Quando Boninsegna divenne “Bonimba”

Esattamente cinquant’anni fa, uno spettacolare goal in rovesciata del centravanti dell’Inter ispirò Gianni Brera che coniò per lui uno dei suoi celebri neologismi calcistici.
GIOVANNI INNAMORATI
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Il 2 maggio 1971, esattamente cinquant’anni fa, Roberto Boninsegna diventava “Bonimba”. Con un goal in acrobatica rovesciata, tuttora tra i più cliccati su Youtube e tuttora oggetto di tentativi di emulazione da parte di tutti i ragazzini italiani nei più sperduti campetti di calcio, questo fortissimo centravanti di sfondamento entrava nella sfera della leggenda del Dio Eupalla. Quella rovesciata, infatti, stimolò la fantasia del più grande creatore di neologismi calcistici, Gianni Brera, che coniò per lui questo nome che evocava una potenza calcisticamente metafisica. Bonimba: una parola che riprendeva sì, il nome del giocatore, ma anche riusciva a trasmettere l’idea della potenza esplosiva e pure quella di un oggetto elastico in grado di elevarsi in cielo. Brera aveva in passato già coniato epiteti e nomignoli per altri calciatori: a Gianni Rivera accollò la definizione di “abatino”, mentre Gigi Riva era Rombo di Tuono. Ma Bonimba era un vero e proprio neologismo di straordinaria efficacia. Tutt’oggi se si scrive su un motore di ricerca sul Web la parola “Bonimba”, viene automaticamente generata anche la parola “rovesciata”. Non la rovesciata in generale, ma quella rovesciata, del 2 maggio 1971.

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Partiamo dalla cronaca di quel goal. In quel 2 maggio 1971 si gioca la terzultima giornata di campionato (la 13ma di ritorno in un campionato a sedici squadre, in cui la vittoria valeva ancora solo due punti). A San Siro l’Inter battendo il Foggia avrebbe raggiunto la certezza matematica dell’11mo scudetto, visti i cinque punti di vantaggio sul Milan. Finirà 5 a 0, ma sarà quel goal di Boninsegna ad entrare nella legenda. Eccolo: Mariolino Corso, con i calzettoni rigorosamente abbassati, da metà campo fa un lancio di 40 metri in una zona del campo sulla fascia sinistra dove non c’è alcun giocatore con la maglia nerazzurra: apparentemente. Dalle retrovie, infatti, si materializza Giacinto Facchetti che arriva sul fondo, controlla la palla, guarda il centro dell’area e lancia un cross. Evidentemente cerca la testa di Boninsegna che, tuttavia, è leggermente più vicino alla porta rispetto al punto in cui la sfera sta per giungere. Ed ecco il gesto: sfidando la forza di gravità e, soprattutto, il rischio della figuraccia, Bonisegna s’innanza in aria e con una potente rovesciata insacca sulla sinistra del povero portiere del Foggia. Più ancora che il gesto atletico, un misto di agilità, potenza e acrobazia, è il coraggio l’elemento di quel goal. Bonimba è talmente sicuro di sé, talmente agonisticamente cattivo, da non aver alcun timore di una figuraccia davanti al suo pubblico; la figuraccia è esclusa dal novero delle possibilità. Nella modestia che ha sempre caratterizzato l’uomo, Boninsegna ha spesso minimizzato questo aspetto: “sentivamo di aver già vinto lo scudetto, per questo con quella acrobazia ho rischiato poco”. Ma non è vero.

Boninsegna era cattivo come doveva essere cattivo (dal punto di vista agonistico, ovviamente) un centravanti di sfondamento di quegli anni. Sono gli anni in cui agli stopper (così erano chiamati i difensori centrali) veniva insegnato l’adagio di Nereo Roco: “tu mira alla caviglia, e se prendi la palla, pazienza”. I duelli con Francesco Morini, fortissimo stopper della Juventus, erano uno dei motivi che giustificavano di per sé l’acquisto del biglietto per il “Derby d’Italia”, cioè Juventus-Inter. Ma Roberto Bonisegna da Mantova si faceva rispettare, anche per quel suo viso da pugile. 

Con le maglie del Potenza, del Varese e del Cagliari

Nato nella città di Virgilio nel 1943, Boninsegna era cresciuto nelle giovanili dell’Inter, che lo mandò a maturare nei campionati minori: prima al Prato, poi al Potenza per poi esordire finalmente in Serie A con il Varese nella stagione 1966-67. A fine stagione l’Inter decide di cederlo al Cagliari. Stiamo parlando del Cagliari di Manlio Scopigno e Gigi Riva. Qui mise in mostra tutte le sue qualità di centravanti d’area: fortissimo di testa nonostante l’altezza relativa (1,78), sinistro violentissimo, oltre all’istinto di trovare sempre lo specchio della porta da qualsiasi posizione. Si merita l’esordio in Nazionale, e nell’estate 1969, il ritorno all’Inter. Il passaggio avviene attraverso un famoso scambio di giocatori che all’epoca occupò le prime pagine dei giornali sportivi: l’Inter, infatti, cedeva al Cagliari nientemeno che Angelo Domenghini, la sua fortissima ala destra, e Sergio “Bobo” Gori, centravanti di manovra che si adattava meglio a giocare a fianco di una prima punta quale era Riva.

In Inter-Bologna, 1970-71

Ma il ritorno a Milano sembra tirare uno scherzo a Boninsegna. Infatti nella stagione 1969-70 lo scudetto viene vinto dal Cagliari, proprio davanti all’Inter. Boninsegna a fine stagione ha nel carniere 13 goal, ma il capo cannoniere è Gigi Riva, con 21 realizzazioni, ed anche Pietro Anastasi, il fantasioso centravanti della Juve, fa più goal di lui: 15. Quando il Ct della Nazionale Ferruccio Valcareggi dirama l’elenco de 22 convocati per i Campionati del Mondo in Messico, manca il nome di Boninsegna. Gli vengono preferiti Gori e Anastasi, che essendo attaccanti di movimento forse si prestano meglio a fare da spalla a Rombo di tuono. D’altra parte Anastasi è stato il centroavanti azzurro che due anni prima, nel 1968, aveva vinto i Campionati europei, proprio assieme a Riva e a Domenghini. Ma il destino decide di incrociare una prima volta le vite di Boninsegna e di Anastasi. Questi, infatti, si infortuna e Valcareggi chiama all’ultimo momento il centravanti dell’Inter.

Tutti sappiamo come sono andate le cose: nella leggendaria semifinale con la Germania, Boninsegna realizza la prima rete degli Azzurri e fa il decisivo assist a Gianni Rivera per il definitivo 4 a 3. Nella finalissima con il Brasile, mette a segno il momentaneo pareggio dell’1 a 1 , prima che Pelé. Tostao, Jairzinho e compagni dilaghino per il definitivo 4 a 1. Ormai Bonisegna è uno dei centravanti più apprezzati a livello internazionale. Ma non era ancora Boninba. Quell’epiteto sarebbe arrivato nell’anno successivo.

In Genoa-Juventus, 1977-1978

La stagione successiva inizia in modo disastroso per l’Inter, guidato dall’asceta paraguayano Heriberto Herrera. Dopo poche giornate il Milan è già in fuga e a seguito di una nuova sconfitta il presidente nerazzurro Fraizzoli esonera Herrera e chiama a guidare la prima squadra l’allenatore della Primavera, Gianni Invernizzi. Dopo due partite stentate, di ritorno da una trasferta a Napoli, Invernizzi e il capitano, Sandro Mazzola, durante il viaggio, redigono una tabella di risultati da ottenere, rispettando i quali l’Inter avrebbe vinto lo scudetto. In pratica tutte vittorie e un paio di pareggi esterni con le avversarie più forti. Ebbene, grazie anche ai 24 goal di Boninsegna, quella tabella fu rispettata e l’Inter si aggiudicò il suo undicesimo titolo nazionale. Quella rovesciata del 2 maggio 1971 concludeva dunque una cavalcata in cui Boninsegna era stato il trascinatore, con la sua forza, la sua cattiveria, il suo eccezionale stato di forma e il suo coraggio.

Roberto Boninsegna e Romeo Benetti rientrano a Torino con la Coppa UEFA [1976-1977]

Anni dopo i destini di Boninsegna e Anastasi tornarono a incrociarsi. I due centravanti, infatti, furono protagonisti di un clamoroso scambio di attaccanti tra Juventus e Inter nell’estate del 1976. In bianconero Boninsegna vinse due altri scudetti, una Coppa Italia ed una Coppa Uefa. “A Torino mi sono trovato benissimo” ha sempre detto Boninsegna che in diverse interviste raccontò di non aver inizialmente accolto di buon grado l’annuncio del suo trasferimento da sotto la Madonnina a sotto la Mole. Dopo tre anni in bianconero Boninsegna concluse la carriera con l’Hellas Verona. In Serie A aveva realizzato 163 reti.

In Nazionale la sua carriera fu relativamente breve ma importante, con 22 presenze e 9 goal. All’epoca si giocavano molte meno partite anche perché alle fasi finali dei Mondiali e degli Europei partecipavano solo poche squadre, 16. Boninsegna dopo i Mondiali in Messico rimase nel giro azzurro e ai successivi Campionati in Germania nel 1974 fu uno dei tre centravanti convocati, insieme a Anastasi e a Giorgio “Long John” Chinaglia. Gli azzurri andarono a Gelsenkirchen come una delle squadre favorite, avendo effettuato un percorso di qualificazione di eccezionale levatura, con il portiere Dino Zoff imbattuto per 1.142 minuti. Come gli appassionati ricorderanno, ai Mondiali gli azzurri furono eliminati al termine del girone preliminare anche con una certa dose di sfortuna. Iniziò una fase di forte ricambio con la nazionale affidata a Fulvio Bernardini e Azelio Vicini. Mentre i “senatori” di Mexico 1970 uscirono dal giro azzurro, Boninsegna venne ancora convocato. La sua ultima partita fu un memorabile match contro l’Olanda, memorabile per l’arbitraggio scandaloso a danno degli azzurri. Bonimba rese randellata per randellata ai feroci difensori frisoni, che si sentivano protetti dall’arbitro, e li umiliò con uno strepitoso goal di testa. Finì 3 a 1 per gli arancioni di Cruyff, che l’anno prima erano arrivati secondi ai Mondiali, ma la partita della nuova Italia era all’altezza delle aspettative di un nuovo ciclo. Inspiegabilmente Bonimba non fu più convocato; alcuni anni fa Boninsegna ha raccontato che il CT lo chiamò e gli preannunciò l’esclusione dalle convocazioni, non per demeriti personali ma per il calo dell’Inter che per alcuni anni non seppe in effetti ritrovare una identità all’altezza della sua storia.

Quando Boninsegna divenne “Bonimba” ultima modifica: 2021-04-27T17:34:35+02:00 da GIOVANNI INNAMORATI

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1 commento

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Giuseppe 28 Aprile 2021 a 15:29

Boninsegna giocava a Potenza , io , centrocampista, con l’ Udinese, nel 1963-64, entrambi classe 1943. A Potenza vincemmo 1-0 e Boninsegna non mi sembrò un giocatore di categoria superiore; anzi, a noi dai piedi buoni , sembrava , si diceva, solo “un generoso” , cioè uno che oltre all’impegno fisico non ha gran che. Ed anche il nostro stopper non fece fatica a bloccarlo. Nella mia carriera vidi ed incontrai , con o contro, giocatori molto forti che però non fecero la carriera che meritavano e si persero nelle categorie inferiori. E’ proprio vero vero che la vita è una metafora del calcio. PS Per Riva (anche lui 1943) potrei dire cose analoghe.

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