Le passeggiate di Valentino Parlato e il suo saper essere Atticus

Valentino Parlato, Tripoli, 7 febbraio 1931 – Roma, 2 maggio 2017
FRANCO MIRACCO
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Meglio, molto meglio sarebbe stato se non avessi scritto più o meno per vent’anni sul manifesto. Lo dico perché, a cinquant’anni compiuti dalla nascita di quel quotidiano, non posso sottrarmi a ciò che ricordo di una sorprendente esperienza. Sorprendente, se non altro per il corso “a sorpresa” della mia stessa vita, su cui influì non poco la collaborazione al giornale che allora si affacciava dall’alto su via Tomacelli, in Roma. Dirò più avanti del perché sarebbe suonato più “indipendente” il mio giudizio se non avessi scritto, fin dai primissimi anni Ottanta, sulle pagine manifestanti. Ad incoraggiarmi nel frequentare l’angolo culturale di un giornale di carta alto 57 centimetri e largo 43, che al di sopra della emme di manifesto distingueva sulla sinistra e in grassetto, tanto per metterlo in chiaro ma senza sbraitare, due parole indecifrabili come il bello: quotidiano comunista; solo che resta da dire che a farmi salire le scale di quel palazzo a metà di via Tomacelli fu Gianni Riotta. Senza dubbio, ci sarà stato qualcuno/a che al manifesto si sarà chiesto il perché di quel toponimo, evidentemente un cognome, ma il nome? Me lo sono chiesto ora, un po’ illudendomi che si trattasse dell’antica e nobile famiglia napoletana dei Tomacelli, feudatari potentissimi nel Medioevo, a cui capitò di veder eletto Papa uno di loro, che prese il nome di Bonifacio IX col trovarsi sempre incalzato da scismi, sia quelli manifestati dagli antipapi avignonesi che dall’un contro l’altro di principi e re angioini.

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Sarebbe stato allegorico e pertinente per i più maliziosi e snob nel senso migliore (un canone comportamentale non raro in quella redazione), se la “Casa” dei padri scismatici (rispetto al Pci ) e fondatori di un’altra Intelligenza si trovasse in una via dedicata alla famiglia Tomacelli di quel Papa e di alcuni raffinati umanisti, quale fu Marino Tomacelli allievo di Lorenzo Valla. Più semplicemente, pare, ma non è certissimo, che si sia trattato di un qualunque Tomacelli (forse un Antonio), soltanto proprietario di non poche case in quel punto centralissimo di Roma. Una via con vicoli affluenti che negli anni Ottanta del XX secolo ebbero buonissimi caffè, ristoranti poco più che tascabili e pizzerie “sociali” in attesa del proprio turno, un minuscolo mercato di frutta e verdura e una libreria. Un “insieme” particolare, che si proponeva come un ricostituente miscuglio di permanenze appropriate, e che in qualche caso esibivano ancora l’incredulo fascino di ultime, vecchie botteghe, appena attraversata la Via eccetera, eccetera, naturalmente uscendo dal numero civico 146.

Valentino si gode una sigaretta prima di entrare in Bankitalia.

Sì, Gianni Riotta nemmeno lui più tanto giovane, che dopo aver scritto chissà quanto sul Nuovo Mondo tra Hemingway e Truman Capote e Philip K. Dick (e Grace Paley si spera, che invocava di tenere d’occhio il mondo), avendo superato indenne il mostruoso shock Trump sembra diventato il gemello del Capitano Haddock (le avventure di Tintin), seppure male non starebbe neanche nei panni di un Amish, ma a renderci più amici non ci furono solo “i bufali nelle praterie”, politica e libri, bensì la passione per il calcio. Riotta memorizzante calcio e tutto dell’Inter, così come mio padre che ti diceva a memoria non so quanto Carducci, io invece romanista, per via di Falcao e dello scudetto vinto dalla Roma “core de stà città”. E il Riotta scrisse in prima: “Ma chi stasera si addormenterà sognando la Roma, avrà più a cuore Falcao che non la filosofia, e per favore non inventiamo anche i gol post moderni ”. Al dunque, tra i Padri fondatori unico e indimenticabile il modello Atticus rappresentato da Valentino Parlato. In parte perché aveva lo sguardo e la faccia di chi non ha mai fretta, la stessa di mio zio Leonida, contadino, però di più cacciatore. Sapeva nascondersi dietro i campi di grano, le siepi, gli arbusti, in attesa che il cane gli dicesse di quaglie, tordi, beccacce, ma soprattutto genuino flâneur che neppure Walter Benjamin ne avrebbe scovato uno di più flâneur: però è di Valentino Parlato che sto dicendo adesso. Al suo stile attribuisco una frase che gli sentii dire più volte: “omo vero non corre”, di sicuro mentre attraversavamo via Tomacelli. E Valentino non correva, passeggiava, fumava , non smetteva mai di seguire i propri pensieri e lo capivi immediatamente passeggiando con lui. Infatti, la passeggiata è il regno dell’arbiter novarum rerum, è lì che si esercita la ricerca del nuovo, se abbiamo capito qualcosa di Baudelaire.

Valentino al Monumenti Porte Aperte, Napoli, 1993 (foto di Mirella Stampa Barracco)

Lo sguardo, si diceva, lo stesso che Benjamin intese perfettamente passeggiando “assieme” a Valentino Parlato: “È lo sguardo del flâneur, il cui modo di vivere avvolge ancora di un’aura conciliante quello futuro”. Su quel “conciliante” bisogna fare attenzione, perchè nel caso del nostro non si traduceva in duttile o malleabile, piuttosto il suo modo conciliante puntava, forse, alla ricerca di un diversamente possibile “accordo di forze tradizionalmente opposte”, stando al mio dizionario. In realtà, la sua “aura conciliante” era il muoversi in uno spazio aperto alla parola, al pensiero, al confronto, al ribaltamento degli ottusi conformismi della politica, al fastidio verso lo svanire nella banalità, al cercare sempre cosa ci fosse “sull’altro lato della montagna”. Un modo di vivere e un modo di scrivere il suo, che non va mai dimenticato.

Al tempo degli sconvolgimenti e scontri attorno alla scala mobile, scrive: “Dopo tante chiacchiere sociologiche torna la centralità operaia si potrebbe dire; e da parte nostra dovrebbe esserci più di un segno di soddisfazione. Invece bisogna avere il coraggio di dire che forse non c’è ragione alcuna di soddisfazione. Salvo a continuare nell’irrinunciabile affermazione che la speranza è nel terremoto”. Valentino non stava dalla parte del “tanto peggio, tanto meglio”, diffidava dei “terremoti”.

Valentino in passeggiata a Napoli durante le giornate di Monumenti Porte Aperte, 1993

Ricordo quando i socialisti di Craxi assieme a tutti i partiti di sinistra e dei sindacati si dichiararono a favore del sostegno al manifesto, cui si unirono “componenti laiche e anche forze interne alla stessa Dc”, Parlato, nel sottolineare la validità di quel piccolo segno, scrisse: “Ma è un segno al quale il mondo politico non può non guardare con attenzione: c’è, almeno in speranza, l’indicazione di una società civile, di un’opinione pubblica, di una cultura diffusa che comincia a parlare da sola fuori e oltre i partiti e anche, anzi, con la capacità d’influire sul loro linguaggio. Nel senso di renderlo meno vincolato agli interessi di parte e più generale, più comunicante e insieme più esposto al confronto polemico e alla verifica dei significati.”

Valentino scrisse questo nell’aprile del 1983, lo scrisse perché lo leggessimo anche oggi, anche domani, non illudendoci sull’utilità dei terremoti, magari invece prestandoci alla “verifica dei significati” nel linguaggio di un Mario Draghi o di qualche altro. Da quel Valentino dovremmo aver appreso quanto dovrebbe sostanzialmente contare per la Sinistra. Difficile dirlo, ma temo che non sia ancora così. In dotta polemica con l’offensiva neoliberista degli anni Ottanta, che pur avendo “buoni argomenti tattici, non ha respiro strategico”, Parlato proprio per questo auspicò: “sarebbe tempo che la sinistra tenti di liberarsi dall’ingannevole guerra delle bandierine”.

Il modo di vivere, di pensare, di scrivere, furono doni e anche sofferte fatiche che vennero a Valentino Parlato dal suo paziente gusto per le “Passeggiate” al modo di Benjamin, e le fece spesso assieme a chi sapeva comprendere, stimandola, la sua “aura conciliante”, una specie di sortilegio cui non rimasero indifferenti Cesare Romiti o Guido Rossi e non so quanti altri, stimolanti Draghi al tempo di Valentino. Più sopra ho accennato al modello Atticus, e chi ha letto sul serio Il buio oltre la siepe ricorderà che la bambina Scout dice di suo padre Atticus: “Una volta aveva detto che non si conosce realmente un uomo se non ci si mette nei suoi panni e non ci si va a spasso”. Il che corrisponde totalmente al passeggiare di Valentino e al suo “omo vero non corre”. Ma l’avvocato Atticus, che ha deciso di difendere il nero Tom Robinson accusato ingiustamente di stupro nel razzista e profondo Sud degli Stati Uniti, spiega ai figli (tutta la gente pensa di avere ragione e che tu abbia torto) il senso della sua scelta: “Hanno il diritto di pensarlo e hanno il diritto di far rispettare la loro opinione, ma prima di vivere con gli altri, bisogna che viva con me stesso: la coscienza è l’unica cosa che non debba conformarsi al volere della maggioranza”. Di qui il valore di Valentino “Atticus” Parlato e di coloro che per non “conformarsi al volere della maggioranza” rafforzarono la sinistra dando vita a il manifesto.

Dirò una prossima volta, se mi sarà concesso, del perché sarebbe suonato più indipendente il mio giudizio su quel vasto quotidiano se non vi avessi mai collaborato. 

Immagine d’apertura: Foto Contrasto

Le passeggiate di Valentino Parlato e il suo saper essere Atticus ultima modifica: 2021-05-03T16:42:51+02:00 da FRANCO MIRACCO

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