“Bibi? C’è molto di peggio”. Parla Ayman Odeh, leader della Joint List

“Non ritengo che si debba ingoiare ogni ‘rospo’ pur di vedere Netanyhau fuori gioco. La destra razzista, colonizzatrice, non ha come referente solo lui. Quella destra sente come parte di sé Naftali Bennett, colui che si vorrebbe come alternativa a Netanyahu alla guida d’Israele”.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI
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Ciò che penso di Benjamin Netanyahu è il peggio possibile. Ma non per questo ritengo che si debba ingoiare ogni “rospo” pur di vederlo fuori da Balfour Street (la residenza ufficiale del primo ministro d’Israele a Gerusalemme, ndr). La destra razzista, colonizzatrice, quella che arma ideologicamente i teppisti che hanno aperto una caccia agli arabi a Gerusalemme Est, non hanno come referente il solo Netanyahu. Quella destra sente come parte di sé Naftali Bennett, colui che si vorrebbe come alternativa a Netanyahu alla guida d’Israele. Io non sono di questo avviso. Bennett è uno dei padri degli insediamenti, uno dei padri del razzismo.

A sostenerlo, in questa intervista a ytali, è Ayman Odeh, avvocato, nato ad Haifa, leader del Partito comunista d’Israele e oggi presidente della Joint List, la lista rappresentativa di tre partiti arabi israeliani che ha ottenuto sei seggi nelle elezioni del 23 marzo scorso. Sei voti che potrebbero essere decisivi per raggiungere i 61 voti alla Knesset per dar vita a un governo senza più il primo ministro più longevo nella storia d’Israele.

Le trattative per la formazione di un nuovo governo sono ancora in alto mare e si fa sempre più realistica la prospettiva di nuove elezioni anticipate, le quinte in poco più di due anni. Nel fronte “anti Netanyahu” c’è anche Yamina, il partito di destra guidato da Naftali Bennett. Domanda secca: pur di porre fine all’era Netanyahu, lei sarebbe disposto a sostenere un esecutivo a guida Bennett?
A domanda secca, risposta altrettanto secca: no. E se vuole le spiego il perché.

Sono tutto orecchie…
Cosa pensi di Benjamin Netanyahu, è il peggio possibile. Per tornaconto personale tiene da anni in ostaggio Israele. La sua concezione della democrazia è degna di un autocrate. Il suo cinismo mi spaventa. Ma Netanyahu non è una metastasi che si è inserita nel corpo sano della destra israeliana. Non è così. La destra estremista, xenofoba, colonizzatrice non si riduce a Netanyahu né scomparirà con lui. Altri capi, non meno estremisti, e altrettanto ambiziosi sono pronti a prenderne il posto. Senza per questo cambiare una virgola del loro credo.

Si riferisce al leader di Yamina, Naftali Bennett?
Non solo a lui, ma sì, anche a lui. Vede, io credo che Israele debba voltare pagina e chiudere una volta per tutte con l’”era” Netanyahu. Ma pensare che un ciclo politico si chiuda sostenendo uno dei padri degli insediamenti e del razzismo, questo francamente mi pare un suicidio per le forze democratiche e di sinistra israeliane. Per chi ha scarsa memoria, o lo considera il “male minore” rispetto al “male assoluto” rappresentato da Netanyahu, vorrei ricordare che Bennett è stato uno dei più tenaci assertori della legge su Israele, Stato della nazione ebraica. A colpi di maggioranza, Israele ha perso la sua anima. Quella legge, che segna un punto di non ritorno, sancisce la realizzazione di un’idea di Stato, di popolo, di comunità, che si fonda sull’appartenenza etnica, sull’affermazione di una diversità che crea gerarchia, che al massimo può contemplare la tolleranza ma mai una piena inclusione. E Bennett di questa visione d’Israele fondata sul “suprematismo” ebraico, è uno dei facitori. Quella legge è uno strappo ideologico voluto dalla destra oltranzista governa Israele. Ogni norma di quella legge risponde a una visione messianica d’Israele, del suo popolo eletto, di uno Stato che è ridefinito a partire da questa visione fondamentalista. Per questo non potrei votare Bennett primo ministro. Bennett nega la Nakba e contemporaneamente chiede la sua continuazione attraverso la demolizione di case, la legalizzazione di insediamenti, l’annessione di territori occupati e l’appropriazione di terre dalle comunità arabe nel Negev e in Galilea? Come posso io, la cui famiglia è stata fatta a pezzi e la cui zia vive tuttora in esilio in un campo profughi in Giordania, ignorare tutto questo?

Non tutti nella Joint List la pensano così…
È vero, c’è un dibattito al nostro interno perché la Joint List non è un monolite ma espressione di un reale pluralismo politico. Il giudizio su Bennett è unanime, ma c’è chi pensa che in Israele esiste oggi una emergenza democratica, una minaccia allo Stato di diritto, rappresentata da Netanyahu. Non sottovaluto la sua pericolosità. Ma un fronte anti-Netanyahu deve avere alcuni punti di convergenza che non possono limitarsi all’assunto “tutti, tranne Bibi”. Ne ho parlato con Yair Lapid (il leader del partito laico centrista Yesh Atid, con i suoi 17 seggi terza forza alla Knesset, ndr), con Benny Gantz (leader di Kahol Lavan, 8 seggi, ndr) e con la sinistra di Labor (7 seggi, ndr.) e Meretz (6, ndr): definiamo un programma fondamentale basato su alcuni punti condivisi e apriamo un confronto con quelle forze di destra che non condividono la deriva estremista di Netanyahu e dei partiti che lo sostengono. Di questo ho discusso anche con Gideon Sa’ar (leader di New Hope, 6 seggi, nato da una scissione del Likud,ndr). Decidiamo un programma fondamentale e dopo indichiamo la persona che può garantirne l’attuazione come primo ministro. Tra questi punti fondamentali deve esserci, a nostro avviso, anche una revisione sostanziale di quella legge anti-araba e uno stop alla colonizzazione dei Territori palestinesi.

Lei insiste molto sulla modifica della legge su Israele, Stato della nazione ebraica. Perché?
Perché è una ferita aperta. I sostenitori di questa legge rifondativa dello Stato d’Israele hanno dato una legittimazione istituzionale alla politica degli insediamenti, considerando la colonizzazione come parte fondante dell’identità nazionale d’Israele. Fino a quel momento, la destra delle ruspe, aveva giustificato il muro in Cisgiordania, l’annessione di fatto di parte dei territori della West Bank, territori che due risoluzioni delle Nazioni Unite definiscono e considerano ‘occupati’, come un problema di sicurezza, di lotta al terrorismo palestinese. Insomma, provavano a dare al mondo di questa politica di occupazione, una versione difensiva. Ora non è più così. La legge voluta dalle destre altro non è che la ‘costituzionalizzazione’ del disegno di Eretz Israel, e nella Sacra Terra d’Israele chi non è ebreo può essere al massimo tollerato, ma se scegliesse di andarsene nessuno si strapperebbe le vesti. Di una cosa, sono assolutamente convinto: una democrazia compiuta, solida, è quella che include e non emargina o addirittura cancella l’identità di un venti per cento della popolazione. Democrazia non è dittatura della maggioranza ma garanzia dei diritti delle minoranze. Minoranze che vanno riconosciute per ciò che sono, vale a dire comunità, e non come sommatoria di singoli cittadini.

Porta chiusa a Bennett?
A ciò che lui rappresenta, sì. La destra che lui rappresenta va ben oltre i confini di una classica destra conservatrice per entrare in una dimensione politico-ideologica fortemente aggressiva, che sfocia nel fascismo, e uso volutamente questo termine, proprio degli eredi del kahanismo, quelli del Religious Zionism (6 seggi, ndr), per i quali gli arabi israeliani sono un cancro da estirpare e i palestinesi un popolo di terroristi.

Dello stesso avviso, quanto a Bennett, non sembra essere Mansour Abbas, il leader di Ra’am (il partito islamico che con la Lista Araba Unita ha ottenuto 4 seggi) che dopo aver incontrato il leader di Yamina ha parlato di un incontro andato “molto bene”.
È la prova che a definire una visione politica comune non basta riferirsi alla stessa comunità, in questo caso quella araba israeliana. Mansour si tiene le mani libere: incontra Bennett ma non dice no alle avance di Netanyahu. Lui si è assunto la responsabilità di uscire dalla Joint List, disorientando la nostra gente e indebolendone complessivamente il peso parlamentare. La destra non può che ringraziarlo. Ma quei fanatici del suprematismo ebraico non è che chiedono per chi hai votato prima di assalirti. Per loro è sufficiente che tu sia un arabo. 

Si sente di parlare anche a nome dei “fratelli palestinesi”?
Non ho questa presunzione. Ma di una cosa sono convinto: un vero partenariato non può esistere senza il riconoscimento delle ingiustizie del passato e di quelle che perdurano nel presente. Una vera partnership non può esistere mentre l’occupazione continua, mentre una politica di ebraicizzazione continua in tutto il paese, mentre non c’è riconoscimento dei villaggi non riconosciuti nel Negev, mentre le città e i villaggi arabi sono soggetti a discriminazione nella pianificazione e nella costruzione, nelle infrastrutture e nella terra, mentre la polizia tratta i cittadini arabi come nemici e li lascia in balia delle organizzazioni criminali. La vera partnership ebraico-araba inizia con il riconoscimento reciproco dei diritti dei due popoli, ebraico e palestinese, all’autodefinizione. Solo attraverso il riconoscimento e la modifica dell’ingiustizia storica possiamo costruire insieme un futuro di giustizia, uguaglianza, democrazia, pace e partenariato. So che la politica è fare i conti con la realtà e che non può prescindere dall’analisi dei rapporti di forza. Ma la realtà non è immodificabile, soprattutto quando essa si fonda sull’ingiustizia, sulla discriminazione, sull’oppressione. Senza una visione, la politica si riduce alla gestione dell’esistente, a una spartizione di poltrone. Non sono un sognatore, da avvocato, prim’ancora che da politico, ho imparato a guardare in faccia la realtà, anche nei suoi aspetti peggiori. Ma so anche l’importanza di parole come “riscatto”, “dignità”, “uguaglianza”. Realizzarle, è la ragione per cui ho scelto di entrare in politica.

Ma la politica è anche contare i voti e scendere a compromesso. E conti alla mano, una maggioranza anti-Netanyahu che escluda alcuni partiti di destra, come Yamina di Bennett e Yisrael Beiteinu (7 seggi, ndr) di Avigdor Lieberman non ha i numeri necessari. Non crede che la sua finisca per essere una mera, se pur nobile, testimonianza che finisce per spalancare la strada al dodicesimo anno dell’”era Netanyahu”?
So bene che la politica porta con sé la necessità della mediazione, il raggiungimento di compromessi. Non è questo in discussione. A suo tempo, nelle precedenti elezioni, la stragrande maggioranza dei parlamentari della Joint List nelle consultazioni del capo dello Stato, indicarono Benny Gantz come premier incaricato. E certo per i suoi trascorsi militari, Gantz non era proprio il nostro primo ministro ideale. Non viviamo sulla luna, sappiamo che politica significa anche sporcarsi le mani. Ma vi sono paletti insuperabili che se vengono meno, viene meno la tua stessa ragione di esistere politicamente. Si può dar vita a un governo di minoranza, col sostegno esterno di quanti non vogliono Netanyahu. Ma non chiedetemi di sostenere chi ci considera stranieri in patria. Questo per me non è un “male minore”.

“Bibi? C’è molto di peggio”. Parla Ayman Odeh, leader della Joint List ultima modifica: 2021-04-28T19:02:04+02:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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