Un ecomostro, e lo chiamano “bosco verticale”

I residenti della zona di viale San Marco, a Mestre, contro il progetto di un “grattacielo” spacciato per opera verde ma, nei fatti, una ferita nel territorio.
scritto da YTALI
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L’istituzione Comune di Venezia ha sempre rappresentato una sorta di romanzo popolare, un grande feuilleton le fibre del cui ordito sono vicende pubbliche e private di svariata natura che alimentano un rigoglioso bosco narrativo. Pochi, però, notano il fatto che uno dei leitmotiv siano gli Stati Uniti: la cinematografia americana con l’intramontato mito dell’ispettore Callaghan, vero faro illuminante della polizia locale veneziana o la più paternalistica serie televisiva Blue bloods nella quale un attempato Peter Selleck, in qualità di Comandante del NYPD, si vede costretto a mediare tra cittadini non distratti, un sindaco “cappa e spada” e agenti spesso indisciplinati… quanto ci ricorda le dinamiche lagunari!

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Se queste appaiono essere le premesse ideologiche, gli esiti in ambito urbanistico non possono che esibire un gusto metropolitano e, di conseguenza, dopo il progetto della piastra in zona stazione ferroviaria (fu la tesi di laurea del primo cittadino) e qualche edificio multipiano, ecco il nuovo skyscraper di viale San Marco, votato in Giunta il 27 aprile, in attesa di ratifica da parte del Consiglio comunale. La volontà di trasformare viale San Marco in una sorta di Upper East side attorno al parco di San Giuliano, nella speranza che il binomio “il nuovo è bello” abbia come finalità quella di accrescere l’indice di gradimento di un’amministrazione che ha lasciato inevasi troppi quesiti, uno per tutti la sorte della filiera del turismo che vive con ansia la fine del blocco dei licenziamenti e con convinzioni poco rassicuranti per il 2022.

La volontà politica di riaffermare il motto brugnariano del “con umiltà e coraggio”, sentito così spesso durante le dirette televisive della scorsa primavera è indubbio, tanto quanto la ricerca di un divertissement, tale da spostare altrove il dibattito politico. Quale migliore occasione che un’opera di urbanizzazione con introiti per l’amministrazione e guadagno per costruttori e tecnici?

Scendiamo nel dettaglio. L’intervento urbanistico discusso sarebbe un grattacielo (ritorniamo alla lingua italiana) di 22 piani da edificare alla fine di viale San Marco, nell’area utilizzata in passato come campo di calcio da parte dell’a.s.d. “Real San Marco” e – ora – immaginato dai progettisti alla stregua di un bosco verticale, teso a dialogare con il complesso delle palazzine “Manuzio”, sorte di recente all’inizio della stessa arteria, dal profilo elegante, ma dallo sviluppo verticale inferiore, circa 5 piani ciascuna. Last but not least, la creazione di un parco commerciale con tanto di ipermercato (stando alle dimensioni del progetto in commissione) del quale si sentiva la mancanza, considerato il fatto che a distanza di circa due chilometri dall’erigendo grattacielo si trovano almeno cinque tra super e ipermercati, un ipermercato del detersivo e, per i più esigenti, persino un ipermercato del biologico…

Siffatta operazione di presunta riqualificazione urbana di viale San Marco con il suo dispiegamento a macchia di leopardo crea uno iato tra tutto ciò che è ricompreso all’interno della linea che idealmente collega i due progetti innovativi di quest’area. Da un lato, la prossima edificazione dimentica le istanze della popolazione in materia di ordine, igiene e riqualificazione, vale a dire quella relativa al complesso abitativo incompiuto di via Sansovino (tre palazzine per un totale di circa ottanta appartamenti mai terminati), ormai rifugio per persone senza dimora in una situazione di pesante disagio sociale e per il quale i residenti in più occasioni hanno manifestato le proprie rimostranze, non da ultimo attraverso un esposto firmato da oltre 150 famiglie della zona, ove è stata posta in evidenza l’emergenza sociosanitaria di un dormitorio appannaggio di tutte le fasce di popolazione che versano in una situazione di fragilità estrema, in netta antitesi con le velleità securitarie espresse dalla maggioranza eletta.

Dall’altro lato, inoltre, il nuovo progetto distrugge l’originaria pianificazione del territorio, pensata da un allievo di Carlo Scarpa quale era Samonà, per un’area ricompresa tra due corsi d’acqua, Marzenego e Canal Salso: ci si dimentica la storia di un progetto di edilizia popolare destinato ad accogliere coloro i quali (e oggi la storia si ripete) erano stati estromessi dal centro storico veneziano per ragioni censitarie, costituito da piccole “corti” che avrebbero dovuto riproporre lo stile di vita del centro storico per consentire ai nuovi abitanti di superare lo scoramento e l’isolamento di uno stile di vita, quello della terraferma, già allora differente, la cui tendenza alla frenesia si sarebbe ancor più accresciuta con l’edificazione caotica di altre zone di Mestre e con la creazione di nuovi spazi edificabili in aree inimmaginabili attraverso il viatico della motorizzazione di massa.

Certo, gli “innesti costruttivi” in viale San Marco ci sono stati e non sarebbe corretto atteggiarsi a puristi della pianificazione, tuttavia non si sono collocati come elementi di frattura all’interno del tessuto urbano, basti pensare alla memoria della scuola di Carlo Scarpa nel complesso conosciuto come cooperativa edilizia dei maestri elementari, pionieri dell’abitare in terraferma, a quello della cooperativa degli agenti della Polizia di Stato e dei Carabinieri, posto tra le porzioni chiamate quartiere San Teodoro e San Giuseppe, i centri direzionali ENEL e le più recenti edificazioni – questa volta compiute – di via Sansovino, fino ai loft del Forte e ai giardini del Forte nella bicromia bianco/arancione tale da farci ricordare la Florida anche nelle giornate di nebbia.

Questo progetto però va oltre e mina l’impianto della zona nel suo sviluppo verticale, perché supera di circa dodici piani i più recenti tre palazzi del circondario, sempre costruiti all’epoca da Ina casa, turbando quello che, per dirla con gusto esterofilo, è lo skyline della terraferma, nonché facendo sorgere anche molti interrogativi circa il ruolo di importanti organi tecnici lagunari, la Commissione di Salvaguardia e la Sovrintendenza BBAA, nel senso che cotanta altezza non troverà luogo nella gronda lagunare, ma si troverà proprio a ridosso di quel Parco di San Giuliano che queste istituzioni hanno tentato di tutelare nel tempo con utili misure, così come non si è ancora ben capito quanto la Commissione di Salvaguardia o altro organo tecnico si sia soffermata sulla conformazione del sottosuolo. Non è stato dato sapere, infatti, se quel sottosuolo sia costituito dall’arcinoto caranto e se vi siano falde acquifere sottostanti. I più anziani tra gli abitanti della zona riferiscono che uno dei due palazzi costruiti lì accanto da Ina casa fosse noto come “la Chiesa di San Marco”, ricordando come l’edificio abbia sempre avuto problemi di statica e abbia indotto gli inquilini – poi diventati proprietari – a sostenere periodiche spese per adeguamenti statici.

Il secondo elemento per il quale si suggerisce una maggior attenzione alla pubblica amministrazione riguarda un livello meno profondo del sottosuolo: l’annosa questione dei rifiuti tossici nel territorio di viale San Marco o, meglio, del Villaggio San Marco, la porzione di strada più vicina a San Giuliano.

Sin dall’epoca dell’amministrazione Costa – con Paolo Cacciari assessore all’ambiente – si è sempre discusso di bonifiche e di terreno inquinato con piccoli scandali che venivano periodicamente sollevati. Sempre i più attempati riferiscono che l’unica zona nella quale i camion provenienti da Marghera non fossero mai riusciti a scaricare i famigerati fanghi fosse quella adiacente al campo di atletica comunale, a causa della presenza di un contadino (lo chiamano così) che scacciava a male parole i trasportatori e i loro fanghi, mentre per tutti gli altri settori del “villaggio” il destino fosse stato inesorabile.

Lo scavo delle fondamenta del nuovo grattacielo farebbe riemergere anche eventuali rifiuti tossici depositati nel corso degli anni e, anche su questo aspetto, non è stato possibile leggere alcuna relazione, anzi – ci pare – non sia nemmeno stata posta la questione.

Per queste ragioni, il giorno 3 maggio i residenti della zona, i comitati della zona, la sinistra e l’estrema sinistra comunale si sono riuniti in una partecipata e disciplinata assemblea pubblica per tentare di far chiarezza e, conseguentemente, opporsi a questo progetto di edificazione, non sulla base di sterili pregiudizi, ma a partire dalla consapevolezza di conoscitori del territorio che vorrebbero una crescita e uno sviluppo sostenibile che il filogovernativo Luigi Brugnaro dovrebbe garantire, applicando le linee guida dell’esecutivo in materia di transizione ecologica anche nello sviluppo di nuove cubature.

Ecco, per tutte queste ragioni e per molte altre il grattacielo non convince: per alcuni le finestre del ventiduesimo piano non permetteranno di veder sorgere “il sol dell’avvenire”, per quasi tutti il nuovo centro commerciale sarà del tutto superfluo, per altri ancora aumenterà enormemente il volume di traffico, per i turnisti non vi sarà più la possibilità di parcheggiare in villaggio San Marco per poter prendere il tram o ritornare in terraferma con il notturno N1… per dirla in breve, dal terreno del quartiere XXV Aprile – San Marco forse spunterà qualcosa, ma non sarà certo un “bocolo”!

Un ecomostro, e lo chiamano “bosco verticale” ultima modifica: 2021-05-06T12:49:03+02:00 da YTALI

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