Autogol indimenticabile

Dopo la brutta vicenda della SuperLeague, per restituire smalto e credibilità al calcio continentale, non bisogna partire dal numero di gare ma dalla loro qualità, ampliando le rose a trenta giocatori, di cui almeno sei dovrebbero essere frutto del vivaio, restringendo i campionati nazionali (non più di diciotto squadre) e affiancando a essi due tornei nuovi di zecca
ROBERTO BERTONI
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Capita, talvolta, di esagerare e di non rendersi conto della gravità delle proprie azioni. E capita anche di rivendicare con eccessiva arroganza una posizione oggettivamente indifendibile, messa in discussione dai propri stessi sostenitori e avversata dalla stragrande maggioranza del proprio mondo. È il caso, ad esempio, di Andrea Agnelli e Florentino Pérez, presidenti, rispettivamente, della Juventus e del Real Madrid, ai quali è venuta, purtroppo non da soli, la brillante idea di creare una Superlega che costituisce la negazione stessa del merito sportivo. Fortunatamente l’insano proposito sembra essere ormai definitivamente abortito, anche se il presidente del Barcellona Laporta, un altro dei dodici illustri congiurati, continua a rivendicarne, al pari dello stesso Pérez, la validità, in spregio a quanto affermato da uno dei simboli del medesimo club, ossia Gerard Piqué.

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Sarebbe sbagliato porre la questione nei termini di poveri contro ricchi e oppressi contro oppressori, come se la UEFA di Ceferin e la FIFA di Infantino fossero diventate, all’improvviso, due organizzazioni benefiche e ricche di valori e non ciò che sono realmente: due tremende macchine da soldi, disposte persino a organizzare i Mondiali invernali in Qatar pur di riempire di denaro un giocattolo che, ahinoi, non funziona più. UEFA e FIFA hanno colpe storiche non emendabili.

Sono almeno due decenni che assistiamo, infatti, alla mercificazione dello sport e all’inflazione delle partite: sempre di più e sempre più brutte, con tornei sempre più lunghi, campioni sempre più pagati, pay-tv sempre più arrembanti e padrone della scena e pubblico sempre più distante e spremuto, considerato alla stregua di un mero insieme di consumatori. La Superlega targata JP Morgan avrebbe acuito il divario fra grandi e piccole ma diciamo che ha posto in evidenza ciò che fino a ieri era stato taciuto o, comunque, tenuto in ombra: l’insostenibilità di un modello di sviluppo folle e disumano che ha nel calcio uno specchio fedele.

Dal Corriere della Sera

Basti pensare alla ripartizione dei diritti televisivi, agli squilibri che la caratterizzano e alla progressiva scomparsa, o per meglio dire marginalizzazione, del concetto di pubblico, privatizzando un gioco che, per diffusione e interesse suscitato, dovrebbe essere considerato, a tutti gli effetti, un bene comune. E qui bisogna chiamare in causa anche l’Unione Europea e i suoi massimi rappresentanti, oltre a un Boris Johnson in stato di grazia che, da qualche mese, sembra davvero indovinarle tutte dopo averne sbagliate non poche.

Perché va benissimo opporsi alla divisione per classi, va benissimo voler valorizzare i campionati nazionali, va benissimo schierarsi contro il secessionismo pallonaro di società indebitate fino al collo che hanno tentato, con un’operazione spregiudicata e infantile, di porre rimedio ai loro disastri per continuare a vivere al di sopra delle forze e al di là di ogni logica. Va bene tutto, ma adesso è giunto il momento di pensare al dopo. E il dopo non può essere uguale al prima.

Il futuro del calcio europeo deve passare, per forza di cose, da una piattaforma pubblica e gratuita, la Netflix dello sport del Vecchio Continente, che abbia un congruo numero di canali, un decoder a parte, magari incorporato all’interno dei televisori di ultima generazione che saremo costretti ad acquistare nei prossimi mesi, e che sia finanziata attraverso la destinazione all’impresa di una congrua percentuale del canone di tutti i paesi membri, più un discreto affollamento pubblicitario da destinare in parte alle società.

E quando si parla di società, sia chiaro che non si parla solo di calcio ma di tutto lo sport, a cominciare dell’atletica e dai motori; senza dimenticare il basket e grandi eventi internazionali come il Superbowl e le partite dell’NBA. La stagione dei Murdoch, dei DAZN e delle millemila piattaforme private, con costi crescenti e l’inevitabile esclusione delle classi sociali meno abbienti ha fatto il suo tempo: non è ammissibile ed è anche una strada pericolosa da seguire, soprattutto alla luce delle tensioni sociali che si profilano all’orizzonte per via di una crisi economica che rischia di farci rimpiangere quella pandemica.

Tornando alla vicenda che ha tenuto banco nei giorni scorsi, diciamo che la hybris dei ricchi in disarmo è stata messa in minoranza ma ora bisogna prosciugare lo stagno di determinate rivendicazioni e compiere un cambiamento culturale di proporzioni mai viste, innanzitutto iniziando a considerare nuovamente i fruitori dello spettacolo calcistico dei cittadini e non dei meri consumatori e poi smettendola di pensare che i giocatori siano solo dei “circenses” atti ad appagare la nostra sete di divertimento.

Non è un caso, difatti, se a opporsi con estremo vigore a questo scempio siano stati protagonisti del mondo del calcio come Klopp e Guardiola, il già menzionato Piqué, il capitano del Liverpool Henderson e un mito planetario come Karl-Heinz Rumenigge, amministratore delegato del Bayern Monaco, nettamente contrario al torneo della disuguaglianza e dell’ingiustizia e possibile successore di Ceferin alla guida dell’UEFA.

Per restituire smalto e credibilità al calcio continentale non bisogna partire dal numero di gare ma dalla loro qualità, ampliando le rose a trenta giocatori, di cui almeno sei dovrebbero essere frutto del vivaio, restringendo i campionati nazionali (non più di diciotto squadre) e affiancando a essi due tornei nuovi di zecca: uno, un vero e proprio campionato europeo al posto dell’attuale Champions League, che vedrebbe l’accesso della prima e della seconda classificata dei tornei maggiori (Serie A, Premier League, Liga, Bundesliga e Ligue 1) e le prime classificate dei tornei minori, per un totale di trentadue squadre con turno eliminatorio iniziale che escluda unicamente le vincitrici dei vari campionati e poi trenta giornate suddivise in due gironi di andata e ritorno; l’altro, al posto dell’attuale Europa League, fra le terze e le quarte classificate dei tornei maggiori e le seconde classificate dei tornei minori, più le sedici perdenti del primo turno della competizione principale, per un totale di trentadue squadre che dovrebbero affrontarsi in gare di andata e ritorno dai sedicesimi alla finale.

Le vincitrici delle due coppe sarebbero poi chiamate a disputare la Supercoppa europea. Non sarebbe male, infine, ripristinare la vecchia Coppa delle Coppe per le vincitrici della coppa nazionale di ciascun paese. Questa riforma, che affiancherebbe un vero campionato europeo di altissimo livello a quelli nazionali, coniugherebbe equilibrio e spettacolo, basandosi su una giusta ripartizione delle risorse, e renderebbe assai più interessanti tutte le competizioni, anche perché nella disponibilità sia di chi ha sia di chi ha meno. Questa riforma, dicevamo, non passerà mai. Il che dimostra che la sconfitta dell’arroganza è stata solo momentanea.

Autogol indimenticabile ultima modifica: 2021-04-25T17:32:59+02:00 da ROBERTO BERTONI

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