PNRR e scuola. Troppo facile bocciarlo, allora cerchiamo di contestualizzarlo

scritto da GIAMPAOLO SBARRA
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Un intervento epocale che supera, in valore, il Piano Marshall; 248 miliardi per far uscire l’Italia dalla pandemia, rilanciare l’economia e modernizzare il Paese: il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) mette in campo cifre inimmaginabili fino a qualche mese fa. In questo anno di pandemia, si è parlato molto di scuola, per vari motivi. La scuola è stata chiusa, aperta e richiusa; abbiamo addirittura assistito al balletto delle percentuali: aperta al 50, al 60, al 70, al 75 o al 100 per cento; addirittura, in alcune Regioni, in presenza su base volontaria.

Ci si è preoccupati un po’ dei mancati apprendimenti, un po’ della mancata socializzazione e un po’ della necessità di seguire i figli a casa, nella didattica da remoto.

La scuola, quindi, nell’opinione comune, era meritevole di un intervento sostanzioso. Per fare che cosa? Per raggiungere quali obiettivi? Quantità, ovvero andare a scuola il più possibile, o qualità, per  andare in una scuola migliore?

Adesso cercheremo di vedere cosa prevede il PNRR per la scuola.

Non entrerò nei dettagli, se non per il minimo indispensabile, ma cercherò di dare qualche chiave di lettura, con una semplice premessa iniziale.

Il PNRR per la scuola può essere respinto a priori, se ci si pone dal punto di vista della riforma della scuola, perché non c’è una riforma della scuola, anche se la parola “riforma” viene usata spesso; può essere addirittura ridicolizzato, se ci si sofferma su alcuni dettagli; oppure può essere respinto “ideologicamente”, se si osserva che sostanzialmente gli interventi sono destinati a favorire, in vari modi, il rapporto tra scuola e mondo del lavoro.

Ecco, in questa sede io non voglio assumere uno dei punti di vista sopra elencati, perché credo che la situazione in cui si trova il nostro Paese meriti un altro approccio: siamo in presenza di un Parlamento nettamente inadeguato, con partiti politici che cambiano alleanze e linea politica con estrema disinvoltura; il governo in carica è un governo di emergenza, con i due compiti essenziali di portarci fuori della pandemia e impostare il Recovery plan per il rilancio economico.

Per dare un senso a questo PNRR, quindi, bisogna mettere bene a fuoco la condizione in cui il governo Draghi si è trovato ad operare: un Paese in crisi, con una disoccupazione aumentata e pronta ad esplodere, dove è aumentata la povertà; un Paese dove le donne sono state allontanate dal lavoro per seguire la famiglia; un Paese che si è ulteriormente indebitato anche per sostenere – per altro meno del necessario – chi non ha potuto lavorare, un Paese dove il debito pubblico ha raggiunto il 160 per cento del PIL. A questi, si devono aggiungere i mali tradizionali, che vengono evidenziati nella premessa della Missione 4 del PNRR, e che citeremo più avanti.

Ecco: questo Paese – con queste caratteristiche –  deve uscire dalla crisi migliorando le sue prestazioni economiche e produttive, in modo da sostenere e aggredire il debito pubblico, e creando una situazione economica e sociale che dia fiducia agli italiani e agli stranieri.

Mi è parsa necessaria questa premessa, perché credo sarebbe un lusso che non possiamo permetterci quello di discettare sulla “scuola ideale”, ovvero su quello che non siamo stati capaci di fare nemmeno in tempi normali, contestando ogni possibile intervento.

Credo sia più saggio verificare i vari aspetti del PNRR, senza chiedergli quello che non vuole e non può dare, evidenziando le criticità e proponendo le migliorie in via di realizzazione.

Certo, si ha l’impressione che non ci abbiano lavorato molte “persone di scuola”, ma prevalentemente economisti e, forse, sociologi, quanto meno nella fase progettuale conclusiva.

Credo che “persone di scuola” non se la sarebbero sentita di avvallare alcune proposte corredate da certi numeri.

Detto questo, torniamo al PNRR e alla sua struttura.

In tema di scuola (la cosiddetta Missione 4, Istruzione e ricerca), sono identificate due componenti: il potenziamento dei servizi dell’istruzione, dai nidi all’università, e il tema del rapporto ricerca-impresa; parliamo di oltre 30 miliardi, 19 per l’istruzione, 11 per ricerca-impresa.

Ma prima di illustrare la destinazione precisa dei finanziamenti, il Piano analizza le situazione sulla quale intervenire e mette in evidenze le problematiche che conosciamo da sempre: arretratezze strutturali, gap territoriali, abbandoni e insuccessi, arretratezza in termini di sviluppo di competenze messe in evidenza dai test Pisa e Invalsi, pochi adulti con titolo di studio terziario, scarso incontro di domanda e offerta sul mercato del lavoro, fuga dei cervelli all’estero, ma anche scarsa propensione all’innovazione del mondo dell’impresa e difficoltà ad integrare chi ha una formazione superiore.

Se quelle elencate sono le criticità evidenziate, le proposte e gli investimenti contenuti nel PNRR cercano di dare una risposta: come si vede vengono evidenziate le criticità che frenano lo sviluppo economico e impediscono la dinamicità oggi necessaria per affrontare le sfide globali (e sostenere e ripagare il debito).

Ecco allora i primi interventi: estensione degli asili nido e delle scuole dell’infanzia ed estensione del tempo pieno nella scuola primaria e nella scuola media: in questo modo si può favorire l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro.

Per quanto riguarda la scuola secondaria (prevalentemente), bisogna migliorare l’acquisizione delle competenze di base (misurate con le prove standardizzate, da utilizzare in modo sistematico), colmare il divario nord-sud, combattere la dispersione scolastica, qualificare la formazione tecnica e professionale e la formazione terziaria, puntando sugli ITS e sul raccordo tra ITS e lauree professionalizzanti.

A questo proposito si pensa di intervenire sui contenuti, puntando sulle discipline scientifiche e sulle nuove competenze e nuovi linguaggi, oltre che creando scuole innovative, nuove aule didattiche e laboratori che possano configurare una sorta di Scuola 4,0.

Intento del PNRR è anche quello di estendere la sperimentazione dei licei di 4 anni, dalle attuali 100 classi a 1000.

Sono previsti anche interventi per la messa in sicurezza e riqualificazione delle scuole per 3.90 miliardi (una cifra a mio avviso nettamente inadeguata).

Un’attenzione particolare, poi, viene posta alla necessità di investire sull’orientamento, soprattutto agli studi postsecondari, per evitare la successiva dispersione e per creare un rapporto tra formazione e mondo del lavoro.

Per favorire gli studi postsecondari, oltre allo sviluppo degli ITS, si interviene sull’erogazione di borse di studio universitarie e sugli alloggi per gli studenti.

Insegnanti. Si sa che uno dei problemi della scuola italiana è quello del precariato degli insegnanti; il PNRR non può affrontare il problema del precariato, ma vuole riformare il processo di reclutamento e formazione dei docenti; su questo aspetto, al di là di dire che serve qualità, c’è poco di preciso, ma si capisce che si punta ancora sul concorso nazionale; in più, però, si prevede l’istituzione di una Scuola di Alta Formazione per la formazione continua del personale scolastico,

So che si è ironizzato su questa nuova Scuola di formazione, soprattutto in ambienti universitari, ma credo che se si riuscisse un giorno a mettere in relazione questa Scuola di Alta formazione con la preparazione dei Dirigenti e delle leadership intermedie di carriera (leadership oggi inesistenti), si potrebbe dare un forte impulso alla qualità del sistema scolastico.

Altri interventi sono previsti per l’Università, i dottorati e le lauree, che diventano abilitanti per alcune professioni, ma qui andiamo oltre il tema che ci eravamo prefissati.

Per ogni tipo di intervento viene previsto un finanziamento, ma perché si possa procedere serviranno provvedimenti di vario tipo, dalle leggi ai regolamenti. Quindi la sinergia tra i vari livelli di governo e una cabina di regia attenta ed efficiente diventano strumenti essenziali per far procedere i lavori e per poter attingere alle fonti di finanziamento.

Ho delineato a grandi linee quanto previsto dal PNRR, senza entrare nei dettagli; alcuni di questi dettagli, in verità, sono quanto meno aleatori, se non fumosi e non so quanto realizzabili (né con quale risultato verificabile).

Ad esempio, quando si parla di “Programmi e iniziative specifiche di mentoring, counseling e orientamento professionale attivo”, si dice che verranno considerati due gruppi target: • 120.000 studenti di età 12-18 anni, per ciascuno dei quali saranno previste sessioni di online mentoring individuale (3h) e di recupero formativo (per 17h ca.) • 350.000 giovani tra i 18-24 anni, per ciascuno dei quali saranno previste circa 10h di mentoring, o interventi consulenziali per favorire il rientro nel circuito formativo.

Sembrano iniziative prese da chi conosce il mondo del lavoro, un po’ meno quello della scuola, e nulla viene detto sulla qualità dell’intervento.

Ma al di là dei provvedimenti spiccioli, cosa manca di importante?

Non si parla dei licei, se non per lo sviluppo della sperimentazione dei licei quadriennali; ma in questo caso bisognerebbe entrare nel merito dei curricoli, perché oggi come oggi, questi licei devono fare in quattro anni le stesse discipline e gli stessi orari che farebbero in cinque; è evidente, invece, che bisognerebbe intervenire sui curricoli, ovvero sulle discipline, sui contenuti e sugli orari, per rendere davvero validi i licei quadriennali, quadriennalità che andrebbe inserita in una più complessiva riforma dei cicli scolastici.

Troppo generico è il riferimento al nuovo reclutamento dei docenti, anche perché è ormai evidente che il concorso nazionale non è lo strumento adatto per individuare i docenti migliori e inserirli laddove ce n’è effettivo bisogno.

Riforma dell’istruzione tecnica e professionale: è indubbiamente uno dei punti deboli del nostro sistema; probabilmente bisognerebbe avere il coraggio di unificare larga parte della formazione tecnica e professionale e valorizzare l’Istruzione e formazione professionale (IeFP) di competenza delle Regioni, anche studiando esperienze già in atto, come quella trentina.

Nel complesso, tanti interventi previsti (chiamati un po’ pomposamente “riforme”) e tanti finanziamenti in cantiere: riusciremo a investire quei denari? E l’investimento, sarà produttivo?

Perché gli interventi sulla scuola siano produttivi, bisogna che siano coinvolgenti; finora, in realtà, non c’è stato coinvolgimento del mondo della scuola; anche questi progetti sembrano calati sulla scuola, per obiettivi almeno in parte esterni alla scuola stessa.

Io spero che questo non determini nuove diffidenze, oltre a quelle che si sono sviluppate in questi mesi di pandemia.

E su questo fronte, il governo ha molto da fare.

PNRR e scuola. Troppo facile bocciarlo, allora cerchiamo di contestualizzarlo ultima modifica: 2021-04-29T19:03:42+02:00 da GIAMPAOLO SBARRA

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