Proposte e visioni per una Venezia che sappia superare il “cinquantennio horribilis”

Una nuova “accademia aldina” per una resilienza a cambiamento climatico e turismo? È davvero difficile pensare che tutto possa tornare come prima - dal recovery plan(et) dei movimenti alle proposte degli industriali.
scritto da MARIO SANTI
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Riprendo il discorso da dove l’avevo lasciato, con una Venezia “vedova del turismo” alla prese dell’elaborazione del lutto della crisi della monocoltura turistica” e messa in ginocchio da Covid e cambiamento climatico.

  1. Il “cinquantennio horribilis” mette a fuoco le fragilità di Venezia 

Mi chiedevo se la “città delle Fenice” avrebbe saputo riprendersi e risorgere ancora una volta dalle sue ceneri, dopo i due scossoni subiti a cavallo del terzo millennio. Con la prima aqua granda del 4 novembre 1966 e con la seconda del 12 novembre 2019, cui si è aggiunto il colpo ulteriore (di grazia?) infertole dalle chiusure per Covid?

Per capire se sia possibile una inversione di tendenza, dopo quel “cinquantennio horribilis, è necessario partire da una riflessione sulla natura delle crisi.

L’ipotesi è che Venezia non rischi di essere vittima (come si temeva all’inizio) dalle acque che la sommergono, ma dell’essere stata battistrada mondiale di quella distorsione dell’economia che chiamiamo “monocultura turistica”.

Un’economia eccessivamente specializzata sul turismo sembrava avviata a dominare luoghi e città in nome di un estrattivismo finanziario che fagocita risorse (naturali, storico architettoniche e umane – gli abitanti) per il profitto di pochi operatori, spesso esterni ai contesti interessati.

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L’inevitabilità (quasi l’ineluttabilità) di questa tendenza è stata messa in discussione da quando le restrizioni pandemiche hanno bloccato – e comunque limiteranno a lungo – la mobilità e impoverito le capacità di spesa di quelle classi di reddito (anche medie e basse) che costituivano la maggioranza dei visitatori.

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A Venezia questo crollo deve fare i conti con il vuoto che questa monocultura ha fatto attorno a sé, avendo quasi azzerato le altre attività economiche cittadine (in particolare della città d’acqua), da quelle industriali a quelle di servizio alla popolazione e di commercio di vicinato. 

Pochi dati fotografano le dimensioni del cambiamento. 

”Aqua granda” del 4 novembre 1966. È primo segnale di cosa il cambiamento climatico può fare in assenza di quella attenzione alla gestione delle acque che avevano sempre caratterizzato nascita e storia di Venezia.

Abitanti Venezia città storica nel 1966: 121.309 (erano 174.808 nel 1951, quindici anni di esodo li avevano ridotti del 30 per cento). 

12 novembre 2019: ”aqua granda 2.0” . Il cambiamento climatico ci dà l’“ultimo avviso”, mandando il mare a recapitarcelo direttamente in casa. 

Abitanti Venezia città storica al 31.12.2019: 52.143, (il 57 per cento in meno rispetto al 1966 – il 70 per cento in meno rispetto al 1951).

Un cinquantennio che ha visto gli abitanti ridursi a poco più di un terzo di quelli che già allora avevano resistito al “primo esodo” verso la terraferma. E ha assistito alla quasi definitiva trasformazione di Venezia da città con tutte le sue funzioni (residenziali, economiche e di servizio) a contenitore di un turismo che sfrutta la sua forma: non più urbana ma di quinta teatrale, con annessa recettività per gli ospiti.

Tra l’altro, l’aqua grada 2.0 ha messo in evidenza l’inutilità sostanziale di lungo periodo del Mose (oltre a dare un colpo tremendo all’economia di servizio che non può fare a meno dei piani terra – negozi, uffici, botteghe o magazzini che siano).  

Se il livello del mare crescerà come da ultime previsioni scientifiche l’opera verrà ricordata più come esempio di corruzione che per l’utilità a mettere stabilmente in salvo Venezia. Sperando almeno che i suoi malfunzionamenti non portino a danni ben superiori a quelli risparmiatici dal suo costoso (e faticoso) funzionamento, le poche volte in cui è entrato in funzione prima del collaudo.

La pandemia ha poi azzerato per un anno – e probabilmente seriamente compromesso per i prossimi – mobilità e presenza dei turisti. Per lo meno nel numero e con le caratteristiche sui quali la monocultura si sosteneva…

Ora interi stabili sono orfani dei turisti.

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  1. È possibile uscirne? E come?

La domanda è se Venezia (dai suoi abitanti alle istituzioni, fino all’articolato tessuto economico che ne regge le sorti) vorranno e sapranno uscirne. E come. 

Parto dal fatto che mi pare radicalmente sbagliata l’idea di chi (come il sindaco Brugnaro) pensa che la soluzione stia nel ripartire “come prima e più di prima”.  

Non ci serve fingere che non sia successo nulla. Che si sia trattato di un temporale estivo, che lascia l’aria pulita e la voglia di ripartire.   

Mi chiedo se possano pensarla così industriali, artigiani, commercianti, professionisti, operatori della cultura (dalle scuole alle università, dalla Biennale alle Fondazioni), lavoratori del tessuto industriale e dei servizi, pubblici e privati. E anche quelli che in qualche modo trovavano una qualche forma di occupazione precaria, in molti casi “cancellata” dal Covid, nelle pieghe del turismo e degli eventi legati alla sua stagione (culturali e mondani che fossero): dai guardiasala di Biennale e mostre al personale di servizio nei bar e ristoranti, da chi lavora a pulire e/o ricevere negli appartamenti turistici ai negozi puntati sul turismo.

Una stagione che nel “cinquantennio horribilis” era passata dai pochi mesi (i vien per tre mesi a fotografar, colombi che svola, palazzi sul mar – la fotografia di Alberto Damico è del 1973) a una estensione a tutto l’anno, con l’esclusione di novembre e di qualche scampolo di inverno lontano dal Carnevale… 

Credo che anche loro possano farsi poche illusioni di tornare al recente passato. Di riavvolgere un nastro che forse si è spezzato…

Apro e chiudo parentesi per una “notazione a margine”: ytali ha ospitato la beffa dello scoop sulla “fondazione di Venezia”, con la sostituzione a un processo di un’unica data simbolo, il 21 marzo 421, in funzione “di promozione turistica“. Una promozione che è stata stoppata dalla pandemia. 

Un altro effetto involontariamente positivo delle seconde – e “relative” – “chiusure”, dopo che il primo ben più serio lockdown aveva per un po’ pulito l’aria e le acque della laguna.

Ma se si volesse rivisitare il processo di fondazione e sviluppo storico di Venezia si potrebbe più utilmente riascoltare l’indimenticabile “ariva i barbari” di Alberto Damico. Caro a molti di noi come cantore delle Venezia resistente, sarà possibile riscoprire in Alberto uno storico di Venezia più autorevole dei “profeti della data unica 21 aprile 421”.  Perché mette in musica il processo della nascita e della crescita di una città in laguna e tocca alcuni punti importanti di origini, evoluzione e della storia di Venezia, per come è stata vissuta nel cuore e nelle ossa del suo popolo, fino alla prima aqua granda: “che fredo mama Venezia manca…” 

E allora eravamo, i residenti, quasi tre volti tanti (ancora si poteva dire “a la Giudeca se fa’ tanti fioi”).

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Per capire “come uscirne” dobbiamo partire da due assunti.  

Il primo è che la crisi non deriva dalla nostra incapacità di “fermare le acque” ma di farle entrare e circolare meglio in una laguna morfologicamente e idraulicamente “sanificata”. 

Il secondo è che alla “morte della monocultura” dobbiamo saper rispondere con la rinascita di una economia che -assegnando al turismo un ruolo non distruttivo, ma legato alla conoscenza dei luoghi e a una interazione con le loro risorse – sia diversificata, ambientalmente compatibile, legata alle vocazioni storiche e ambientali del territorio (le città, la laguna, Marghera).

Quindi capace di misurarsi con alcune domande.

La prima per il dopo pandemia (ma anche per finire di gestirla) è: quale sviluppo può avere una sanità territoriale basata sullo sviluppo della medicina di base?

Questo significa scoperchiare (per l’occultamento dei dati) e rovesciare (per la concentrazione delle risorse sui pochi grandi hub ospedalieri) la politica sanitaria regionale, passando dagli ospedali al territorio (a questo almeno serva la tragica lezione che il Covid ci ha dato laddove – come in Lombardia – la concentrazione delle risorse sulle “eccellenze ospedaliere” private ha sguarnito il presidio della medicina di base). 

Sulla sanità si concentra la quota maggioritaria delle risorse dei bilanci regionali, che ora sarà incrementata dalla disponibilità dei fondi del Programma Nazionale di Ripresa a Resilienza (PNRR).  

Bisogna quindi sviluppare la medicina di base, legata ala territorio. Ma anche mantenere l’ospedale civile veneziano, che si sta trasformando da fucina di eccellenze a presidio sempre più sguarnito delle specializzazioni fondamentali per una città di vecchi, per un intorno delle isole e per gli stessi turisti? Evitare che divenga sempre più – come hanno denunciato i cittadini in campo S.Giovanni e Paolo sabato 24 aprile – un ospedale da paese, fatto di ambulatori e non di reparti.

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La seconda domanda è: come mantenere le produzioni industriali a Porto Marghera? 

Come sviluppare produzioni realmente green, nella chimica verde ma anche nella produzione di energia.   

Non certo presentando come innovativa una ipotesi di produzione di energia con incenerimento dei rifiuti, ma neppure puntando a un idrogeno “grigio” (prodotto cioè da fonti fossili).

E poi tante altre.

Che ruolo può avere l’artigianato? Da quello produttivo a quello di servizio: per poter vendere ciò che si produce a Venezia (e a Murano – e non nell’estremo oriente) e per assicurare gli indispensabili servizi ai residenti.

Che rapporto può esserci tra una grande distribuzione commerciale insediata massicciamente in terraferma e Lido ma ormai anche a Venezia, in modo chiaramente dedicato ai turisti (basta vedere merceologia dell’offerta a localizzazioni) e il mantenimento, la sopravvivenza e il rilancio del commercio di vicinato?  

Che prospettive ci sono per la residenzialità? Intesa prima di tutto con il “trovare casa”, ma poi anche come il poter usufruire di servizi, da quelli sanitari a quelli comunque legati alla persona; compresa la possibilità di utilizzare i beni comuni emergenti come spazi di aggregazione comunitaria e la costruzione di una grande “infrastruttura verde” con funzioni di svago, relazione e contenimento delle emissioni.  

Sono tutti temi che devono entrare nella dislocazione di risorse che avverrà con la gestione del PNRR, con i fondi del “recovery plan”. Oggi ci troviamo di fronte a un nuovo piano Marshall: è necessario che questa improvvisa disponibilità vada spesa bene e indirizzata a una prospettiva realmente “verde”. Ricordando che in gran parte saremo tenuti a restituirle. 

Su questo terreno hanno voluto misurarsi i movimenti, dando vita (con il coordinamento del gruppo veneziano della Società della cura) a una versione locale del “recovery planet” (le due lettere finali marcano lo stretto legame tra crisi sanitaria, socio-economica e climatica).

Si sono messe insieme la posizioni in una bozza sulla quale si è svolta una articolata discussione in un’assemblea telematica. Si è così definito un documento che chiama alle loro responsabilità Comune e Città metropolitana di Venezia e Regione del Veneto (come a livello nazionale il 26 aprile è stato presentato al Parlamento il Recovery planet messo a punto dalla Società della cura a livello nazionale).

Il documento offre una “visione” del territorio veneziano: della città d’acqua e di terra, del polo industriale di Marghera, della laguna e degli altri ambiti naturalistici comunali.  

Esso appare assi più coerente con le impostazioni green che l’Unione europea richiede ai PNRR, come condizione per la concessione dei finanziamenti rispetto a molte parti dei programmi di Regione Veneto e Comune di Venezia che puntano a cemento e consumo di suolo.   

La sua importanza va al di là dell’accoglimento o meno di queste idee tra le proposte presentate dalle istituzioni.

Il suo valore politico sta nel fatto che non sarà più possibile dipingere i movimenti come “fronte del NO”.  

Da oggi non si può più sfuggire alle idee ed evitare il confronto con una visione alternativa e con le tante proposte di quello che può essere definito “antagonismo praticabile”…   

Va tenuto presente che il documento nato dalle convergenze messe insieme dalla Società della cura veneziana è concepito come un “cantiere”, aperto a ulteriori contributi. Il problema è dare spazio alle visioni di futuro sulla Venezia possibile, che stanno maturando nella crisi.

Io credo che si possa ricorrere a risorse esterne e a risorse interne alla comunità veneziana. 

  1. Il fronte esterno 

Se – come dice l’Unesco – Venezia è “patrimonio dell’umanità”, è giusto che l’umanità se ne prenda cura. 

Ma deve farlo non più solo e forse non prevalentemente raccogliendo fondi per salvarne i monumenti, come meritoriamente hanno fatto – dopo l’aqua granda del 1966 – i Comitati internazionali per la salvaguardia di Venezia.
Il mondo deve capire che oggi, dopo la crisi del 2019-20, per poterla salvare bisogna aiutare i veneziani a impedire la morte di Venezia come città.

E il primo modo, prima che “portare soldi”, consiste nel dare un contributo nel risolvere “il” problema, capendo che cinquant’anni dopo il punto non è “difendersi dalle acque”, ma dall’overtourism.

Bisogna cioè contenere la pressione quantitativa e qualitativa del turismo sulla città.  

Questo significa che, se si vuole poter continuare a visitare Venezia, bisogna capire che non si può sottoporla alle pressioni che l’hanno ridotta in punto di morte.  

Servono allora presenze meno impattanti e più attente a una economia “cittadina”. 

Turisti che prenotino e distribuiscano le loro presenze in modo più equilibrato nel corso dell’anno, che comprino oggetti prodotti dall’artigianato veneziano e non chincaglierie “cinesi”, che utilizzino i servizi della città, che sostengano quei ristoranti e quegli alberghi che li aiutano in una visita “dolce” e che incontrino l’offerta artistica e culturale della città; e soprattutto che lascino le case ai residenti.

Che non arrivino con grandi navi e si muovano lentamente, rispettando e magari entrando in relazione con la comunità dei veneziani, di acqua e di terra. Che siano interessati a conoscere il territorio e le sue valenze ambientali e naturalistiche, oltre che artistiche e culturali.  

Il problema è allora fare arrivare a Venezia sempre più chi è curioso di conoscerla, in tutte le sue parti, e sempre meno chi si accontenta di una frettolosa serie di selfie. Perché questa è una domanda che consuma e impatta molto più di quanto porti, sia in termini economici che strutturali.

In questo senso va adeguata una “nuova offerta”.

Con le categorie, economiche, da quelle produttive e artigianali all’offerta recettiva e ristorativa, insieme con l’offerta di eventi e manifestazioni culturali e ricreative, bisogna pensar al costruire le basi di nuove forme di ospitalità: quelle necessarie e portare meno turisti, ma con maggiori tempi di permanenza e a studiare tutte le forme che possono rendere attrattiva una presenza e a metterla in connessione con la struttura economica (in particolare artigiana) anche della città storica.

Bisogna poi che anche l’amministrazione comunale e la Città metropolitana facciano la loro parte.

Il ridisegno dei modi di accogliere un turismo sostenibile potrebbe essere l’oggetto di una grande progetto che Comune e Città metropolitana si danno, sviluppando i punti sopraricordati e collegandosi ai Comuni interessati a un Parco della Laguna che va ripreso e rilanciato. Ma ponendo al centro – come variabile indipendente – le azioni per mantenere le principali funzioni urbane (casa, trasporti, lavoro, azioni contro il cambiamento climatico a partire dall’infrastruttura verde) per Venezia, laguna e terraferma. 

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Bisogna però anche chiedere ai turisti di fare la loro parte:

Si può favorire, sviluppare e rafforzare la crescita di un “movimento” di visitatori consapevoli, che si organizza e si mobilita perché si affermi un turismo sostenibile.

  1. Il fronte interno 

Anche sul fronte interno qualcosa si muove. Un paio di esempi molto diversi. 

Venezia ha la più grande concentrazione mondiale di associazioni di volontariato. Ma le loro proposte restano (anche più che altrove) quasi totalmente inascoltate, complice la sordità dei governi locali (che si è accentuata con l’attuale amministrazione orientata a destra, ma che aveva largamente caratterizzato anche quelle precedenti di una sinistra “sviluppista” – vedi Mose – e legata alla rendita). 

Movimenti e società civile per trovare spazio devono “alzare la voce”, o vanno a forme di conflitto molto duro o sono costrette a rivolgersi alla magistratura.   

Mentre magari azioni e denunce hanno creato un’attenzione sui principali media internazionali (più di quanto se ne sia ottenuta su quelle nazionali) sull’enorme fatto corruttivo del Mose o sulle grandi navi.  

Ora c’è un documento di visione, la base per una ulteriore convergenza programmatica in grado di unire conflitto e prospettiva. Nel rimandare all’allegato box che sintetizza più nel dettaglio le proposte e al documento nel suo insieme, accenno qui all’impostazione.

Si parte da un inquadramento degli elementi che strutturano il Recovery plan Italia sulla base delle disposizioni comunitarie, ci si sofferma sulla quantità di risorse disponibili per il nostro paese (223 miliardi di euro tra prestiti e trasferimenti) e sulle sei macroaree di intervento (Digitalizzazione, Svolta green, Grandi opere, Ricerca e istruzione, Politiche del lavoro e fisco e Fondi per sanità) con le rispettive dotazioni.

Si valutano poi le proposte messe in campo da Regione Veneto (che ha chiesto 25 miliardi di euro) e Comune di Venezia (per 3,8 miliardi di euro), criticandone in particolare gli aspetti più impattanti e lontani da qualsiasi idea di “transizione ecologica”. Si rivela che quest’ultima non può prescindere dalla partecipazione del territorio per essere efficace (e non ridursi a essere gestita dagli stessi soggetti che hanno contribuito alla crisi). 

Alla critica – di merito e in merito – segue una proposta positiva.  

Ed è interessante che – senza alcuna pretesa di voler fornire un contropiano dell’uso di un territorio in così profonda crisi, emergano e vogliano coordinarsi idee, proposte, soggetti in grado di praticare un vero riequilibrio ambientale e sociale del territorio e dell’economia veneziana.  

Il processo di convergenza è appena all’inizio, ma incontra l’interesse nei soggetti coinvolti

Ma c’è movimento anche “dall’altra parte”. Il fonte industriale ha presentato una bozza progettuale che reca l’accattivante titolo di“Venezia capitale mondiale delle sostenibilità”, che a marzo ha visto la Regione Veneto approvare una delibera di Giunta per lo sviluppo del progetto. E a fianco della Regione dovrebbero esserci il Comune di Venezia, l’Università di Ca’ Foscari, lo IUAV, il Conservatorio Benedetto Marcello, l’Accademia di Belle Arti, la Fondazione Cini, Confindustria Veneto e alcune realtà industriali tra le quali Generali, SNAM e BCG.

Difficile un giudizio sulla base della “sintesi per la stampa”, il materiale a tutt’oggi disponibile. Non si possono dimenticare la responsabilità storiche del mondo economico e industriale veneziano, dall’impatto pesantissimo su ambiente e salute del polo di Marghera nel ventesimo secolo alla vicenda corruttiva del Mose.

Una “svolta ecologica” sarebbe perciò quanto mai opportuna a necessaria, ma non dovrebbe trattarsi di “green washing” finalizzato a inserirsi nel gran calderone del PNRR.  

Da un’impostazione molto generica è difficile capire se dietro alle “belle (ma generiche) parole” (su Ambiente, Digitalizzazione, Società e Rinascimento culturale e turismo sostenibile – le quattro aree di articolazione del progetto) e ai “buoni proposti” sui benefici attesi (in termini economici e ambientali) vi sia un contenuto in grado di avviare una conversione ecologica del mondo industriale e dell’economia veneziana. 

Si parla di “polo di idrogeno ed energie alternative” a Marghera senza che da nessuna parte sia chiarito se sarebbe “verde” (cioè prodotto a partire da fonti rinnovabili) e senza una presa di distanza dal progetto di ampliamento dell’inceneritore (in sé negazione di quei due termini – decarbonizzazione e circolarità – che si dice dovrebbero sostenere – transizione energetica e sostenibilità ambientale).

Si parla di difesa della biordiversità e manutenzione dell’ecosistema lagunare senza una presa di distanza da quell’accoglimento delle grandi navi a Marghera che comporterebbe nuovi e devastanti scavi in laguna. Né alcun accenno a criticità e problemi gestionali del Mose.

Vi sono indicazioni positive, ma del tutto generiche, su temi importanti quali:

  • il rilancio di offerta formativa, servizi e residenzialità per studenti, per fare di Venezia una “città campus” di livello Internazionale (senza che si chiarisca se si intende superare l’atteggiamento immobiliarista dell’Università che dà la casa agli studenti spesso a prezzi poco lontani da quelli di mercato, salvo poi sfrattarli per affittarle ai turisti nei periodi di vacanza); 
  • l’evoluzione verso un modello turistico sostenibile: spinta sul digitale per calmierare i flussi e gestire e promuovere i servizi;
  • un Piano per il commercio e contrasto alle attività illegali;
  • un Piano di residenzialità dedicata, fiscalità agevolata e servizi per lavoratori, studenti e altri residenti nella Città Storica.

Questo livello di indeterminatezza rende difficile giudicare la fondatezza delle “stime preliminari da approfondire nelle fasi successive del progetto” sull’impatto dell’operazione.  

Per i benefici ambientali si parla di “Impatto atteso molto elevato – da quantificare nella fase successiva del progetto”, per quelli sociali di “8-12mila nuovi residenti e di 15-20mila nuovi occupati, per quelli economici di un impatto di almeno 5-10 miliardi di euro sul PIL nazionale. Ma senza dire come sono state ricavate queste stime.

Si dice che esso va finanziato con 2,5-4 miliardi di euro, pubblici e privati (di cui una parte già stanziati o finanziati nel territorio Veneziano), in funzione del livello di implementazione dei principali filoni del progetto: polo idrogeno, decarbonizzazione mezzi di trasporto, decarbonizzazione impianti riscaldamento, piano residenzialità, difesa ecosistema lagunare, sviluppo città campus, turismo sostenibile. 

Il progetto dovrà (ed ecco forse il suo scopo vero) “far leva sull’opportunità dei fondi del Programma Next Gen EU con cui l’Europa ha risposto alla pandemia”.

  1. Verso una “nuova Accademia aldina”?

Venezia è di fronte alla crisi profondissima per lo “scoppio della bolla” della monocultura turistica e per l’accelerazione del cambiamento climatico, che la mette davanti a un bivio tra decadenza e rinascita.

Non mancano idee, proposte, azioni che provengono da economia e società civile; si tratta di capire se e come esse possono divenire progetto, trovare ascolto e avviare una svolta.  

Per cercare di essere ottimista e propositivo provo a ricorrere alla storia. 

E mi viene in mente una situazione che la città ha già vissuta quando tra quindicesimo e sedicesimo secolo fu il centro universale delle modernità: una Silicon Valley ante litteram…

Allora si creò a Venezia l’”Accademia aldina”, attorno a quell’Aldo Manuzio che con l’introduzione e la diffusione della stampa a formato ridotto e l’impulso dato all’umanesimo avviò in città un grande rinascimento culturale. Che trovò nel governo della Serenissima il sostegno politico necessario a far grande la città in nome della lotta alla corruzione, della capacità amministrativa, delle arti e della cultura e di un atteggiamento aperto e inclusivo rispetto ad altri popoli e culture.

È pur vero che oggi non si vede all’orizzonte un nuovo Manuzio, e che la classe politica che amministra la città è da decenni molto lontana dalla capacità di governo che aveva ai tempi della Repubblica Serenissima.

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La casa di Manuzio

Però l’idea di una “nuova Accademia aldina” (che sarebbe senz’altro nelle corde di due intellettuali francesi amici di Venezia – e che collaborano con ytali – come André Yves e Arlette Pornoff, che darebbero felici di promuoverla in Francia) potrebbe aiutare a passare da una circolazione celibe della idee a una capacità di farle liberamente incontrare e interagire, coordinarsi, farsi progetto per la città.

Le “mille idee per Venezia” potrebbero trovare una sede per uscire dall’idea della testimonianza per arrivare alla proposta, e fare uno sforzo di uscita da una certa autoreferenzialità per navigare in un mare più aperto. E acquistare un’autorevolezza di proposta con la quale anche le istituzioni locali (dalla Regione Veneto al Comune di Venezia) dovrebbero fare i conti.

La proposta di discutere questa idea potrebbe venire da ytali e rivolgersi prima di tutto alle istituzioni culturali cittadine, dall’Ateneo Veneto all’Istituto Veneto di scienze, lettere e arti, a Mestre mia. Coinvolgere la Biennale e l’M9, le gallerie e le associazioni artistico culturali, la Società delle storiche. E poi via via a tutti i gruppi e le associazioni territoriali, culturali, sportive e ricreative.  

Si tratterebbe infatti di organizzare un processo di stimolo ma soprattutto di ascolto e raccolta di metodi, pratiche e soprattutto di visioni e idea di città (e di laguna).

La vecchia “accademia aldina” mise insieme attorno a Manuzio intelligenze e sensibilità in grado di dare un contributo importante per il governo di Venezia.

Oggi la “nuova Accademia aldina” potrebbe essere il luogo dove le idee per Venezia trovano un incubatore, un luogo dove crescere, confrontarsi, superare i particolarismi e proporsi per una “rifondazione” della visione e di una idea di Venezia capace di andare oltre la monocultura turistica e di essere soggetto attivo della lotta al cambiamento climatico.

Proposte e visioni per una Venezia che sappia superare il “cinquantennio horribilis” ultima modifica: 2021-05-06T18:25:02+02:00 da MARIO SANTI

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