpretazione magnifica: il dominio del corpo, l’arte con cui Lucia Zaghet dà vita alle maschere e ai personaggi e anima la scena, frutto di un lavoro dedicato e scrupoloso, è straordinario, e la sua intensità è coinvolgente e trascinante, a tratti magnetica.

Immigrant Song 2.0 è uno spettacolo evocativo, potente, commovente, che ha anche un altro grande pregio: quello di fondere con la contemporaneità e l’attualità la tradizione della commedia dell’arte, senza tradirne le caratteristiche, anzi ravvivandole, grazie alla grande e lunga esperienza di “ricerca meticcia” della Scuola Sperimentale dell’Attore di Pordenone, di cui la compagnia Hellequin è parte integrante.

La maschera, dunque, è protagonista della scena, come lo sono anche le contraddizioni della nostra società, i nostri pregiudizi, le storture del nostro sistema economico e politico, che condizionano, troppo, le relazioni tra popoli e persone, e che partoriscono ingiustizie, dolore, tragedie grandi e piccole, come quella di Zaher Rezai, che morì attraversando nascosto in un camion il confine dell’Occidente, a Venezia. A soli tredici anni, fuggendo dalla guerra in Afghanistan. Sua la poesia gridata al pubblico, a tutti noi:

Giardiniere, apri la porta del giardino;
io non sono un ladro di fiori,
io stesso mi sono fatto rosa,
non vado in cerca
di un fiore qualsiasi.

Lucia Zaghet grida questa poesia dall’interno di un carrello del supermercato, simbolo popolare della modernità consumistica, uno dei pochi oggetti di una scena tanto essenziale quanto simbolica, e il più visibile insieme a un alberello, quasi uno stecco, che pare rievocare una Natura stentata e sofferente ma capace ancora di ispirare festose e liberatorie danze africane. Un continente, l’Africa, vivo e pieno di potenzialità, ma sfruttato e depredato, come simboleggia un altro dei pochi oggetti di scena: la pietra macchiata di sangue proveniente dalla cava di Ouagadougou. Lo stesso sangue che sgorga alla fine del racconto di Saramago e che diventa veste da indossare.

Il titolo Immigrant Song 2.0 è preso a prestito dal celebre brano dei Led Zeppelin. Non parla dell’immigrazione di oggi, ma dei vichinghi alla conquista dell’Occidente, e si presta al gioco: immediata l’associazione con i migranti spesso presentati come orde di invasori. Ma la canzone è anche protagonista sulla scena: a tutto volume, un urlo rock catartico. E gli ultimi due versi potrebbero descrivere il messaggio che questo spettacolo trasmette, quello di un impegno per non tradire la nostra umanità e cercare di costruire un mondo più giusto, migliore:

E adesso fareste bene a fermarvi e a ricostruire dalle vostre rovine
Poiché pace e fiducia possono trionfare nonostante le vostre sconfitte.


Immagini di repertorio dello spettacolo Immigrant Song 2.0 per gentile concessione della compagnia Hellequin.

Immigrant Song 2.0, Italia e Africa in scena a Siviglia ultima modifica: 2021-04-22T11:02:17+02:00 da MARCO MILINI

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