“Fare forcole è come scrivere poesie”. Pietro, artigiano e poeta

Da quattordici anni lavora il legno, lo scolpisce, lo plasma e accarezza nella bottega veneziana del Maestro Saverio Pastor.
BARBARA MARENGO
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Non sono molti i giovani veneziani di nascita a poter affermare di lavorare con soddisfazione a Venezia in settori che non siano legati a ristorazione, turismo o commercio: i trenta-quarantenni sono quasi tutti emigrati in altre città italiane o all’estero e anche per questo Venezia soffre di una crisi legata alla mancanza di residenti attivi. Uno di quelli che è rimasto a lavorare in città, anche se vive in terraferma per conciliare esigenze familiari, è Pietro Meneghini, artigiano erede degli squeraroli e dei carpentieri. Nato e cresciuto attorno alle mura dell’Arsenale, fin da piccolo ha respirato aria di barche, di remi, di forcole. E a 14 anni inizia ad avere una barca di legno, una “topetta” sulla quale si esercita ed esegue i suoi primi lavori di carpenteria.

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Perché vi parlo di Pietro? Un uomo normale, con una vita normale, una compagna (che fa il medico a Padova, ecco la scelta di vivere di là dal ponte), un figlio di due anni e un lavoro che l’appassiona: un ragazzo fortunato che ha potuto conciliare il fatto di continuare a vivere dov’è nato e di esercitare un lavoro che ha scelto e che ama (anche se le gratificazioni economiche non sono esaltanti). Rara avis, un trentaseienne che ha studiato come carpentiere dopo aver frequentato il liceo classico Foscarini (con non grande entusiasmo) e aver poi scelto un corso della Confartigianato per la costruzione di barche di legno (questo sì, con grande entusiasmo). Dopo questo corso professionale di avviamento al lavoro, il Maestro di tutti i maestri Saverio Pastor lo prende nelle sua bottega, prima vicino a San Martino e poi a Dorsoduro in fondamenta Soranzo. Qui tra forcole e remi Pietro da quattordici anni lavora il legno, lo scolpisce, lo plasma e accarezza per dare forma a quelle strane sculture che a chi non è veneziano sembrano le forcole.

Forcole per tutti i tipi di barche, e anche remi, e poi anche boma e antenelle per la voga al terzo: quanti giorni di lavoro ci vogliono per una forcola? Quattro giorni per una forcola da gondola, lavorando in mezzo a polvere e vernici, legni diversi da scegliere con antica arte. Legni duri come melo, noce, ciliegio, pero, per le forcole sottoposte alla pesante spinta del remo, alla forza delle braccia, all’attrito dell’acqua, legni che arrivano dal Friuli e dalla Macedonia, mentre quelli per costruire i remi arrivano dall’Indonesia (“ramino”) anche se ora sono sempre più rari. E le migliaia di alberi caduti in montagna dopo la devastante tempesta Vaia del 2018? Chiedo con una certa apprensione: non vanno bene per le barche, il legno è troppo tenero.

La pandemia e la conseguente crisi dell’ultimo anno e mezzo ha penalizzato anche l’antica bottega di Saverio Pastor, visto che le gondole ferme come tutte le altre barche veneziane non hanno più offerto occasione di lavoro. 

Tra sinuose curve delle forcole e lineari lunghezze dei remi, Pietro ama scrivere: in realtà afferma che “fare forcole è come scrivere, io riconosco quelle fatte dai colleghi, come riconoscerei la loro scrittura”. Scrive poesie da veneziano che osserva “fondamenta sferzate dal vento”, “ieratici leoni dalle chiome di pietra”, “una boa strappata dai marosi”. Affianca all’afflato poetico un impegno nella voga e nelle regate, visto che ha vinto la Regata Storica delle caorline con un compagno di remo, ed è stato uno dei protagonisti della regata di Burano sospesa tra le polemiche per la riammissione in dirittura d’arrivo di un concorrente squalificato. Beghe molto veneziane, queste liti sulle qualificazioni alle regate, che Pietro vive appunto da indigeno, tanto ci sono sempre state e sempre ci saranno, fa parte del gioco.

Il nostro conosce l’ambiente lagunare cosi fragile e lo ama, non è molto ottimista sul futuro della città, non attenta secondo lui alle esigenze dei (pochi) residenti resistenti, con sempre meno negozi e servizi. Osserva che lo spopolamento della città continua inesorabile e si aggrava con la pandemia e la totale assenza dei (troppi e mal governati) turisti, le case vengono acquistate da stranieri (molti francesi e “foresti” italiani con seconda casa, proprio accanto alla bottega di Dorsoduro), i veneziani hanno perso smalto e spirito d’iniziativa, forse troppo anziani per “combater”.

Oggi che è di gran voga l’espressione “cambio di passo”, (e se il passo veneziano, di per sé veloce, fosse tale anche nelle azioni pro civitate nostra?) ecco snocciolate una serie di necessità per una Venezia viva: oltre a botteghe (pistor e pestrin, biavarol e luganegher – panettiere e lattaio, alimentarista e salumiere) nuove professionalità, progetti, prospettive, innovazioni, spazi per la ricerca e incentivi per i giovani a tornare, case, possibilità di aprire centri per alti studi sul clima e sull’ambiente (lagunare in testa), sfruttando spazi esistenti e sottoutilizzati come l’Arsenale, luogo storicamente preposto all’innovazione tecnologica da oltre mille anni. “Non è facile vivere a Venezia”, dice Pietro, e la frase non è banale se si fa un confronto con la frenesia della vita al di là del ponte, che in città è molto difficile da applicare. 

Lui però continua a vogare, porta il suo piccolo in barca a fare merenda al Ghetto, è al remo alle cinque di mattina nel canale della Giudecca e lavora in bottega con la sensibilità del veneziano, un po’ esule e un po’ fiero del suo appartenere a questa meraviglia di città. 

“Fare forcole è come scrivere poesie”. Pietro, artigiano e poeta ultima modifica: 2021-04-30T16:48:20+02:00 da BARBARA MARENGO

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