Alexei Navalny. Un ritratto

Per il Cremlino, il principale oppositore politico di Putin è “il nemico interno numero uno”, per il cittadino medio russo quasi un elemento di disturbo, per una parte della società civile russa e dell’opinione pubblica occidentale una sorta di “eroe” che è riuscito ad acquisire un’autorità morale di cui le istituzioni sembrano ormai essere prive, dimostrando a tutti il valore del sacrificio e dell’abnegazione. La sua notorietà, in patria e all’estero, è ormai innegabile.
scritto da ANNALISA BOTTANI
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My life isn’t worth two cents, but I will do everything I can so that the law prevails. [Alexei Navalny, 2 febbraio 2021]

Per il Cremlino Alexei Navalny, principale oppositore politico del presidente Vladimir Putin, è “il nemico interno numero uno”, per il cittadino medio russo quasi un elemento di disturbo, per una parte della società civile russa e dell’opinione pubblica occidentale una sorta di “eroe” che è riuscito ad acquisire un’autorità morale di cui le istituzioni sembrano ormai essere prive, dimostrando a tutti il valore del sacrificio e dell’abnegazione. La sua notorietà, in patria e all’estero, è ormai innegabile.  

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“Estremista” è, purtroppo, un’altra “etichetta” che potrebbe essere usata a breve per definire la sua attività. Il 26 aprile scorso, secondo quanto riportato da Amnesty International, l’ufficio della procura di Mosca ha sospeso, infatti, le attività degli uffici locali della Fondazione Anticorruzione fondata da Navalny stesso, in attesa che un tribunale della capitale (a porte chiuse, poiché gli atti conterrebbero “segreti di stato”) si pronunci sulla richiesta di mettere al bando in quanto “estremiste” tre organizzazioni legate alla sua persona: la Fondazione, la Citizens’ Rights Defense Foundation e quello che gli atti definiscono “il quartier generale di Navalny”.  

Ma, quando parliamo di Navalny, il “coraggio”, per molti analisti e attivisti, è una delle qualità che contraddistingue maggiormente la sua persona. Per la giornalista e saggista Anne Applebaum, Navalny, nel momento in cui ha deciso di tornare a Mosca il 17 gennaio, dopo l’avvelenamento da novičok avvenuto nel mese di agosto e la lunga degenza in un ospedale tedesco, ha trasformato la propria vita in una “metafora”. Tutti lo sapevano – lui, la moglie, coloro che erano a bordo di quell’aereo, milioni di persone che hanno visto le sue inchieste e che hanno partecipato alle tante manifestazioni organizzate in questi anni, i leader politici russi e persino Putin: “Ecco cos’è il coraggio”, questo è il messaggio che stava comunicando a tutti con quel gesto. Ma, soprattutto, in base a quanto dichiarato da Navalny, essendo la Russia “la sua casa”, al rientro a Mosca avrebbe affrontato il controllo passaporti come qualsiasi altro cittadino perché “aveva la coscienza pulita”, un concetto di estrema importanza che rimanda a un ideale dell’intelligencija a lungo accarezzato.  

E il coraggio lo ha dimostrato non solo sopportando, nel corso degli anni, diversi arresti (tra cui l’ultimo, che ha visto una commutazione in due anni e otto mesi di carcere della pena sospesa relativa al caso Yves Rocher per violazione dei termini della libertà vigilata) e violenze contro la sua persona (tra cui, alcuni tentativi di avvelenamento), ma anche attaccando, all’udienza del 2 febbraio (ma anche del 20 febbraio e del 29 aprile), direttamente i giudici e Putin, definito un  “burocrate”, “a small man in a bunker” che passerà alla storia come un avvelenatore, “Vladimir The Underpants Poisoner”. O affrontando, in queste ultime settimane, uno sciopero della fame di 24 giorni indetto a causa dell’impossibilità di avere accesso a cure mediche adeguate, negate per settimane dalla colonia penale in cui si trova ora. Una condizione che, malgrado l’interruzione dello sciopero e il trasferimento in ospedale, potrebbe portarlo alla morte in qualsiasi momento.  

Navalny, paragonato a Nelson Mandela, Lev Trotsky, Andrej Sacharov (erroneamente, secondo alcuni) e proposto quale possibile candidato al premio nobel per la pace da Alexander Etkind, professore all’Eui – European University Institute di Firenze, e da altri illustri accademici, politici e analisti, tra cui anche Lech Walesa, è stato definito un “paradosso” dal professor Ilya Matveev della Russian Presidential Academy of Public Administration di San Pietroburgo. Sapere cosa aspettarsi in caso di una sua ascesa al potere è “una questione aperta”. Allo stesso tempo “le sue opinioni possono essere flessibili, ma crede genuinamente che lo status quo russo sia ingiusto per la maggioranza del Paese. Ha dimostrato di essere disposto ad andare in prigione per questo.” 

Ma chi è davvero Alexei Navalny? E, soprattutto, in cosa crede? 

Classe 1976, sposato con due figli, nato a Butyn, a ovest di Mosca, e cresciuto a Obninsk, a cento chilometri a sud ovest di Mosca, Navalny, avvocato, politico e attivista, è stato definito in molti modi – liberale, libertario, nazionalista, populista, solo per citarne alcuni, ma il suo focus, dal punto di vista politico, è da sempre la lotta alla corruzione. Una convinzione maturata in età giovanile, periodo in cui il suo zelo da “fondamentalista del mercato”, come lui stesso si è definito, nonché da sostenitore del radicale programma di riforme a favore del libero mercato avviato da Yeltsin si è “smussato” dopo aver “incontrato” il mondo business. “Era divenuto ormai ovvio”, ha dichiarato in un’intervista a Konstantin Voronkov, autore di una sua biografia del 2011, “che le sole persone in grado di arricchirsi erano quelle connesse, in un modo o nell’altro, alle autorità.” Queste esperienze hanno posto le basi per lo sviluppo dei valori fondanti della sua attività: l’impegno a favore di un programma economico liberale e una forte avversione per la corruzione, che ha combattuto negli anni, anche grazie alla sua Fondazione, cercando di esporre le élite politiche, tra cui, ad esempio, l’oligarca Alisher Usmanov, Yevgeny Prigozhin, l’ex primo ministro Dmitry Medvedev e, da ultimo, anche il presidente Putin, con l’inchiesta “Putin’s Palace”. 

Il suo obiettivo è sempre stato quello di creare una maggioranza elettorale in Russia e in questi anni ha definito il suo discorso politico, seguendo il mood dell’opinione pubblica, costantemente in fase di evoluzione. Un messaggio che è riuscito a veicolare a tutto il Paese grazie al suo blog e a una massiccia presenza sui social media, minacciati proprio in questi mesi da una crescente censura, e all’impegno costante per garantire una diffusione capillare del suo network in moltissime regioni russe. 

Le sue posizioni politiche e il suo credo sono cambiati nel tempo, elemento che ha provocato notevoli dibattiti sia sulla sua figura sia sulla sua coerenza ideologica. 

Nel corso degli ultimi anni si è spostato notevolmente a sinistra, come dimostra il supporto del suo mentore politico, l’economista Sergei Guriev, ora professore alla Sciences Po di Parigi.   

Il suo impegno nell’esporre la corruzione delle élite del mondo business non rientra nei parametri classici di un programma di sinistra, precisa The Moscow Times, e non comporta un’avversione verso le imprese private. Navalny, ricorda Matveev, è contro la corruzione, ma non contro il sistema capitalista. Distingue i ricchi cattivi da quelli buoni. Lo dimostra il suo brains trust formato da imprenditori, economisti del libero mercato, inclusi i fondatori di ristoranti di successo di Mosca e società di e-commerce. Secondo Sergei Erofeev, professore di sociologia alla Rutgers University, Navalny è “un nazionalista civico”, ingiustamente ritratto come un “nazionalista etnico” dalla macchina della propaganda del Cremlino. Il suo obiettivo, per Erofeev, è quello di istituire uno “stato-nazione in una Russia moderna con istituzioni democratiche ben definite”. E, sottolinea la giornalista e saggista Masha Gessen, ciò che Navalny sta cercando di immaginare è “un’identità nazionale russa post imperiale”, mentre il brand nazionalista di Putin è fondato sulla nostalgia per l’impero sovietico.  

Ma alla sua vocazione politica si è affiancata, di recente, anche quella religiosa. Un elemento nuovo nel suo sistema valoriale di cui l’ateismo era parte integrante. Citando la Bibbia nel suo discorso finale durante l’udienza del 20 febbraio è entrato a far parte, secondo l’esperto del Carnegie Moscow Center Alexander Baunov, anche della cerchia dei dissidenti religiosi russi. “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati” [Matteo 5:6], ecco la citazione che ha confermato la sua decisione di diventare religioso e che ha sorpreso molti suoi seguaci, tra cui rientra sicuramente la gioventù progressista. Ma non si tratta solo di un mezzo per attirare gli elettori meno giovani e più tradizionalisti. Non dobbiamo dimenticare che sono due i pilastri ideologici dello stato russo: da una parte, la vittoria sovietica riportata nella Seconda Guerra Mondiale che rappresenta una sorta di religione civica; dall’altra, i valori “tradizionali” che lo stato presenta come cristiani. In Russia chi si oppone all’onnipotenza dello stato ha l’abitudine di fare ricorso ai testi e ai valori cristiani, incluse le “beatitudini” del Discorso della Montagna citato da Navalny. Una tradizione che deriva dalle persecuzioni religiose del regime comunista: a differenza dell’Occidente, infatti, la “religione è in un certo modo associata alla libertà”. Citando la Bibbia, si è, dunque, ricollegato alla tradizione dell’intelligencija russa abituata a usare i vangeli per opporsi all’autocrazia, sulle orme degli scrittori sovietici perseguitati come Aleksandr Solženicyn e Iosif Brodskij.

Sempre ironico e arguto, nei suoi discorsi si alternano riferimenti pop e citazioni colte: dalla serie animata cosmic horror “Rick and Morty” a Solženicyn, da Harry Potter (con Putin nel ruolo di Lord Voldemort) alla tradizione letteraria russa, solo per citare alcuni esempi. 

Nel suo sistema valoriale non mancano poi i concetti di “felicità”, come ha dichiarato il 20 febbraio – “Abbiamo tutto, ma siamo comunque un Paese infelice. Propongo di cambiare lo slogan: la Russia dovrebbe non solo essere libera, ma anche felice. La Russia sarà felice!” – e di “amore”. Il giorno di San Valentino di quest’anno, è stato organizzato un flash mob a sostegno della moglie di Navalny, Yulia, e di tante donne incarcerate durante le proteste, il cui slogan era proprio “L’amore è più forte della paura”. Un concetto ribadito anche su Twitter da Leonid Volkov, chief of staff di Navalny: “Putin è paura. Navalny è amore. Ecco perché vinceremo.” 

E se parliamo di Navalny (e, dunque, di amore), non possiamo non ricordare la sua famiglia, divenuta ormai parte attiva in questa fase: la moglie è una figura chiave, la “first lady” del movimento di opposizione: non solo ha supportato il marito nel corso di tutti questi anni, subendo arresti e un tentativo di avvelenamento, ma ha fatto il possibile per salvarlo ad agosto, informando i giornalisti sulle condizioni del marito durante le conferenze stampa,  rivolgendosi a Putin per richiedere il suo trasferimento e incitando i manifestanti a non avere paura e a lottare dopo il suo arresto. “Voi scrivete che sono forte. Non sono forte, sono normale”, ha dichiarato, rivolgendosi a milioni di follower su Instagram. “Non vi è motivo di ritirarsi e avere paura. Vinceremo comunque.” Adesso che il leader è in prigione, sono in molti a richiedere un suo impegno politico attivo, in qualità di leader, malgrado le smentite dei membri della Fondazione. Anche la figlia, Dasha, giovane studentessa universitaria a Stanford, si è rivolta in queste ultime settimane alle autorità richiedendo assistenza medica per il padre. “Consentite a un dottore di visitare mio padre”, ha scritto su Twitter. E il 7-8 giugno interverrà anche al Geneva Summit for Human Rights and Democracy. 

Prima di vedere nel dettaglio quali sono le proposte alla base della piattaforma politica “La Bella Russia del Futuro”, elaborata prima del suo arresto (un nome ideato nel 2018 in occasione della campagna per le elezioni presidenziali), non dobbiamo dimenticare, come indicato anche da Leonid Volkov in un’intervista rilasciata a La Repubblica il 25 aprile scorso, che non possono registrare un partito (anche l’ultimo tentativo non è andato a buon fine) né partecipare alle elezioni nazionali alla Duma o a quelle locali. Secondo Volkov, “tutti i sondaggi ci attribuiscono un consenso nazionale intorno al 20%, facendo di noi la seconda forza politica del Paese dopo il partito di Putin, Russia Unita.”  

Le proposte concrete sono state illustrate da Navalny stesso in un’intervista rilasciata a Il Grand Continent sempre prima del suo arresto. Un programma estremamente ricco in cui rientrano, ad esempio, un pieno accesso all’istruzione; il rilascio immediato di tutti i prigionieri politici; una riforma dell’attuale sistema federale che consenta di “governare le regioni in modo differenziato”, garantendo loro maggior indipendenza; una ridistribuzione di fondi e autorità alle città che devono competere tra loro (non le regioni, dunque) “in modo che il potere sia a livello locale, proteggendo così dal separatismo”; una repubblica parlamentare “in cui i partiti che sono arrivati al potere formano il governo e approvano le leggi che dettano le nostre vite”. Non mancano ovviamente le proposte legate alle misure anticorruzione (tra cui il rispetto dell’articolo 20 della Convenzione delle Nazioni Unite) e alla riforma del sistema giudiziario; l’introduzione di un salario minimo; la deregolamentazione delle imprese; una piena deburocratizzazione; un’esenzione fiscale completa per le piccole imprese e gli imprenditori autonomi e l’attuazione di un “sistema semplice per rimediare ai risultati dei prestiti per azioni e di tutte queste privatizzazioni su larga scala”, facendo pagare a coloro che hanno beneficiato di tali pratiche una “tassa significativa”.  

Nella sua “Bella Russia del Ruturo” aveva ipotizzato un cambiamento rapido dello status quo: un range di dieci anni, ossia due cicli elettorali in base alle nuove riforme, a seguito del consolidamento di una magistratura indipendente e dell’acquisizione dei diritti elettorali, per avviare una radicale trasformazione del Paese, dopo aver ridotto a quattro anni il mandato del presidente e della Duma. Anche sulla questione nazionale non sembrano esservi contrasti.

Non vedo alcun problema nel fatto che una gran parte della popolazione non voglia identificarsi come Rossiyanin [cittadino dello Stato russo] e preferisca la sua identità di Russkiy [appartenente all’etnia russa, termine apprezzato maggiormente da Navalny rispetto al precedente]. Daghestani, russi etnici e tutti gli altri gruppi partecipano alla diversità della società. Non c’è bisogno di appianare questa diversità, in alcun modo.

Dunque, perché le polemiche sulle sue posizioni?

Perché nel corso degli anni, come si accennava in precedenza, Navalny ha abbracciato diverse posizioni ideologiche, per le quali, solo in certi casi, si è scusato. Peraltro, alcuni suoi discorsi nazionalisti del passato gli sono costati anche la revoca dello status di “prigioniero di coscienza” da parte di Amnesty International. Una decisione considerata molto discutibile dall’opinione pubblica in quanto basata su presunte lamentele espresse da persone dell’entourage mediatico governativo russo. 

Per capire le tappe del suo percorso politico dobbiamo ricordare che la creazione di un’alleanza antigovernativa è sempre stata il focus centrale della sua azione. Lo dimostra la sua evoluzione dall’adesione nel 1999 al Partito liberale, europeista e di centro-sinistra Yabloko. Nel 2003 il partito subì una significativa débacle alle elezioni alla Duma, elemento che lo portò, in una fase successiva, a cercare di sperimentare nuovi modi per valorizzare l’appeal politico dell’opposizione. E secondo Matveev, fu allora che si rese conto che “il liberalismo tradizionale non era sufficiente per fare appello alla maggioranza dei cittadini”. E, dunque, più tardi decise di abbracciare le politiche nazionaliste antimmigrazione, siglando un’alleanza con i nazionalisti che agli occhi di molti oppositori, secondo quanto riportato da Alexander Baunov, sembrava il modo migliore per costruire una coalizione contro il Cremlino. Negli anni Duemila la Russia stava assistendo a un massiccio afflusso di migranti dall’Asia Centrale e dal Caucaso, senza dimenticare gli attacchi terroristici di matrice islamista collegati alle guerre in Cecenia. Nei sondaggi “Russia for the Russians”, lo slogan dell’estrema destra russa, ormai stava prendendo piede. Nel 2006 Navalny chiese anche di poter partecipare alla Russian March, che raduna ultranazionalisti, tra cui anche neonazisti. Un gesto che è stato contestato aspramente a Navalny.

Secondo quanto riportato da Masha Gessen, l’oppositore fu persuaso proprio dalla giornalista Yevgenia Albats, di fede ebraica, a partecipare a questa manifestazione. Albats aveva iniziato a organizzare riunioni con giovani attivisti nel suo appartamento di Mosca. Tra questi vi era proprio Navalny, che, a differenza degli altri, non aveva frequentato scuole di prestigio. Nel periodo in cui si sono frequentati, Albats ha notato che Navalny, da autodidatta, aveva imparato a parlare in pubblico e a divenire un politico. E così, anni prima, aveva imparato, sempre da solo, l’inglese.   

Anni dopo, nel 2015, nel corso di una serie di conversazioni con l’ex dissidente e il giornalista polacco Adam Michnik, Navalny cercò di spiegare i motivi della sua partecipazione alla Marcia, affermando di aver preso parte a quell’evento per poter avviare un dialogo con i nazionalisti al fine di educarli e di evitare una radicalizzazione delle loro idee. Secondo Volkov, “se parli con loro, potresti convincerli che il vero nemico è Putin”. Molti nazionalisti russi, secondo Navalny, non hanno “una chiara ideologia. Percepiscono un senso di generale ingiustizia cui rispondono aggredendo persone dal colore della pelle o dalla forma degli occhi diversi”. Secondo Navalny, è importante spiegare loro che “picchiare gli immigrati non è la soluzione al problema dell’immigrazione illegale; la soluzione è il ritorno a elezioni competitive che ci consentirebbero di liberarci dei ladri e dei corrotti che si stanno arricchendo grazie all’immigrazione illegale.”

Nel 2007, dopo aver lasciato Yabloko (secondo altre fonti, fu espulso per aver partecipato alla manifestazione moscovita ultranazionalista), fondò il movimento NAROD (“People” – National Russian Liberation Movement). Di quella fase sono tristemente noti i video postati da Navalny a favore del diritto alla detenzione di armi, di cui è ancora convinto, e della deportazione degli immigrati dalla Russia, paragonati a mosche o scarafaggi. Un video, quest’ultimo, di cui si è pentito, ma che non ha cancellato da YouTube in quanto “historical fact”. 

Sempre in quel periodo abbracciò una politica esterna espansionista aggressiva, sostenendo l’annessione delle regioni filorusse della Moldavia e della Georgia – dichiarazione (quella sulla Georgia) per la quale poi si scusò – e l’integrazione della Bielorussia e dell’Ucraina con la Russia. 

Nel 2008, da blogger, ha iniziato la sua lotta alla corruzione e agli inizi del 2010 Navalny si è distaccato dal nazionalismo. Quando si candidò per diventare sindaco di Mosca (contro Sergey Sobyanin, che poi vinse le elezioni), il tema dell’immigrazione illegale era il focus della campagna, ma senza le connotazioni razziste precedenti. Sul tema dell’immigrazione negli anni successivi ha fornito alcune precisazioni, dichiarando di essere a favore di un regime di visti per i Paesi dell’Asia centrale, enfatizzando, tuttavia, il bisogno di proteggere i diritti dei lavoratori migranti. 

Una nuova svolta arrivò nel 2014 con l’annessione della Crimea, tema su cui vi fu un forte dibattito in quanto Navalny, seppur convinto dell’illegalità del gesto, ritiene che la Crimea non debba essere “riconsegnata” all’Ucraina da un governo post Putin in quanto non parliamo di “un sandwich” da restituire.   

Negli anni successivi la sua posizione ideologica si “normalizzò” e nel suo manifesto per le elezioni presidenziali del 2018 (cui non poteva partecipare) non erano più presenti le posizioni radicali del passato, anche perché, secondo Baunov, “dopo la fine del boom petrolifero, l’immigrazione diminuì e perse importanza come criticità. Per Navalny aveva senso allontanarsi dal nazionalismo.” Ora l’attenzione si era spostata sui temi economici, sulla disuguaglianza, sul gap crescente tra classi abbienti e meno abbienti e sulla corruzione. 

Secondo Gessen, l’ombra che ancora aleggia sulla figura di Navalny è legata alla sua decisione di adottare nuove posizioni senza condannare quelle precedenti, lasciando, dunque, il sospetto di etnonazionalismo. Pur essendosi scusato per alcune dichiarazioni, non ha mai preso realmente le distanze dal passato, come ha confermato nel corso di un’intervista rilasciata a Der Spiegel verso la fine del 2020.

Qual è ora la realtà di Navalny, condannato al silenzio in una struttura carceraria ove potrebbe perdere la vita da un momento all’altro? 

L’opposizione, anche in vista delle elezioni alla Duma in programma a settembre, si trova ad affrontare un’ondata di repressione senza precedenti, tra arresti di manifestanti (circa duemila persone sono state incarcerate a seguito delle proteste del 21 aprile), giornalisti, attivisti e collaboratori di Navalny. E la tipologia di repressione di massa messa in atto sta cambiando, anche grazie ai sistemi di riconoscimento facciale, portando a un conseguente aumento degli abusi, come ha sottolineato Steve Rosenberg della BBC: le forze dell’ordine non arrestano i manifestanti solo durante le manifestazioni, ma si recano anche nelle loro abitazioni, come avveniva ai tempi di Stalin quando le auto (“black crows”) arrivavano di notte per arrestare le persone. 

Anche la possibilità che le tre organizzazioni legate a Navalny possano essere bollate come “estremiste” (al pari di Al-Qaeda, ad esempio) è indicativa della volontà disperata di Putin di contenere la volontà di cambiamento espressa dai seguaci di Navalny e da altri cittadini. 

L’accusa rivolta al movimento di Navalny? Quella di destabilizzare il Paese e alterare i fondamenti dell’ordine costituzionale. 

Questa decisione non solo criminalizzerebbe milioni di supporter più o meno attivi di Navalny, ma minaccerebbe anche i diritti fondamentali dei cittadini russi. E la repressione di massa e l’isolamento dal resto del mondo, secondo Leonid Ragozin, non fanno parte del contratto sociale informale tra Putin e la popolazione. In un sondaggio del Levada Center di marzo è emerso che la percentuale di persone che temono la repressione di massa è cresciuta dal 17 per cento del 2008 al 52 per cento di oggi. 

Ma l’opposizione non deve affrontare solo questo problema: a differenza del 1917 o del 1991, non è in grado di proporre un’idea forte, un sogno. Navalny ha costruito il suo movimento sugli slogan anticorruzione e sicuramente le sue inchieste, come “Putin’s Palace”, ad esempio, hanno avuto un impatto significativo sull’opinione pubblica, portando molte persone a protestare in piazza. Ma non parliamo di numeri sufficienti a determinare l’inizio di una rivoluzione o cambiamenti significativi. Bisogna tener conto, sottolinea sempre Ragozin, che sicuramente la corruzione è presente ai livelli alti, ma i cittadini non la sperimentano nella vita quotidiana. La “Bella Russia del Futuro” è priva di un profilo specifico, secondo Ragozin, soprattutto geopolitico, in quanto l’opposizione non sembra essere in grado di proporre un progetto concreto in grado di favorire una vera e propria integrazione con l’Europa. Boris Nemtsov aveva inserito nella sua agenda politica questa tematica, ma la diffusa russofobia e la scarsa conoscenza della realtà sociale e geografica russa è e sarà un ostacolo insormontabile almeno fino agli ultimi giorni della generazione della Guerra Fredda. 

Sempre secondo Ragozin, le scelte politiche dei cittadini russi derivano prevalentemente dalle esperienze vissute dopo il collasso dell’Unione Sovietica. Ragionando su queste basi, per loro una rivoluzione antiputiniana di successo potrà, verosimilmente, portare solo a un nuovo ciclo di miserie. Questo, insieme al fallimento della rivoluzione ucraina di Maidan, che non ha portato allo smantellamento dello stato oligarchico mafioso, è un potente antideterrente contro una rivolta antiputiniana. Come sottolineato anche dall’analista Andrei Kolesnikov del Carnegie Moscow Center, il cittadino russo medio, anche se scontento della situazione attuale, non è ancora preparato, salvo casi eccezionali, a supportare l’opposizione o unirsi alle fila di coloro che sono orientati alla modernizzazione. Navalny sta spingendo i conformisti a uscire dalla loro comfort zone, condizione che non gradiscono in quanto completamente impreparati a entrare a far parte della società civile. La maggioranza passiva, malgrado le prove della corruzione mostrate in questi anni da Navalny, preferisce non essere a conoscenza di informazioni compromettenti sul proprio Paese. Ricordiamo che, secondo un sondaggio del Levada Center, il 48 per cento ritiene che la sentenza di Navalny sia giusta, mentre solo il 29 per cento è di parere opposto, in un Paese che, per oltre il 50 per cento disapprova la sua attività (solo il 20 per cento circa approva). 

Se la corte dovesse decidere, come, purtroppo, previsto, di etichettare le organizzazioni di Navalny come “estremiste”, allora si verificherebbe una totale estromissione dell’opposizione dalla vita politica del Paese. 

Secondo Amnesty International, “la legge russa prevede che a seguito della sentenza di un tribunale, le attività del gruppo giudicato ‘estremista’ siano vietate e i loro beni posti sotto sequestro. L’appartenenza a un tale gruppo è punita con una pena massima di 12 anni di carcere, mentre il finanziamento può portare a una condanna a dieci anni. Chi usa simboli e loghi rischia di non potersi candidare per un anno a cariche elettive. Coloro che hanno effettuato donazioni, anche prima della sentenza di ‘estremismo’, possono subire sanzioni penali.” 

Dopo la sospensione delle attività decise dall’ufficio della procura il 26 aprile e l’imposizione di restrizioni all’organizzazione disposta il 27 dal tribunale, in attesa della sentenza, il 29 aprile Leonid Volkov ha annunciato lo smantellamento del network regionale di uffici, anche se la maggior parte di questi, sempre secondo quanto dichiarato da Volkov stesso, si trasformerà in gruppi sociali e politici indipendenti che opereranno con i propri mezzi, senza un sistema di finanziamento centralizzato. Il 29 aprile Navalny, Volkov e Ivan Zhdanov, direttore della Fondazione, sono stati anche accusati dalle autorità di aver creato un’organizzazione che viola le libertà e i diritti dei cittadini. Un reato punibile fino a quattro anni di carcere.   

Il team Navalny ha, comunque, annunciato di non volersi arrendere e molti attivisti hanno dichiarato di essere disposti a continuare l’attività anche a titolo personale, ma a quale prezzo? 

In questo nuovo scenario il percorso del movimento d’opposizione sarà estremamente arduo. Intanto la vita di Navalny, che rischia di divenire “un eroe dimenticato” in assenza di un piano strategico ben definito o, nella peggiore delle ipotesi, un “martire”, continua a essere appesa a un filo, costantemente in balia dei suoi carcerieri e della volontà del Cremlino. 

Ultimo aggiornamento: 29 aprile 2021 

Alexei Navalny. Un ritratto ultima modifica: 2021-04-30T18:00:12+02:00 da ANNALISA BOTTANI

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