La “variante” Zaia. Dal modello Vo’ alla narrazione del consenso

Il presidente del Veneto, con un susseguirsi di eterogenee prese di posizione durante tutto l’anno pandemico, si è trovato a fine 2020 con una situazione critica, frutto di scelte errate della sua giunta vendute per sagaci e lungimiranti. L’epopea mediatica della sua gestione è ben distante dalla realtà dei fatti.
MATTEO FAVERO
Condividi
PDF

La trasmissione di Rai3 Report del 26 aprile scorso è il detonatore che fa scoppiare la “granata” Covid-19 proprio davanti a Luca Zaia che, con un inusuale laconico “non ho ancora visto la trasmissione”, sta certamente preparando con maniacale cura la sua contromossa mediatica. Solo mediatica perché i fatti raccontati nella trasmissione sono pesanti e paiono a prova di smentita. Per analizzare quanto successo è necessario partire da un’affermazione semplice: la tesi che il coronavirus circoli liberamente nella pandemia non è propriamente corretta.

È vero, o quasi banale, dire che il virus circoli grazie a noi che ne siamo portatori. Questo significa che per tenere a freno l’infezione era necessario introdurre misure stringenti che limitassero la libertà individuale dei veneti, condizione comune peraltro ad altri 55 milioni di compatrioti, anche a costo di essere più rigidi rispetto ad altri territori d’Italia. Faccenda che Zaia ha quasi sempre delegato al governo centrale, a Roma. Ha potuto in effetti contare su caratteristiche “ambientali” della nostra comunità e che hanno visto i miei corregionali nella seconda e terza ondata, anche per le caratteristiche del sistema imprenditoriale nostrano, applicare poco il lavoro a distanza e far scontare le limitazioni solo ai pochissimi che proprio non potevano restare aperti al pubblico.

C’è un caso Veneto? Pare proprio di sì. Il presidente Luca Zaia con un susseguirsi di eterogenee prese di posizione durante tutto l’anno pandemico – dai “cinesi che mangiano i topi”, dall’”aprite tutto” al “chiudete tutto”, “alla zona gialla plus” dello scorso autunno, con buona pace di chi voleva i ristori previsti per le zone arancioni-rosse – si è trovato a fine anno 2020 con quasi 6100 morti, con il tasso di positività arrivato al 36 per cento e con una pressione sugli ospedali regionali critica. L’avevo scritto pubblicamente già il 29 dicembre scorso. E secondo quanto emerso su Rai3 con duemila morti nelle Rsa che sarebbero ascrivibili a scelte errate della giunta regionale leghista.

E l’affermazione zaiana che in Veneto ci sia stato, proprio nel periodo messo sotto accusa da Report, “un boom di contagi perché si sono fatti più tamponi” per la maggior parte antigenici e poco efficaci secondo quanto acclarato, ha certificato il fallimento della gestione dell’emergenza in Veneto, a cui si aggiunge anche qualche ombra in più per le pressioni fatte al personale medico in strutture che, in periodo normale, annoveriamo come eccellenze sanitarie internazionali. Pensiamo all’Ospedale di Padova e al professore Andrea Crisanti e ad altri suoi colleghi, ad esempio. Infatti, a sentire gli esperti – rispetto alla narrazione quotidiana di centinaia di ore di dirette dalla sede regionale della Protezione civile di Marghera e sapientemente replicate dalle tv locali – le cose stavano e stanno diversamente. E nessuno certo se ne rallegra, anzi. Il numero dei morti purtroppo non mente e si è visto che per fermare il virus “le zone rosse e arancioni hanno funzionato, le gialle no”, come ha già avuto modo di dire in passato la professoressa Antonella Viola, immunologa dell’Università di Padova. Se di variante veneta si vuole parlare allora la variante è quella del presidente Zaia con l’”ossessione per la zona gialla”, ebbe a sottolineare il dottor Maurizio Manno del Coordinamento veneto sanità pubblica in un’intervista.

Il paradosso veneto e la sua correlata chiave di lettura stanno proprio qui e mettono sotto accusa, oltre a profili giudiziari e politici sollevati giustamente con forza dal gruppo dei consiglieri regionali Pd a Palazzo Ferro Fini, lo strenuo tentativo di tenere la regione al minimo delle restrizioni anti-contagio per non richiedere nuovi sacrifici ai cittadini, per infondere nei veneti un certo senso di autonoma superiorità e raccontare una “verità falsamente autonoma” e sicuramente diversa dalla realtà. L’aggettivo autonomo ripetuto non è un caso.

A quale prezzo però? Quello di portare allo stremo le forze di migliaia di donne e uomini della nostra sanità, mettendo a dura prova la resilienza e l’efficienza del sistema sanitario regionale, che poco prima dell’inizio della pandemia – è bene ricordarlo – stava proprio per prendere un “abbrivio lombardo” nell’ambito della sanità “privata-convenzionata”. Infine, ricorrendo a dichiarare alcuni parametri di efficienza difficilmente raggiungibili: ad esempio il numero risibile dei 1000 posti di terapia attivabili in emergenza da Azienda Zero quando già nel 2019 – secondo l’Anaao-Assomed – mancavano in Veneto 149 anestesisti e in totale circa 4000 infermieri – come chiarito dal Coordinamento regionale degli ordini delle professioni infermieristiche. Numeri messi in discussione proprio da Report.

E siamo così arrivati al 27 aprile in cui si registrano, secondo il Bollettino regionale, 848 nuovi contagi per un totale dall’inizio della pandemia di 409.213 infetti e oltre undicimila decessi.

La ragione di un contesto “noir” del Veneto di Zaia, ben descritto dall’inchiesta di Danilo Procaccianti, risiede nel consenso, ricercato e mantenuto senza compromessi. L’importante per il “Presidente” è parlare di tutto nelle sue dirette, esserci, commentare tutto e per tutto: dai veterinari da impiegare per fare i tamponi ai diktat ai medici di base. Sino alle vaccinazioni contro il Covid-19 aperte ai sessantenni per poi scoprire che in pochi riescono a prenotare perché il sistema va in tilt. 

Una narrazione che è chiave di lettura di tutta la politica di governo leghista del Veneto da oltre dieci anni: dalle politiche sociali, all’ambiente, alla lotta alla criminalità organizzata, alla sanità pre-Covid, alla coesione. Anche quando i fatti dimostrano il contrario.

Ma quando si racconta, con opportunismo e forse spregiudicatezza, una visione delle cose incongruente con la realtà si accende un debito con la verità. E prima o poi il conto da pagare arriva. 

La “variante” Zaia. Dal modello Vo’ alla narrazione del consenso ultima modifica: 2021-04-28T14:52:34+02:00 da MATTEO FAVERO

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento