Nazionalismo europeo nel 1926, tra pace e guerra

Secondo Kurt Tucholsky solo un vasto movimento popolare avrebbe potuto fermare l’involuzione verso un altro conflitto in Europa. Rivolgendosi soprattutto ai giovani, il grande giornalista e scrittore proponeva con forza una decisa azione comune di pacifisti, comunisti e altri oppositori.
scritto da SUSANNA BÖHME-KUBY
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Dopo ben 95 anni è stato pubblicato in Italia un Resoconto parigino di Thomas Mann (trad. da Marco Federici Solari, edito da L’Orma) – volume pressoché dimenticato anche in Germania dopo la prima uscita tedesca nel lontano 1926 (Pariser Rechenschaft, S. Fischer). Oltre al testo della conferenza sull’auspicata intesa tra i popoli in Europa, Mann riporta anche l’atmosfera conviviale di quella “Deutsche Woche” [Settimana tedesca] tenutasi nel gennaio 1926 a Parigi. In un contesto ricco di scambi culturali, gli organizzatori volevano promuovere nello spirito del Patto di Locarno una maggiore comprensione tra i due popoli – dopo decenni di odio reciproco aizzato tra francesi e tedeschi che si erano combattuti e ammazzati nelle guerre più truculente fino ad allora conosciute, tra il 1870 e il 1918. 

Pur ormai dichiarato sostenitore della repubblica di Weimar che auspicava una dimensione europea, Thomas Mann si mostra in quel momento storico ancora imbrigliato nelle reti irrazionali della Kultur tedesca. Ci vorrà poi l’esperienza diretta del Nazionalsocialismo e dell’esilio negli USA a fargli prospettare nel 1945 – in un altro, più famoso discorso, “La Germania e i tedeschi”, tenuto alla Library of Congress di Washington – le premesse per un pacifico futuro europeo in un contesto più ampio:

Economia mondiale, attenuato valore dei confini politici, tendenza di tutta la vita statale a sottrarsi alla politica, ridestarsi dell’umanità alla coscienza della sua unità pratica, prima intuizione di uno stato universale: tutto questo umanesimo sociale che trascende la democrazia borghese ed è posta di tutta la grandiosa lotta presente, come potrebbe rimanere estraneo e ostile alla natura tedesca?

Kurt Tucholsky [dal Kurt Tucholsky Literaturmuseum]

Della “Deutsche Woche” del 1926 a Parigi, protagonisti Thomas Mann e Alfred Kerr, fu testimone anche Kurt Tucholsky, trasferitosi in Francia da Berlino nel 1924 come corrispondente fisso della Vossische Zeitung, la testata di prestigio del colosso della stampa Ullstein. E con il suo lucido scetticismo commentò seccamente:

Non si combatte questo latente stato di guerra raccogliendo insieme farfalle o esponendo opere d’arte, bensì eliminando i responsabili e le origini di questo ordine economico.

Perché Tucholsky era convinto da tempo che “questo ordine economico […] necessita della guerra per poter vivere”, come ricorda anche Filippomaria Pontani in una pertinente recensione al Resoconto di Mann.

Tucholsky ebbe un posto di osservazione di prim’ordine nel nuovo contesto francese, in cui il pesante clima politico instauratosi nel 1923 con l’occupazione della zona della Ruhr a opera dei nazionalisti sotto Poincaré si era rasserenato positivamente nella primavera del 1924, dopo la vittoria elettorale del blocco di sinistra, capeggiato dal socialista Herriot. E qui Tucholsky non si “rilassa dalla patria”, come aveva auspicato in una nota poesia, ma assume un importante ruolo di mediazione anche come esponente di spicco di diverse organizzazioni pacifiste tedesche; egli scrisse infatti per una decina di altre testate, tra cui il Prager Tagblatt e la New Yorker Volkszeitung, senza dimenticare l’importante Weltbühne berlinese. E focalizza lo sguardo critico sulla nuova politica tedesca dell’appeasement, rappresentata dal ministro degli Esteri Gustav Stresemann (1923-29), considerato in Europa come garante dell’affidabilità della giovane repubblica di Weimar. Ma malgrado le apparenze, Tucholsky percepisce dalla sua postazione all’estero la situazione tedesca come sempre più minacciosa. E giudica Stresemann troppo debole e accondiscendente verso gli interessi del grande capitale e verso le forze di destra che dominano di fatto il governo dietro la facciata della repubblica di Weimar:

In Germania il pericolo reale è rappresentato dal tipo trasversale alla Stresemann, che si trova in tutte le sfumature – dai nazionalisti tedeschi fino al partito democratico. È il commerciante capace, scaltro, senza principi, spaccone e pusillanime, il maniaco dell’organizzazione, ‘l’uomo della vita reale’, lo zotico istruito che, pur amando profondamente la repubblica, prova una fitta al cuore ogni volta che qualcuno attacca eccessivamente gli ideali del vecchio regime.

Kurt Tucholsky [dal Kurt Tucholsky Literaturmuseum]

Nell’elezione di Hindenburg (25 aprile 1925), massimo esponente del vecchio regime, alla presidenza della repubblica, Tucholsky vede non solo l’inizio della fine della repubblica, ma afferma “Hindenburg vuol dire guerra”, e si muove in ogni direzione per opporvisi. Intrattiene contatti professionali con alti esponenti politici francesi, quali Briand, Barthou, Herriot e lo stesso Poincaré, tornato al governo nel 1926, a Berlino con il segretario privato di Stresemann, cercando di fornire alle due diplomazie valutazioni il più possibile realistiche sulle situazioni in Germania e Francia:

Noi (tedeschi) non perseguiamo affatto la pace. Non è vero che amichevoli conversazioni sul lago di Ginevra elimineranno l’origine profonda di guerre future, ossia la libera economia, i confini doganali e la sovranità assoluta dello stato. […] Ci troviamo allo stesso punto in cui eravamo nel 1900, ossia tra due guerre.

Ribadisce nel 1926 in una lettera a Maximilian Harden:

Per quanto riguarda ‘l’avvicinamento (tra le nazioni)’ ho preso l’abitudine di completare tra me ogni frase pronunciata in merito con: ‘fino alla prossima guerra’.

E che questa prossima guerra sarà scatenata dalla borghesia tedesca, Tucholsky è convinto e non si stanca di ripeterlo:

Il grave pericolo per la pace europea, ancora oggi rappresentato dalla Germania per gli elementi esplosivi che contiene, non è costituito dallo Stahlhelm […], non solo dalle forze armate. La dittatura di questa borghesia è totale. […] Non è vero che questi tipi oggi alla guida delle vicende tedesche abbiano ideali diversi dalla concorrenza idiota, da una sconsiderata politica di potenza, da una concezione economica infantilmente antieuropea. 

La targa in ricordo di Kurt Tucholsky, a Berlino Friedenau, dove visse dal 1920 al 1924

Insomma: la vittoria del blocco di destra espressa dalla presidenza di Hindenburg aveva imposto la ricerca di nuove strategie anche a Tucholsky: le sue convinzioni politiche si erano radicalizzate ed egli ha cercato di superare un’impostazione ritenuta ancora troppo soggettiva. Egli comprende allora infatti che solo un vasto movimento popolare potrebbe fermare l’involuzione verso un’altra guerra in Europa, e auspica, rivolgendosi soprattutto ai giovani, una decisa azione comune di pacifisti, comunisti e altri oppositori:

Ci rivolgiamo a voi, perché sarete la Germania del 1940. E senza farci portavoce dei milioni di caduti fra i quali c’erano pacifisti, indifferenti e guerrafondai, ci facciamo invece portavoce delle mogli e dei figli in lutto, portavoce di una forza popolare profondamente ferita dal gas tossico delle granate e dalla sifilide contratta sul campo di battaglia, scongiurandovi di condurre insieme a noi, contro la pusillanimità piccoloborghese e senza badare agli ottusi consiglieri della confusione, la più morale delle battaglie: quella contro la guerra.

E nell’articolo Vorwärts! [Avanti!] che apre il primo numero della Weltbühne di quel gennaio 1926, Tucholsky parte da una metafora che richiama la posizione dell’Angelo della storia nell’Angelus Novus di Walter Benjamin:

Lo sguardo rivolto all’indietro, le braccia tese verso il passato con un gesto di anelito e difesa, di seduzione e di minaccia, la schiena voltata al presente, avanza lentamente, sempre con lo sguardo all’indietro, sempre all’indietro – così un popolo segue la sua strada.

Ma chiede espressamente un cambiamento, chiede di modificare la vecchia battaglia contro la destra, nella quale si è sempre dovuto combattere da posizioni difensive, e di passare all’attacco:

Sono sempre stati gli altri a condurre il gioco – non noi. […] A noi era concesso ribattere, dimostrare il contrario, confutare faticosamente le menzogne. Noi abbiamo difeso, di rado attaccato.

Penso che sette anni siano stati sufficienti […]. Una sola cosa auguro a noi tutti: che finalmente guardiamo avanti.

Le citazioni di Tucholsky sono tratte da Susanna Böhme-Kuby, Non più, non ancora. Kurt Tucholsky e la Repubblica di Weimar, il melangolo, 2002.

Nazionalismo europeo nel 1926, tra pace e guerra ultima modifica: 2021-04-24T19:48:47+02:00 da SUSANNA BÖHME-KUBY

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1 commento

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Luciana Rotter Butera 25 Aprile 2021 a 1:38

Come è attuale il resoconto di Susanne boehme kuby. Un’analisi puntuale arricchita da citazioni di due grandi della letteratura tedesca. Facciamone tesoro. Grazie Susanna

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