Tintinnar di sciabole a Parigi

Numerose polemiche per l’appello di una ventina di generali francesi in pensione contro i “pericoli mortali” che minacciano il paese. Tra le condanne di tutti i partiti politici, Marine Le Pen invita i firmatari a unirsi al suo movimento.
scritto da MARCO MICHIELI
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Mercoledì 21 aprile, una ventina di generali in pensione, alcuni radiati dall’esercito, ha pubblicato sul sito dello rivista Valeurs Actuelles un appello per il “ritorno all’onore” della Francia. La lettera-appello, indirizzata al presidente Emmanuel Macron, sarebbe stata firmata da cinquemila militari, almeno secondo l’ex capitano Jean-Pierre Fabre-Bernadac, che l’ha ideata. L’appello, da parte di militari in pensione, che non possono “restare indifferenti alle sorti del nostro bel paese”, vorrebbe denunciare la disgregazione della “patria”, sotto i colpi dell’“anti-razzismo”, che punta a creare “odio tra le comunità”, che disprezza “il paese, le sue tradizioni, la sua cultura, e vogliono vederlo dissolversi portandogli via il suo passato e la sua storia”, che attacca “attraverso le statue, le antiche glorie militari e civili”; sotto i colpi dell’islamismo e delle “orde delle banlieues”, che “vorrebbero città o quartieri in cui non si applicano le leggi della Repubblica”; sotto i colpi dell’odio che prevale sulla fratellanza “durante le manifestazioni in cui il potere usa la polizia come sostegno e capro espiatorio di fronte ai gilet gialli che esprimono la loro disperazione”, mentre individui “incappucciati saccheggiano le aziende e minacciano le stesse forze dell’ordine”.

“Di fronte ai pericoli che aumentano ogni giorno”, dicono, “non possiamo essere spettatori passivi” ma, aggiungono, “saremo pronti a sostenere politiche che puntino alla salvaguardia della nazione”. Un impegno attivo che sembra però spingersi più in là alla fine dell’appello quando, di fronte al mancato intervento, al lassismo che “continuerà a diffondersi inesorabilmente nella società” e alla “guerra civile che metterà fine a questo caos crescente”, immaginano “l’intervento dei nostri compagni in servizio attivo in ​​una pericolosa missione di protezione dei nostri valori di civiltà e di salvaguardia dei nostri connazionali sul territorio nazionale”.

La lettera ha generato immediate e forti reazioni. La ministra della difesa, Florence Parly, ha condannato domenica 25 aprile l’intervento dei generali e ha chiesto sanzioni contro i militari firmatari:

Per quanto riguarda i soldati che hanno violato il dovere di riserva, ovviamente, sono previste sanzioni, e ho quindi chiesto al capo dello Stato maggiore di applicare nei confronti di quelli che hanno firmato la lettera e che sono soldati attivi delle sanzioni.

Sanzioni che possono essere applicate anche ai militari firmatari in pensione, analogamente soggetti “a un dovere di segretezza”, ha detto la ministra, che ha ricordato il caso del generale Christian Piquemal, ex capo della Legione Straniera e firmatario dell’appello, che era stato radiato dall’esercito nel 2016 per aver partecipato a una manifestazione vietata contro i migranti a Calais.

A sinistra le reazioni sono state durissime, attraverso le voci di Jean-Luc Mélenchon, Benoît Hamon (ex candidato socialista del 2017) e Pierre Laurent (segretario del Pcf). Per Mélenchon è “una dichiarazione sbalorditiva di soldati che rivendicano il diritto di invitare i loro colleghi in attività a intervenire contro gli islamogauchiste”. 

Florence Parly, ministra della difesa

Il sostegno di Marine Le Pen, tra “memoria” storica e difesa dell’identità

La polemica politica però si è poi spostata su Marine Le Pen. Tre giorni dopo la pubblicazione della lettera la leader dell’estrema destra francese ha pubblicato una risposta sulla stessa rivista, elogiando la chiaroveggenza dei generali in pensione e li ha invitati ad “unirsi a lei”. Un punto di vista condiviso dal suo ex alleato ed ex candidato alle presidenziali, Nicolas Dupont-Aignan, che ha definito “eccellente” la lettera, una forma di ”libertà di espressione”.

La lettera di risposta mette in luce quanto i temi dell’“identità” – o meglio della difesa dell’“identità francese” – saranno al centro della prossima elezione presidenziale. Tra le polemiche sull’“islamo-gauchisme” e il “racialisme”, Le Pen attacca Macron e le sue dichiarazioni volte a “destrutturare la storia della Francia”, un riferimento all’intervista rilasciata dal presidente alla trasmissione televisiva americana Face the Nation. Alla domanda sulla centralità delle questioni razziali in questo momento in Francia, Macron aveva risposto che il paese non è gli Stati Uniti d’America, perché la Francia era uno stato “coloniale” e che appartiene alla categoria “dei paesi coloniali con immigrazione di molte persone provenienti dalle ex colonie e, ad esempio, dal continente africano”.

Secondo Macron il paese affronta numerose tensioni poiché “vi sono persone vittime di discriminazioni” e deve pertanto “de-costruire” la propria storia” e “andare alle radici del fenomeno”, “per liberarci dal razzismo”. Da tempo, nel tentativo di riconciliare i francesi con i lati più oscuri della propria storia e promuovere una visione più moderna, diversificata ed equilibrata, Macron si cimenta in questo equilibrio tra i trionfi, i sacrifici e la diversità della storia francese e il riconoscimento degli episodi più oscuri (anche senza scuse formali). In quest’ottica ad esempio, aveva affidato a Pascal Blanchard, uno storico del colonialismo, l’incarico di presentare 318 nomi di personaggi provenienti dai territori francesi d’oltremare, dalle ex colonie e dalle comunità di immigrati degni di essere onorati con nomi di strade e monumenti. Oppure l’incarico a Benjamin Stora, storico nato da una famiglia ebrea algerina fuggita in Francia nel 1962, di aiutare a sanare le ferite storiche aperte con l’Algeria. Il cosiddetto “rapporto Stora” ha però fatto infuriare i coloni sopravvissuti cacciati dall’Algeria e i loro discendenti, ma è stato anche criticato in Algeria perché non si chiedono scuse o risarcimenti per quelli che lo stesso Macron aveva definito come “crimini contro l’umanità”.

La guerra dell’identità in Francia si combatte anche sulla memoria e sulla storia del paese. Non è casuale la data dell’appello dei generali: 21 aprile 2021, sessant’anni dopo il putsch dei generali ad Algeri. Quasi volersi collegare al tentativo di Raoul Salan, Maurice Challe, Edmond Jouhaud, e André Zeller, i generali che, dopo il referendum per l’autodeterminazione dell’Algeria, il lunedì 21 aprile presero il controllo di Algeri, per ripristinare “l’ordine costituzionale e repubblicano”. Il tentativo di putsch si concluderà mercoledì’ 26 aprile con l’arresto dei generali – amnistiati nel 1982 dal governo socialista di Pierre Mauroy -, l’assunzione di maggiori poteri da parte del presidente della repubblica, la creazione di un enorme consenso popolare per il generale de Gaulle – apparso in uniforme militare alla televisione per denunciare il putsch – e l’ingrossamento delle fila dell’Organisation de l’armée secrète, l’organizzazione paramilitare clandestina che tenterà senza successo l’anno seguente di assassinare il presidente francese.

Simbolismi e connessioni con il passato, nel tentativo di ri-affermare una propria visione della società. La data del 21 aprile è significativa anche per un’altra ragione. Il 21 aprile del 2002, per la prima volta nella storia della Quinta repubblica, un esponente dell’estrema destra – Jean-Marie Le Pen – accedeva al secondo turno delle presidenziali. Un legame quello con la storia del Front National, oggi Rassemblement National, una delle operazioni di maquillage di Marine Le Pen, che non termina qui. Tra i firmatari di questa lettera appello vi sono principalmente ex militari vicini a circoli e partiti di estrema destra. Lo stesso autore, Jean-Pierre Fabre-Bernadac, faceva parte del servizio d’ordine del Front National all’inizio degli anni Novanta. Altri tre generali sono già apparsi in liste elettorali del Rassemblement National e di Debout la France, il partito di Nicolas Dupont-Aignan. Alcuni sono anche membri del movimento Renaud Camus e aderiscono alla tesi della “Grande Sostituzione” immaginata dallo scrittore di estrema destra, secondo il quale le persone di origine europea – leggi “bianchi” – “scompariranno” un giorno a causa dell’arrivo di immigrati da altri continenti.

Raoul Salan, uno dei generali golpisti del 1961

Il mito del soldato provvidenziale

C’è però anche altro in questa lettera dei generali. Oggi nessuno in Francia teme o spera in un colpo di stato militare. Però c’è nella storia del paese la figura dell’uomo provvidenziale. O meglio del soldato provvidenziale, che in un paese costantemente attraversato da divisioni, è apparso spesso come un punto di riferimento: Patrice de MacMahon, Georges Boulanger, Philippe Petain, Charles de Gaulle. Secondo Philippe Vial è la rivoluzione francese all’origine di questo ruolo:

Dopo la rottura iniziale nell’estate del 1789, il fallimento della monarchia costituzionale e l’istituzione della repubblica portarono a una profonda instabilità delle istituzioni a partire dal 1792. Fu una rottura fondamentale per quanto riguarda la continuità incarnata dalla monarchia, almeno da quando era diventata assoluta. Questa svolta è parallela all’entrata in un ciclo di guerre di durata e portata inaspettate. Guerre con gli stranieri in primis, che sarebbero durate quasi un quarto di secolo.

La leva di massa e la coscrizione obbligatoria dotarono la Francia di forze armate di importanza senza precedenti. E in un paese sempre nel mezzo di sconvolgimenti, “dove le istituzioni politiche sono diventate precarie e i loro leader hanno poca legittimità”, i leader militari furono la risorsa per ristabilire l’equilibrio. Almeno fino alla Quinta repubblica postgollista. Perché il regime istituzionale creato dal generale de Gaulle, ricostituendo la monarchia in salsa repubblicana, e operando una serie di riforme nell’ambito militare, ha allontanato la possibilità del provvidenzialismo militare in caso di crisi politica.

Ma nell’immaginario pubblico rimane la figura del “soldato” risolutore dei problemi. E una certa riverenza dei politici e dei cittadini verso i militari. Quando Emmanuel Macron ad inizio mandato ebbe una forte discussione con il generale e capo di stato maggiore Pierre de Villiers per i tagli voluti dal governo al bilancio della difesa, l’affaire aveva offuscato l’immagine del neo-presidente. La “comunità dei militari”, all’epoca, non aveva reagito bene: de Villiers era uscito dal ministero della difesa tra gli applausi dei militari. Dalle pagine della stessa rivista dell’appello dei generali, il fratello di de Villiers, il politico Philippe de Villiers, aveva lanciato qualche settimana fa un appello all’insurrezione contro Macron.

Probabilmente a una parte dell’esercito non piacciono alcune frasi ed espressioni del presidente, soprattutto sul colonialismo e sull’Algeria. Soprattutto perché come sottolineano i lavori dello scienziato politico Jérôme Fourquet, tra i militari il voto a favore di Le Pen nel 2017 è stato il doppio (40 per cento) rispetto ai risultati di Le Pen ottenuti tra l’elettorato generale. Simpatie per l’estrema destra che anche una recente inchiesta di Mediapart ha sollevato.

Il generale Pierre de Villiers

Tintinnar di sciabole a Parigi ultima modifica: 2021-04-28T15:18:02+02:00 da MARCO MICHIELI

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1 commento

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Alain Henriot 30 Aprile 2021 a 16:15

“L’armée, comme presque toutes les armées du monde, n’entendait rien aux rouages compliqués et lents d’un régime représentatif ; elle détestait et méprisait les assemblées, ne comprenait qu’un pouvoir simple et fort et ne voulait que l’indépendance nationale et des victoires. A partir du 13 Vendémiaire, on ne peut plus gouverner sans elle. Bientôt après on ne peut plus gouverner que par elle.” Alexis de Tocqueville ( l’Ancien Régime et la Révolution) écrivait ça à propos de Bonaparte en 1795. La même chose s’est produite en mai 1958. Il y a des constante dans l’Histoire de France.
“L’esercito, come quasi tutti gli eserciti del mondo, non capiva nulla del complicato e lento funzionamento di un regime rappresentativo; odiava e disprezzava le assemblee, capiva solo un potere semplice e forte, e voleva solo indipendenza nazionale e vittorie. Dal 13 vendemmiale in poi, non si poteva più governare senza. Subito dopo si può solo governare con esso”. Alexis de Tocqueville (Il vecchio regime e la rivoluzione) lo scrisse di Bonaparte nel 1795. La stessa cosa accadde nel maggio 1958. Ci sono delle costanti nella storia francese.

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