Chaltrons’ League

Che cosa insegna la vicenda disastrosa della Superlega. Che fare? A Firenze esiste da più di cinquant’anni un “glorioso” torneo amatoriale, Chaltron’s Cup, che fa della goliardia il suo tratto dominante. Però alcune strategie possono comunque essere tentate...
FRANCESCO GUIDI BRUSCOLI
Condividi
PDF

Forse qualcuno ricorderà la “favola” di Steven Bradbury alle Olimpiadi invernali di Salt Lake City del 2002. Il pattinatore su ghiaccio australiano vinse la medaglia d’oro nello short track perché, mentre si trovava quinto (e distaccato) a pochi metri dall’arrivo della finale, i quattro avversari che lo precedevano caddero. Dinamiche simili l’avevano aiutato anche in semifinale, a cui peraltro era riuscito ad accedere solo dopo la squalifica di un avversario nei quarti.

ytali è una rivista indipendente. Vive del lavoro volontario e gratuito di giornalisti e collaboratori che quotidianamente s’impegnano per dare voce a un’informazione approfondita, plurale e libera da vincoli. Il sostegno dei lettori è il nostro unico strumento di autofinanziamento. Se anche tu vuoi contribuire con una donazione clicca QUI

Che nello sport il più debole sconfigga il più forte è cosa che può capitare (ed è proprio il suo bello). Quasi sempre, però, lo fa nel momento in cui trova la giornata “della vita” e in cui l’avversario ha una giornata storta; in quel caso, in quel singolo evento, il giocatore (o la squadra) teoricamente più debole vince perché lo merita. Il caso di Bradbury è diverso: la vittoria non avvenne per merito, ma per pura fortuna. Non sono molti gli sport in cui questo possa accadere. Tra gli sport di squadra c’è il calcio: il più debole può essere dominato, salvato da pali, traverse, rimpalli e poi, per puro caso, per un colpo di fortuna, segnare un goal e vincere. Non succede negli sport in cui i punti sono molti (basket, pallavolo, etc.) e in cui quindi il singolo punto fortunato ha un peso irrilevante, né in quelli in cui la forza fisica ha un ruolo preponderante (rugby). È questa una delle ragioni che rende il calcio così popolare. Ma affinché l’imponderabile possa aver luogo, bisogna che piccolo e grande abbiano la possibilità di competere l’uno contro l’altro. Tale spirito incarna ancora la FA Cup inglese, la più antica competizione calcistica al mondo, in cui gli squadroni miliardari possono trovarsi a giocare con squadrette di dilettanti o semi-professionisti e, occasionalmente, perdere.

È dei giorni scorsi lo strappo (poi rientrato) di dodici squadre europee (sei inglesi, tre italiane e tre spagnole) che hanno unilateralmente annunciato la creazione di una Superlega, ovvero un torneo semichiuso in cui i fondatori, assieme ad altre tre squadre, avrebbero partecipato di diritto: sarebbero rimasti liberi ulteriori cinque posti da assegnare a rotazione secondo criteri ancora da decidere. Tale decisione ha provocato grande sdegno, espresso senza mezzi termini da tifosi (anche delle squadre coinvolte), giornalisti e politici, oltre che dagli stessi calciatori e allenatori. In meno di 48 ore la cosa è rientrata, perché i proprietari di molte compagini coinvolte si sono frettolosamente ritirati, in alcuni casi porgendo anche sentite scuse.

Le proteste sono state particolarmente veementi nel luogo di origine del calcio moderno, quell’Inghilterra che avrebbe dovuto contribuire con ben sei squadre. Addirittura il ministro (Secretary of State) della cultura e dello sport, Oliver Dowden, ha scomodato il “whatever it takes” di Draghi per indicare la ferma intenzione del governo di bloccare a ogni costo il piano Superlega.

Nel calcio inglese non mancano esempi di tifosi che hanno protestato in nome di un ideale di “purezza”. Nel 2003, dopo 114 anni di storia nel sud-ovest di Londra e una FA Cup vinta a sorpresa nel 1988, la squadra del Wimbledon Football Club – che giocava in First Division, all’epoca la seconda serie inglese – fu spostata a Milton Keynes, “new town” fondata nel 1967 a nord di Londra (e a circa novanta chilometri da Wimbledon). All’annuncio della decisione, l’anno prima, la maggioranza dei tifosi aveva abbandonato i vecchi colori, per fondare l’AFC Wimbledon e ripartire dalla Combined Counties Football League (in pratica la nona serie). Ma anche a livello di grandi squadre le manifestazioni dei “puristi” non sono mancate. Nel 2005, quando si prospettava l’acquisto del Manchester United da parte della famiglia Glazer, americana e tuttora proprietaria della squadra, i tifosi iniziarono a covare un forte malumore diventato poi plateale dal 2010 quando all’Old Trafford (lo stadio di casa dello United) divennero preponderanti le sciarpe verde-oro. Si trattava dei colori della squadra che nel 1878, con il nome di Newton Heath, aveva dato inizio all’avventura di quella che nel 1902 avrebbe preso il nome di Manchester United (e adottato gli attuali colori bianco-rossi). Il verde-oro veniva ostentato in nome di una purezza delle origini che si contrapponeva a una proprietà sotto la quale l’indebitamento cresceva a dismisura (e si prospettava addirittura la vendita dello stadio per ripianarlo).

In generale, sondaggi fatti su YouGov.com all’indomani dell’annuncio della Superlega hanno mostrato un’opinione pubblica contraria, ma con distinguo importanti da fare. In Inghilterra gli schieramenti sono chiari e molto pochi (5-7 per cento) gli incerti: il 68 per cento dei tifosi si è dichiarato fortemente contrario, e un altro 11 per cento contrario (favorevole il 14 per cento); tra i tifosi delle sei squadre coinvolte le percentuali dei contrari cambiano di poco, collocandosi rispettivamente al 64 e 12 per cento (e i favorevoli al 20 per cento). In Italia, dove gli incerti sono il 16-18 per cento, la differenza si assottiglia: infatti il 48 per cento si dichiara contrario o fortemente contrario e il 35 per cento favorevole o estremamente favorevole; tra i tifosi di Juventus, Inter e Milan (le tre squadre coinvolte) le percentuali di contrari e favorevoli sono quasi uguali, rispettivamente 42 e 40 per cento. In Spagna, infine, le percentuali si ribaltano, con una supremazia dei favorevoli già fra tutti i tifosi (50 a 43 per cento); il divario sale per i tifosi del Real (62 a 32) e dell’Atletico (52 a 42), mentre si assottiglia fra quelli del Barcellona (47 a 46), forse sospettosi della leadership madrilena nell’intera operazione.

Uno degli aspetti che ha dato maggiormente fastidio è stata la protervia dei proponenti (in particolare Real Madrid e Juventus) i quali, senza tante spiegazioni, hanno sostanzialmente affermato che la Superlega era l’unico modo “per salvare il calcio”. I problemi, in sintesi, sarebbero due: la disaffezione dei giovani e l’enorme indebitamento. Per quanto riguarda il primo aspetto Agnelli ha evidenziato il limitato livello di attenzione delle nuove generazioni, sempre meno attratte da lunghe partite di calcio in cui accade poco, perché ormai abituati ai frenetici ritmi dei videogiochi (ad esempio Call of Duty o Fortnite). Che l’interesse per l’eGaming sia in crescita esponenziale è noto, così come quello per gli eSports (la loro versione competitiva). Si è addirittura pensato di introdurre gli eSports ai Giochi Olimpici di Parigi 2024, proprio con l’ottica di strizzare l’occhio ai più giovani. Alla fine si è deciso di soprassedere, ma il movimento continua il suo rapidissimo sviluppo. Se però il problema del calcio è davvero questo, la battaglia è persa comunque; casomai l’intervento potrebbe essere di carattere educativo (ovvero di educazione allo sport).

Per quanto riguarda il secondo aspetto, che il vero motore della Superlega sia il denaro lo indicano anche tutti gli intervistati nei sondaggi appena citati, indipendentemente dal proprio gradimento verso il progetto (per protesta, in occasione della prima partita del Liverpool dopo l’annuncio, un uomo ha suonato incessantemente “Money Money Money” degli Abba).

Seppure l’annuncio sia arrivato improvviso e abbia sorpreso tutti per tempistica e modalità, va detto che di un torneo “elitario” si parla ormai da molto tempo. Sondaggi del dicembre 2020, in effetti, mostravano un alto gradimento per una (allora teorica e non definita) Superlega fra i più giovani, anche inglesi. D’altronde anche l’appena annunciata riforma della Champions’ League (con più posti garantiti alle squadre “forti”) va in quella direzione.

Proprio nell’Inghilterra che ora protesta, peraltro, ha avuto luogo il primo processo di “elitarizzazione” del calcio europeo: correva l’anno 1992 quando fu fondata la Premier League. Il paese veniva dal difficile periodo del post-Heysel (nel 1985, nello stadio in cui si teneva la finale di Coppa dei Campioni tra Liverpool e Juventus, tifosi inglesi sfondarono alcune reti divisorie costringendo i tifosi juventini a schiacciarsi contro un muro che crollò: nella tragedia persero la vita 39 tifosi, in grande prevalenza italiani), a seguito del quale le squadre inglesi furono squalificate dalle coppe europee per cinque anni. Nel 1989, inoltre, nello stadio Hillsborough di Sheffield, 96 tifosi del Liverpool morirono schiacciati nella calca; questa tragedia (che peraltro faceva seguito all’incendio che, quattro anni prima, si era sviluppato durante una partita di terza divisione allo stadio di Bradford, causando la morte di 56 persone) rese evidente che, oltre al problema hooligans, vi era quello di stadi assolutamente inadeguati.

Nel 1992, dunque, le squadre della Prima divisione abbandonarono la Football League rivendicando il diritto di contrattare in maniera autonoma i diritti tv; crearono così la Premier League. La scissione però non fu completa, perché venne mantenuta permeabilità fra le due istituzioni, con un sistema a tre promozioni e tre retrocessioni (tranne che nel 1995, in cui furono rispettivamente due e quattro per permettere il passaggio della Premier League a un format a 20 squadre, dalle 22 originarie). Questo modello è stato quello di maggior successo negli ultimi anni, avendo coniugato il business con il rispetto delle tradizioni. Passati i gloriosi anni Novanta, in cui la Serie A italiana era il “campionato più bello del mondo”, nell’ultimo periodo è stato il campionato inglese ad attrarre il maggiore interesse nel contesto mondiale. Non a caso, tra le squadre più tifate nel mondo, figurano molte squadre inglesi, incluse quelle – tipo il Tottenham – che da decenni non vincono il campionato. È anche per questo che Boris Johnson si è scagliato così veementemente contro una Superlega che avrebbe indebolito la Premier League, vero simbolo di quella Global Britain che egli spera di promuovere nella complicata transizione post-Brexit (va detto che indiscrezioni rivelano come nei giorni precedenti l’annuncio il vice-presidente esecutivo del Manchester United abbia fatto visita a Downing Street, alimentando speculazioni che al primo ministro, il quale nega, fosse stato preannunciato il progetto Superlega).

Visto il successo della Premier League e gli introiti in crescita stupisce forse che così tanti club inglesi avessero aderito alla Superlega (ma è da notare che cinque su sei hanno proprietari non inglesi e quattro non europei). Pare che le più convinte fossero i tre con proprietà americane, mentre gli altri – che poi hanno fatto a gara a scusarsi con i propri tifosi – l’avessero fatto in virtù di una sorta di FOMO (fear of missing out), più che di vera convinzione.

Uno degli aspetti che ha contribuito al successo della Premier League è stato il riequilibrio. Se in Italia il numero di squadre vincitrici per decennio è sceso da sei (anni Ottanta) a quattro (anni Novanta e Duemila) a due (anni 2010) e in Liga (il campionato spagnolo) da quattro (anni Ottanta e Novanta) a tre (ultimo ventennio), in Premier League si è passati da quattro (anni Ottanta e Novanta) a tre (anni Duemila), per risalire però a cinque nell’ultimo decennio.

A Firenze esiste da più di cinquant’anni un “glorioso” torneo amatoriale che si chiama – non a caso – Chaltron’s Cup. A tutti giocatori viene attribuito un punteggio in base alla loro abilità; il punteggio totale della squadra non può essere superiore a un certo valore (quindi nessuna squadra può includere solo “fenomeni”) e ogni tot punti di differenza fra i punteggi delle squadre vi è un goal di vantaggio per la squadra più debole. Si tratta ovviamente di un torneo che fa della goliardia il suo tratto dominante e il cui modello di riequilibrio non può essere replicato a livello professionistico. Però alcune strategie possono comunque essere tentate. Una si collega alla gestione delle risorse.

Da anni, ormai, sono schizzati fuori controllo gli stipendi dei calciatori e, soprattutto, le commissioni dei loro agenti. Legiferare in una qualche forma, tuttavia, non è facile. Con il fine di contenere i costi, sotto la presidenza Platini l’Uefa ha tentato di introdurre il fair play finanziario, poi miseramente naufragato vista la sua difficile (e da molti osteggiata) applicazione. Le squadre che ora “piangono” per l’enorme indebitamento del sistema calcio (e che quindi vogliono le risorse certe e garantite della Superlega) non hanno fatto niente per promuovere il controllo dei conti.

Un altro pilastro può essere una più equa distribuzione dei diritti tv. Nel 2018/19 i fondi derivanti alla Premier League inglese dai diritti tv (sia locali che esteri) sono stati quasi 2,5 miliardi di sterline, con un massimo di circa 150 milioni attribuiti a Liverpool e Manchester City e un minimo di quasi 97 destinati all’Huddersfield Town (ultima classificata); peraltro, al fine di tutelare anche la presenza allo stadio sia in Premier League che nei campionati minori, non tutte le partite vengono mostrate (ma solo 168 su 380), e soprattutto mai alle 3 di sabato pomeriggio. Il rapporto tra le squadre che ottengono di più e quelle che ottengono di meno è circa 1,5/1. In Italia era 4,4/1 nel 2017/18, anche se è leggermente calato in seguito. Inoltre, le sei squadre inglesi che avevano aderito alla Superlega prendono ciascuna fra il 5,8 e il 6,2 per cento del totale degli introiti televisivi della lega; le tre spagnole fra l’8,4 e l’11,7 per cento ciascuna, le tre italiane fra l’8,2 e il 9,4 per cento. Il calo di interesse per partite come Real Madrid-Eibar o Juventus-Spezia è quindi il risultato anche della cannibalizzazione delle risorse che proprio le due squadre promotrici della Superlega hanno voluto attuare nei propri campionati. Questo ha diminuito l’interesse generale per Liga e Serie A rendendo anche le squadre top di questi campionati meno competitive con le altre potenze economiche europee, magari di proprietà di fondi sovrani medio-orientali (Manchester City e Paris Saint Germain). Creando la Superlega, le promotrici vorrebbero attuare all’interno di quella competizione ristretta un riequilibrio che sempre hanno osteggiato all’interno dei propri campionati nazionali.

Se gli sport professionistici americani costituiscono un mondo a parte (con elementi fondanti quali controlli ferrei, regime di tassazione unico, salary cap, sistema dei draft con prime scelte attribuite alle squadre peggio classificate, ecc.), forse un paragone di prospettiva può essere fatto con l’Eurolega di basket, ormai presente da un ventennio e nata con le stesse dinamiche “scissioniste” da parte di un’élite di squadre. Al di là delle valutazioni che si possono dare a trent’anni di distanza (qui un interessante articolo in proposito), non si può non considerare la differenza di scala rispetto al calcio: basti pensare che la finale del Campionato del Mondo di Calcio 2018 ha avuto un’audience globale di 1,12 miliardi di persone, mentre quella del Campionato Mondiale di Basket 2019 ne ha avuti 160 milioni. Inoltre va detto che nel basket ci sarà sempre l’NBA americana a oscurare qualunque altra competizione, europea o mondiale. Comunque, al di là dei numeri, è totalmente diverso anche l’impatto sociale dei due sport a livello planetario.

Molti dei dodici fondatori della Superlega, come detto, hanno fatto marcia indietro con la coda fra le gambe. I “puristi” cantano vittoria. Per qualche anno, forse, la rivoluzione sarà accantonata. È difficile però prevedere che il progetto non ritorni, magari con qualche modifica. Visti gli interessi coinvolti, resistere al cambiamento non sarà facile. Ci saranno certamente questioni legali da risolvere, al di là delle sbandierate minacce da parte dell’Uefa e della Fifa, e della sicurezza inizialmente ostentata dai dodici “scissionisti”. Se un colosso come JPMorgan si è mosso, appoggiando esplicitamente il progetto con sostanziosi finanziamenti, è difficile che non siano stati valutati tutti gli aspetti regolamentari e le difficoltà. Al momento comunque se ne sa poco, e il danno è solo reputazionale. La stessa JPMorgan alla fine si è dovuta scusare per aver “giudicato male l’impatto sulla comunità del calcio in generale”; il progettato investimento, che è costato al colosso finanziario il declassamento in “sustainability rating” da parte di Standard Ethics, mal si conciliava d’altronde con ciò che solo due settimane prima, in una lettera agli azionisti, il CEO di JPMorgan aveva enfatizzato:

da tempo sosteniamo il ruolo essenziale del settore bancario in una comunità: il suo potenziale per unire le persone, per consentire ad aziende e individui di raggiungere i propri sogni.

Nel comitato esecutivo del 23 aprile la Uefa ha ribadito la sua ferma condanna della Superlega, ma ha solo ipotizzato sanzioni future per coloro che ancora non hanno esplicitamente abbandonato il progetto; intanto pretenderà la firma di clausole di esclusività per permettere alle squadre la partecipazione alla Champions’ League. Lasciano comunque un po’ perplessi i richiami alla purezza di valori da parte di istituzioni che in passato non hanno certo disdegnato la commercializzazione del “prodotto calcio” e che hanno tollerato le dinamiche che portano alla situazione attuale.

Dal lato dei firmatari si è parlato di impegni scritti, che non potranno non avere conseguenze (al di là di quelle minacciate dall’Uefa). Perez, presidente del Real Madrid, ha ribadito che gli accordi esistono tuttora e sono vincolanti: ha prospettato quindi penali da pagare da parte di chi ha abbandonato. Inoltre, la Superlega è convinta di poter aver ragione di fronte all’Antitrust in un’eventuale causa contro l’Uefa. Peraltro non sarebbe difficile arruolare alla causa squadre (ad esempio Benfica e Napoli) che hanno manifestato o non negato il proprio interesse, o altre che erano già nella lista delle “invitabili” (Lipsia, Lione e Marsiglia). Lo stesso Paris Saint Germain è per ora rimasto defilato, forse perché il fondo sovrano qatariota che ne è proprietario non vuole irritare la Fifa a pochi mesi dal mondiale che organizzerà in casa (Qatar 2022); non è detto però che fra qualche anno mantenga lo stesso atteggiamento.

Certamente un ruolo chiave lo ricopriranno le società inglesi: più esse resteranno legate alla Premier League, meno sarà probabile la nascita di una Superlega scissionista. Non ci sarebbe però da stupirsi se poi, a fronte di una retromarcia esplicita di Real Madrid e Juventus, non si giungesse a un compromesso anticipando al 2023 l’attuazione della riforma della Champions’ League prevista per il 2024, che come detto va già in una direzione tale da favorire le squadre più potenti a prescindere dai risultati. Resta comunque il problema dell’enorme debito accumulato negli anni dal sistema calcio e peggiorato nei quindici mesi di pandemia.

L’ultima considerazione è di carattere, per così dire, geopolitico. Giocatori e allenatori hanno avversato in modo quasi unanime il progetto Superlega; i tifosi del Vecchio Continente (ma non tutti, come abbiamo visto) sono in rivolta. In realtà, però, i promotori non guardavano a un contesto europeo, ma mondiale. L’Europa ha circa 750 milioni di abitanti, l’Asia quasi 4 miliardi e mezzo (e sia Cina che India hanno ciascuna quasi il doppio della popolazione europea). Se si guarda al “bacino di utenza” e si va alla ricerca di spettatori/utenti, non c’è partita. Ancora una volta si sono mosse bene le squadre inglesi, con le due di Manchester (United e City) che dominano nella presenza sui social media asiatici. Spesso però, per gli spettatori non tifosi i giocatori contano più delle squadre: nell’ultimo decennio Barcellona e Real Madrid sono state fra le squadre più popolari nel mondo anche grazie alla presenza di Messi e Ronaldo; il passaggio di quest’ultimo alla Juventus ha fatto crescere l’interesse mondiale nei confronti della “Vecchia Signora” che, pur dominatrice del declinante campionato italiano, è carente di risultati sportivi a livello internazionale. Sempre di più anche nel calcio, sport di squadra, si sottolineano i meriti individuali; i giocatori stessi sono incoraggiati ad agire in tal senso, come dimostrato dalle esultanze che si tramutano in show individuali più che in manifestazioni di gioia da condividere con i compagni.

Nel calcio come in altri contesti la piccola Europa sta rapidamente perdendo peso adattandosi, più o meno volentieri, alle tendenze che vengono da fuori. Nel 2019/20 la Juventus ha scelto una maglia bianconera bipartita, anziché la classica divisa a strisce, perché i consulenti marketing avevano fatto rilevare come i mercati esteri non gradissero le strisce verticali bianche e nere (in molti sport professionistici statunitensi, ad esempio, esse identificano gli arbitri). Qualche anno fa in Inghilterra una famosa birra lanciò una campagna pubblicitaria chiamata “Soccertainment” in cui ironizzava su come gli americani avrebbero potuto modificare lo “show” del calcio (soccer), per renderlo più divertente mediante, ad esempio, il ricorso a “multiball”. Quella che all’epoca strappava un sorriso, suona come un monito oggi, alla luce delle dichiarazioni dei promotori della Superlega. Perez, Agnelli, Glazer e gli altri sembrano più che ben disposti a perdere qualche centinaio o anche migliaio di giovani tifosi (spettatori? clienti?) a Madrid, Torino o Manchester, pur di acquisirne decine di migliaia o addirittura milioni in Cina, Giappone, Indonesia o India. 

Secondo le ultime rilevazioni sul tifo calcistico in Italia, io sono uno dei 631.000 tifosi della squadra della mia città. Comunque vada, continuerò a seguirne le partite (se possibile allo stadio), indipendentemente dal torneo che essa disputerà, sperando ogni volta di vincere qualcosa (speranza finora puntualmente frustrata). Pur non essendo affatto un apologeta del modello Superlega, non escludo di poterne guardare qualche partita se mai essa verrà davvero introdotta in qualche forma. Rimango perplesso, tuttavia, sul fatto che si ritenga più eccitante vedere in continuazione partite fra le stesse squadre, anziché aspettare con trepidazione l’evento unico, come una finale Juventus-Real Madrid che si disputa ogni ventennio. Il modello Superlega, tuttavia, non guarda a me, ma a centinaia di migliaia di giovani di Pechino, Tokyo, Jakarta o Mumbai. Rivolgendomi a loro nell’illusione che – contrariamente a quanto affermato da Agnelli – abbiano avuto la pazienza di leggere fino a qui, mi auguro che, guardando (tutti gli anni e più volte l’anno) Haaland contro Mbappé o Vinicius contro Foden provino la stessa emozione che provavo io alla loro età nel seguire alla radio Catanzaro-Fiorentina.

Chaltrons’ League ultima modifica: 2021-04-26T15:38:31+02:00 da FRANCESCO GUIDI BRUSCOLI

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

1 commento

Avatar
Stefania Salvadori 28 Aprile 2021 a 23:12

Veramente straordinaria la quantità di informazioni, riflessioni, considerazioni su questo argomento!

Reply

Lascia un commento