Perché la scuola parentale. Parlano i genitori

L’“home schooling” sta lentamente prendendo piede anche in Italia. Ne abbiamo parlato con chi ha fatto questa scelta, indagandone motivazioni e aspettative.
ARIANNA TOMASI
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Carpi, famosa per una delle piazze più grandi e più belle d’Italia, piazza dei Martiri. Fiorente centro manifatturiero, leader nel tessile e nell’abbigliamento. È da questa laboriosa e vivace città nel modenese, una lunga tradizione di sinistra, che inizia il nostro viaggio nella realtà della scuola parentale. A  Carpi, ce n’è una. Ce ne parlano Erica ed Enrico, membri attivi della scuola parentale frequentata dalla loro figlia, Cecilia. Come per tutte le scuole parentali, è previsto il pagamento di una retta, anche se diverse scuole preferiscono chiamarla “contributo”. S’aggira tra i 2100€ e i 2500€ per anno scolastico, pagabile mensilmente o in un’unica soluzione. Queste entrate, le uniche, coprono le spese assicurative, quelle vive necessarie al sostentamento della scuola e gli stipendi degli insegnanti. Entrate, fanno presente Erica ed Enrico, che spesso non sono sufficienti. Come nella maggior parte dei casi, è un’associazione non profit, con l’obbligo del “bilancio trasparente”. Sono pertanto a disposizione delle famiglie i documenti relativi al bilancio, alle entrate e alle uscite. Nella denuncia dei redditi i genitori hanno diritto a una detrazione del trenta per cento dell’ammontare totale pagato per la scuola. 

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Il coinvolgimento diretto dei genitori non è limitato al solo pagamento della retta. Stella – adesso ci trasferiamo nel piacentino – un’altra mamma che ha scelto per la figlia l’istruzione parentale, racconta che è proprio il coinvolgimento dei genitori uno dei motivi che l’hanno spinta a compiere questa scelta. I genitori s’incontrano spesso, si confrontano con le maestre, e tra di loro, sono coinvolti anche nelle decisioni della scuola stessa o fanno parte del direttivo.

Nel caso di Enrico ed Erica, sono stati loro, i genitori, a prendere in mano la struttura individuata come futura scuola e a rimetterla in sesto perché potesse ospitare la scuola dei propri figli: dal giardino alla manutenzione, dalle aule ai bagni, è stata proprio realizzata dalle famiglie. E, prima dell’emergenza sanitaria, erano soliti trovarsi nel grande giardino le domeniche per trascorrere la giornata insieme.

“Tutto è iniziato quattro anni fa, con un numero limitato di famiglie, mentre ora stiamo quasi stretti”, raccontano Erica ed Enrico, a riprova di quanto questa scelta stia crescendo anche tra le famiglie italiane. 

Grande attenzione è rivolta all’ambiente, alla natura e in generale agli spazi esterni, non solo a partire dalla scuola primaria. “Asilo nel bosco“ si chiama la scuola scelta da Stella e, come suggerisce il nome, la maggior parte delle attività – se il tempo lo permette, naturalmente – è svolta all’aperto, così come gli intervalli e le merende, più lunghe rispetto a quelle nelle scuole pubbliche. 

Per le scuole primarie, come in quella scelta da Erica ed Enrico, la giornata tipo degli alunni inizia alle 8:30 con le prime lezioni, intervallate da una ricreazione di mezz’ora all’aperto, nel grande giardino che i bambini hanno a disposizione. Poi si riprendono le lezioni e si finisce alle 13:00, anche se esiste la possibilità per le famiglie che ne avessero bisogno di lasciare i bambini a scuola un po’ più a lungo; mentre due giorni a settimana vi è il rientro pomeridiano per tutti. 

L’accoglienza dei bambini inizia ufficialmente alle 7:45, dal momento che qualche famiglia potrebbe avere l’esigenza di portarli a scuola un po’ prima dell’inizio ufficiale delle lezioni. E cosa accade dalle 7:45 alle 8:30?

I bambini vivono il momento del “buon inizio”, cioè fanno esperienze (guai a dire “attività”!) di diverso tipo: lettura, disegno, ascolto di un audiolibro, giochi. Insomma, qualcosa da fare insieme, prima dell’inizio della scuola.

Anche Stella racconta come sono scandite le giornate nelle scuole parentali che ha scelto per le sue bambine, in particolare alla scuola materna, dove proprio il contatto con la natura, con il bosco, con i ritmi stessi delle stagioni è stato l’elemento che l’ha maggiormente colpita:

Al mattino i bambini, seduti su dei ceppi all’aperto, si danno “il buongiorno” attraverso una canzone suonata e cantata dalla maestra, prima di spostarsi a iniziare i vari laboratori; le stesse lezioni ed attività ricalcano i ritmi e le stagioni della natura e ne rispettano il naturale corso, traendone gli insegnamenti.

Sulla falsariga e seguendo il fil rouge con la natura, anche il vitto è legato alla stagionalità. Molte scuole parentali scelgono di affiancarsi o di integrare nel proprio organico, un nutrizionista che li aiuti a compiere le scelte alimentari migliori per i bambini. Fondamentale è il rispetto della stagionalità dei prodotti che sono preparati per pranzo o per merenda a bambini e insegnanti: si mangiano prevalentemente frutta e verdura di stagione, anche se la dieta individuata non è necessariamente vegetariana o vegana. Capita che i bambini si godano, perché no?, anche una bella pizza per pranzo. 

Ambienti interni della scuola parentale di Carpi

I principi cardine delle scuole parentali non sono legati a esperienze già esistenti, come la scuola steineriana o montessoriana, ma riprendono e s’ispirano a valori trasmessi dalle “vecchie scuole di campagna”. Le classi sono formate da un numero ridotto di alunni e il “fare esperienza” è uno dei fili conduttori del metodo d’insegnamento. Nella scuola scelta da Enrico ed Erica, le maestre insegnano le varie materie collegandole tra loro attraverso uno stesso tema o questione: una volta individuata una parola chiave che guiderà i bambini per un certo periodo di tempo, quella sarà utilizzata per collegarsi a tutti le varie materie e affrontare così gli argomenti connessi. 

Le linee curriculari non possono che attenersi a quelle ministeriali adottate a livello nazionale. Quel che cambia è l’approccio: il ritmo di apprendimento dei bambini detta le regole, spesso vi sono momenti di insegnamento One-to-One o a piccoli gruppetti per poter permettere a tutti di non restare indietro ma di comprendere passo passo gli insegnamenti forniti. 

Nel breve periodo i risultati sono scanditi dalle idoneità all’anno successivo rilasciate dalla scuola pubblica o parificata. Ma nel periodo medio-lungo? Se la domanda è posta a un docente della scuola pubblica che abbia avuto esperienze nell’esaminare ragazzi con un curriculum da “privatista” o che li abbia avuti come studenti, è facile che citi il caso delle scuole steineriane e che sollevi dubbi sulla capacità di questi bambini e ragazzi di adattarsi, successivamente, ai ritmi e alle regole della scuola pubblica. Troppo presto per fare un bilancio analogo delle scuole parentali, con la loro specificità, non è detto che l’accostamento a scuole come la steineriana possa reggere.

In Italia, del fenomeno si parla molto, ma è lontano dalle dimensioni raggiunte in paesi nordeuropei o in America. Si stima che le famiglie che scelgono l’istruzione parentale siano più di un migliaio. La pioniera dell’home schooling in Italia, Erika Di Martino, “madre di cinque figli che non sono mai andati a scuola” assicura che “il trend è in continua crescita e anche i college più prestigiosi stendono il tappeto rosso a coloro che sono stati educati tra le mura domestiche”. 

La penuria di statistiche e dati certi non aiuta nella riflessione né nel cercare di individuare le differenze a livello regionale e d’età. L’home schooling può coinvolgere bambini e ragazzi fino alla fine del ciclo di istruzione superiore, ma al momento non va oltre la scuola primaria. Alla scarsità di dati s’aggiunge una scarsa conoscenza delle motivazioni dietro questa scelta. Dalle nostre conversazioni emerge una varietà di ragioni, che possono esser riassunte in diverse risposte a una serie d’interrogativi che i genitori pongono a loro stessi, innanzitutto, quando riflettono se voltare le spalle alla scuola pubblica. Sfiducia nella scuola pubblica? Volontà di dare un taglio ideologico-culturale alla preparazione dei figli? Desiderio d’impostare per i figli un’educazione libertaria che la scuola pubblica reprimerebbe? In questo anno di Covid, certamente, la scuola parentale ha goduto di una spinta particolare; e anche dove non c’è stata scuola parentale in senso stretto, il ruolo della famiglia, dove possibile, è stato significativo.

Sostiene Erika Di Martino:

le motivazioni sono molteplici: possono essere di natura religiosa, linguistica, di salute, oppure semplicemente perché si vuole dare ai propri figli un’educazione personalizzata che soddisfi le necessità, le passioni e i tempi del singolo. Alcune famiglie educano a casa per evitare che i propri figli subiscano il bullismo e l’esposizione al clima oppressivo e competitivo della classe. Altre ancora scelgono l’home schooling perché non vogliono delegare ad altri il compito fondamentale di educare i propri figli.

Per Erica ed Enrico, non è stata alcuna di queste motivazioni né una sfiducia nel sistema pubblico a spingerli a compiere questa scelta. Semplicemente un’adesione al progetto educativo della scuola parentale, ai suoi metodi e ai suoi approcci. 

Per Erica i punti di forza della scuola di Cecilia sono

la grande attenzione verso il bambino e i suoi tempi, una solida inclusione nei confronti di tutti i bambini, senza farli sentire esclusi o diversi, un metodo di insegnamento eccezionale, che rispetta i tempi di apprendimento dei bambini e la forte impronta organizzativa: ai bambini sono forniti strumenti e metodi diversi per permettere loro di sapersi organizzare e rendersi autonomi nelle modalità che è più congeniale a ciascuno. 

Una criticità evidente è quella di una scuola-bolla, con una sua socialità interna, autorefenziale, che non interagisce con quella più ampia, articolata e in divenire continuo del mondo esterno, così come invece essa si rispecchia nella scuola pubblica, entrando nelle sue aule.

Erika Di Martino durante una lezione di home schooling con alcuni dei suoi figli

Replica così Erika di Martino:

Essere confinati in una classe di bambini che hanno tutti la stessa età, dove bisogna stare seduti per la maggior parte del tempo e dove si deve persino chiedere il permesso per andare in bagno, non rappresenta lo scenario ideale per socializzare”. 

E aggiunge:

Ogni classe può contare episodi di bullismo più o meno gravi, situazioni di competitività esasperati e una generale ricerca di status futili e dannosi (per esempio: giocattoli, vestiti, linguaggio volgare, tabagismo, sessualizzazione precoce). Questi sono tutti esempi di una socializzazione “malata” a cui molti genitori rifiutano di sottoporre i propri figli.

La scuola della vita – il compagno di banco che fa l’antipatico, il bidello che accoglie i bambini al mattino e da cui andare a fare fotocopie, l’amichetto del cuore con cui condividere la merenda, il figlio dell’immigrato che stenta ancora nella lingua italiana – come entra nell’aula di una home schoolSecondo Di Martino, un bambino educato a casa o in una scuola parentale si confronta con persone di tutte le età in molteplici contesti, non sono affatto in una campana di vetro. Anzi, afferma che sono forse loro proprio quelli “più esposti perché sono fuori dalla classe e direttamente nella società”.

Sono i bambini che vivono queste esperienze ad avere

una marcia in più, essendo liberi da costrizioni di spazio e tempo e potendo sperimentare sulla propria pelle cosa significa interagire con l’ambiente esterno. Incontri sportivi, gite istruttive, lezioni di arte, danza, musica, visite ai musei, spettacoli a teatro, volontariato, uscite per fare la spesa, incontri tra amici, offrono interessanti opportunità di arricchimento sociale, culturale e civico al di fuori del sistema scolastico tradizionale.

Anche in una giornata di neve, è bello poter giocare all’aperto

L’idea che possa essere un modo per evitare scuole pubbliche con una crescente presenza di figli d’immigrati non trova in realtà riscontro, anche se non si hanno casi di famiglie provenienti da paesi africani o mediorientali. Una maestra di una scuola parentale di Piacenza, per esempio, racconta che, nei suoi quattro anni d’esperienza, ha avuto nella sua classe figli provenienti da famiglie italo-tedesca, italo-olandese, macedone e spagnola. “In linea di massima – aggiunge – l’avvicinamento e l’interesse verso un’educazione parentale è maggiore in famiglie miste o che hanno girato molto vivendo esperienze di più generi”.

Di fronte a un fenomeno ancora limitato e in fieri, rischioso accontentarsi di valutazioni inevitabilmente impressionistiche. Va registrato tuttavia un giudizio più di fondo del fenomeno, che va oltre quello riguardante questa o quella esperienza particolare di home schooling e che è ben racchiuso nelle parole di un professore di grande esperienza ed equilibrio come Giampaolo Sbarra, collaboratore della nostra rivista, un giudizio che non è certamente disgiunto da quello, molto preoccupato, sullo stato di salute della scuola pubblica:

Personalmente credo nella scuola pubblica, dove varie culture, lingue, religioni, condizioni sociali ecc. si confrontano; vedo il rischio, invece, che in nome dell’educazione parentale (probabilmente a volte pretestuosa) si possa fare strada una logica separatistica di ordine ideologico, religioso o etnico-linguistico, e non è quello che ci serve. Resta il grave problema della dequalificazione della scuola pubblica, che può portare qualcuno a cercare altre strade.

Perché la scuola parentale. Parlano i genitori ultima modifica: 2021-04-27T16:03:03+02:00 da ARIANNA TOMASI

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