Venti di guerra nello Stretto di Taiwan

Lo scontro tra USA e Cina su Taiwan si verificherà tra tredici anni, con conseguenze disastrose. Questo sostiene un libro di successo. Ma non è fantapolitica.
scritto da BENIAMINO NATALE
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Secondo l’ex-militare Elliot Ackerman e l’ammiraglio James Stavridis, autori del libro 2034: un racconto della prossima guerra mondiale, lo scontro tra USA e Cina su Taiwan si verificherà tra tredici anni, con conseguenze disastrose: i due giganti saranno protagonisti di uno scambio nucleare ”tattico”, con la morte di decine di milioni di persone e la distruzione totale di alcune città di entrambi i paesi, tra cui Shanghai. Philip Davidson, ammiraglio anche lui e grado più alto dell’attuale schieramento militare americano nell’Asia-Pacifico (o, come si dice spesso da qualche tempo, Indo-Pacifico, per sottolineare l’importanza dell’India nella regione), un attacco di Pechino contro l’isola di fatto indipendente potrebbe avvenire prima, entro i prossimi sei anni. 

Queste tesi, che sono condivise da tutti o quasi gli esperti di problemi militari e da tutti o quasi gli osservatori politici, sono state fatte proprie anche dal prestigioso settimanale britannico The Economist, che recentemente ha definito il Mar della Cina Meridionale “il posto più pericoloso del mondo”.

In un discorso tenuto lo scorso gennaio, il presidente, segretario del Partito comunista e capo supremo delle forze armate cinesi Xi Jinping ha invitato i taiwanesi ad accettare il fatto che l’isola “deve essere riunita alla madrepatria, e lo sarà”. Xi ha aggiunto che “l’indipendenza (se dichiarata formalmente) non porterà altro che tempi duri”. In marzo ha ribadito il concetto, affermando che “tutte le azioni e i trucchi volti a dividere la Cina sono destinati al fallimento e vanno incontro alla condanna del popolo e alla punizione della storia”.

Le affermazioni di Xi non si discostano da quelle che abitualmente, a partire dagli anni Quaranta del secolo scorso, i dirigenti comunisti hanno fatto sul problema dell’isola. Le parole di Xi sono state accompagnate dai fatti: gli sconfinamenti di aerei dell’aviazione militare cinese nello spazio aereo di Taiwan si sono moltiplicati e, da fatti eccezionali, si sono trasformati in avvenimenti quotidiani.

Le opinioni sulla concretezza della minaccia cinese sono molte e spesso divergenti. Vediamo una serie di fatti che si sono verificati negli ultimi anni e intensificati nei primi mesi dell’anno in corso. Primo: almeno stando alle denunce dei taiwanesi, come l’ex-militare ora commentatore James Huang, Pechino punta soprattutto sulla “guerra cibernetica” e sulla pressione psicologica per sottomettere Taiwan e ha intensificato l’uso di queste armi. Secondo: non solo la Cina e gli USA ma anche potenze europee come la Francia e la Germania stanno rafforzando la loro presenza nella zona. Terzo: alcune medie potenze regionali, come il Vietnam, le Filippine, la Malaysia e l’Indonesia si dichiarano pronte a resistere alle pressioni cinesi. 

La risposta del presidente americano Joe Biden è arrivata rapidamente: da quando è alla Casa Bianca i contatti a tutti i livelli tra rappresentanti degli USA e di Taiwan si sono fortemente intensificati. Il messaggio è chiaro: anche gli USA hanno una “linea rossa” e la Cina deve fare attenzione a non superarla, se non vuole uno scontro nel Pacifico.

Molti osservatori, tra cui i dirigenti cinesi, sono probabilmente stati colti di sorpresa dall’atteggiamento di Biden, che a torto pensavano sarebbe stato più “morbido” del suo predecessore Donald Trump con la Cina. Questo deriva da una percezione erronea secondo la quale negli USA i democratici sono più “deboli” in politica estera dei “duri” repubblicani. Tutta la storia contemporanea – dall’alleanza strategica con la Cina in funzione antisovietica promossa dai repubblicani Richard Nixon ed Henry Kissinger, all’escalation in Vietnam lanciata dai democratici John Fitzgerald Kennedy e Lyndon Johnson – contraddice questa visione, che comunque rimane dura a morire. Questo non vuol dire che le visioni di Trump e di Biden non siano diverse: mentre “the Donald” puntava soprattutto su una guerra commerciale – che solo negli ultimi mesi della sua presidenza si è allargata ad altri terreni – lo “zio Joe” ha parlato di uno scontro a lungo termine per la supremazia tecnologica e di una serrata competizione ideologica delle democrazie contro i regimi autoritari. Biden vuol riaffermare, dopo la parentesi trumpiana, che i sistemi democratici rimangono superiori in tutti i campi a quelli dittatoriali. Cina e Russia stanno cercando di affermare il contrario e hanno trovato una sponda nei partiti populisti e sovranisti che sono spuntati in molti paesi europei e negli USA.

Un fatto che preoccupa Pechino è che sotto l’attuale presidente Tsai Ing-wen Taiwan ha assunto un peso internazionale che non aveva mai avuto, pur essendo un attore importante nell’economia globale. A questo hanno contribuito sia l’efficiente risposta alla pandemia di Covid-19 – che ha fatto di Taiwan un esempio da seguire, al contrario della Cina – e la crisi di Hong Kong, che ha annullato le speranze che la Speciale regione amministrativa potesse continuare nel suo cammino verso la piena democrazia: la formula “un paese, due sistemi” (quello autoritario in Cina, quello semi-democratico a Hong Kong) era stata escogitata dal leader cinese Deng Xiaoping proprio per sedurre Taiwan e portarla alla “riunificazione” volontaria con la ‘’madrepatria”. 

Gli USA stanno rientrando in gioco con tutta la loro potenza, a Taiwan i politici contrari alla “riunificazione” hanno consensi crescenti e alla stesso tempo si sono dimostrati credibili a livello internazionale. Il gruppo dirigente cinese potrebbe essere indotto a pensare che la finestra storica per la “riunificazione” si stia chiudendo e che Pechino debba giocarsi il tutto per tutto prima che questo diventi realtà.

Un portavoce del governo cinese replica alle affermazioni del dipartimento di stato americano sulle attività di ”pressione e coercizione” delle forze cinesi nello Stretto di Taiwan.

Metto le virgolette a “riunificazione” a ragion veduta. La storia dei rapporti tra Pechino e l’isola è infatti complessa e soggetta a diverse interpretazioni. Alcune sezioni dell’isola furono occupate dalla dinastia cinese dei Qing nel 1684, mentre vaste parti, con una forte presenza di popolazione nativa, furono lasciate sotto i potentati locali. Taiwan non fu mai ritenuta “importante” dalla dinastia che, sconfitta nella guerra del 1895, la cedette ai nemici giapponesi. Dopo la Seconda guerra mondiale, dalla quale il Giappone uscì in ginocchio dopo aver subito il primo – e finora ultimo – attacco nucleare della storia, l’isola tornò sotto la sovranità della Cina, allora governata dal Kuomintang, il partito nazionalista guidato dal “generalissimo” Chiang Kai-shek. Erroneamente si dice spesso che quando nel 1949 fu sconfitto dal Partito comunista il Kuomintang “si rifugiò” a Taiwan, come se l’isola non fosse altro che una delle provincie della Cina. In realtà, il Kuomintang aveva occupato l’isola nel 1947, sottomettendo la ribelle popolazione locale – composta in parte da “cinesi” i cui antenati erano emigrati nell’isola dalla provincia costiera del Fujian – con la forza.

A Taiwan si indica con la data del 28 febbraio del 1947 – il “228” nel gergo politico locale – la drammatica conquista dell’isola da parte dell’esercito nazionalista. Quel giorno esplose per un banale incidente la protesta popolare contro quella che era considerata un’invasione straniera e si scatenò la repressione del “generalissimo”.

USS John S. McCain

La conquista di Taiwan manu militari portò migliaia di persone alla morte e molte di più in galera, provocò l’annientamento fisico della classe dirigente locale e segnò l’inizio di un feroce regime dittatoriale che durò fino agli anni Ottanta del secolo scorso. Il processo fu completato nel 1996, con le prime elezioni presidenziali libere, che segnarono l’inizio del dualismo tra il Kuomintang – che si ritiene il governo “legittimo” di tutta la Cina, in una posizione speculare a quella dei comunisti di Pechino – e il Democratic Progressive Party o DPP, quello di Tsai Ing-wen, favorevole al mantenimento dell’ambiguo status quo ma che ha come orizzonte quello dell’indipendenza totale. 

Negli anni Ottanta, mentre Taiwan s’avviava alla democrazia e Deng Xiaoping lanciava in Cina le riforme aprendo il paese al resto del mondo e mettendo fine agli eccessi del maoismo, le relazioni tra “le due sponde dello Stretto di Taiwan” migliorarono in modo sensibile. Centinaia di migliaia di taiwanesi si spostarono in Cina – tanto che nella metropoli di Shanghai viveva almeno un milione di taiwanesi – per sfruttare il nuovo corso dell’economia. Nella Cina continentale i taiwanesi erano ben accolti: avevano le “abilità” che mancavano nella classe media cinese, messa in ginocchio dalla Rivoluzione Culturale, per gestire gli investimenti stranieri, che affluivano in risposta agli appelli di Deng grazie anche al miraggio dell’enorme mercato che si sarebbe sviluppato in Cina. Taiwanesi (e hongkonghesi) ebbero un ruolo di primo piano nel fare della Cina comunista la “fabbrica del mondo”. Ancora oggi le economie delle due sponde dello Stretto sono fortemente integrate ed entrambe subirebbero un duro colpo in caso di rottura dei legami che si sono creati in questi decenni.

Super Hornet fighter jet (Australian Air Force photo)

Abbiamo detto più sopra che, fino agli anni Quaranta del XX secolo, i nazionalisti e i comunisti non hanno parlato di “riunificazione”. Sentite cosa diceva Mao Zedong a Edgard Snow nel 1936:

…la Manciuria deve essere riconquistata. Noi comunque non includiamo (nei territori della Cina che devono essere recuperati) la Corea, che è stata una colonia cinese, e se i coreani vogliono liberarsi dalle catene dell’imperialismo giapponese li aiuteremo nella loro lotta per l’indipendenza… la stessa cosa si applica a Taiwan…

L’ inclusione dell’isola nel “sacro territorio della patria” verrà solo più tardi, sia per il Kuomintang sia per il Partito comunista. I nazionalisti, che avevano vissuto la tremenda esperienza del colonialismo giapponese, fecero dell’”integrità” del territorio cinese uno dei punti cardine della loro identità politica. Taiwan era dunque allo stesso tempo una “parte della patria” e un cuscinetto che avrebbe protetto la nuova Cina repubblicana da un nuovo attacco giapponese. Allo stesso modo il Tibet – che fu conquistato dall’Esercito popolare nel 1949 con una guerra contro l’esercito tibetano dei Dalai Lama – era una protezione contro eventuali attacchi dell’India, e lo Xinjiang, nel Nordovest, lo era da possibili mire dei paesi dell’Asia Centrale e della Turchia. La Cina di Chiang Kai-shek, più tardi diventata quella di Mao Zedong, nasce insicura e decisa a difendersi a tutti i costi dalle possibili mire di altre potenze. Da qui l’aggressività verso il Tibet, il Xinjiang e la Mongolia e la rivendicazione della sovranità su Taiwan. La pretesa di controllare tutto il Mar della Cina Meridionale contro gli interessi di tutti gli altri paesi costieri ha la stessa radice, alla quale si aggiungono evidenti considerazioni militari e commerciali.

Tamburi di guerra nei titoli dei media australiani

Vinta dagli alleati la Seconda guerra mondiale, le rivendicazioni dei nazionalisti cinesi furono fatte proprie dalla comunità internazionale, allo stesso modo nel quale furono riconosciute le rivendicazioni degli USA sull’Europa Occidentale e quelle dell’Unione Sovietica sull’Europa Orientale. Su queste basi è nata l’Organizzazione delle Nazioni Unite nel cui massimo organismo politico – il Consiglio di Sicurezza – siedono oggi come membri permanenti USA, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia. Da qui anche la posizione del Kuomintang che, pur ristretto a Taiwan e per di più all’opposizione, ritiene di rappresentare il “legittimo governo” di tutta la Cina.

Si tratta di un ordine mondiale che si sta sgretolando in un processo che sfortunatamente potrebbe portare a nuove guerre, tra cui quella tra USA-Taiwan e Cina. Purtroppo, questa guerra è resa probabile anche dalla convinzione del gruppo dirigente cinese che la potenza americana sia in un declino irreversibile dopo la crisi finanziaria del 2008 e che sia venuto il suo turno di rivendicare il posto di paese guida del nuovo ordine. 

Venti di guerra nello Stretto di Taiwan ultima modifica: 2021-05-02T11:17:23+02:00 da BENIAMINO NATALE

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