Biden guida il capitalismo delle connessioni globali

La spettacolare scelta del presidente americano sui vaccini arriva a sancire questa sorta di politica con la pancia piena. Dopo essere usciti dalla morsa del contagio, e aver archiviato le immagini delle fosse comuni a New York, si può cominciare a chiedersi in quale mondo vivere. E a farlo in inglese.
scritto da MICHELE MEZZA
Condividi
PDF

Nella contrastatissima riforma sanitaria, Affordable Care Act (ACA), la cosiddetta Obamacare, che il presidente Obama riuscì a far approvare a costo di snaturarne parti essenziali, vi è un codicillo che impedisce allo stato di negoziare i prezzi delle medicine. E infatti nel prontuario del sistema assicurativo americano i farmaci costano il 73 per cento in più che sul mercato. Lo ricorda il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, nel suo ultimo libro Popolo, potere e profitti (Einaudi, Torino 2019).

ytali è una rivista indipendente. Vive del lavoro volontario e gratuito di giornalisti e collaboratori che quotidianamente s’impegnano per dare voce a un’informazione approfondita, plurale e libera da vincoli. Il sostegno dei lettori è il nostro unico strumento di autofinanziamento. Se anche tu vuoi contribuire con una donazione clicca QUI

Davvero molta acqua deve essere passata sotto i ponti del capitalismo americano se oggi un presidente come John Biden, che figurava a quel tempo come la controfigura moderata dello scintillante leader dello Yes We can, si permette di toccare il totem della cultura del suo paese quale è la proprietà industriale.

La sua dichiarazione con la quale ha annunciato l’accordo degli USA per una graduale sospensione dei vincoli di proprietà sui vaccini, diffusa il 5 maggio del 2021, muta radicalmente lo scenario di quella contesa, costringendoci ad aggiornare le mappe ideologiche e geopolitiche globali.

Gli Stati Uniti fino a quel momento erano il bastione del primato della proprietà nel mercato in generale, in quello scientifico e tecnologico in particolare. Sia nella versione del liberalismo democratico, con Clinton e Obama, sia in quella del più aggressivo liberismo sovranista con Trump.

Nel 2011, in piena presidenza Obama, l’allora segretario di Stato Hillary Clinton era intervenuta pesantemente sull’argomento, inviando una lettera al Congresso in cui ipotizzava una difesa a oltranza da parte dell’intero sistema politico e militare americano a tutela della titolarità dei brevetti da parte di imprese statunitensi. 

La salvaguardia dei diritti delle aziende tecnologiche americane, avvertiva Clinton parlando al Congresso statunitense perché i cinesi intendessero, afferisce alla sicurezza nazionale. Con tutto quel che ne conseguiva.

Oggi, dopo un anno e mezzo di pandemia, il quadro appare radicalmente mutato. Il virus dilaga in tutto il mondo e gli Stati Uniti sono riusciti a domarlo dopo averne pagato prezzi terribili. Gli investimenti pubblici, circa 18 miliardi di dollari, hanno portato imprese americane a dominare il mercato dei vaccini, e l’organizzazione logistica statale è riuscita a vaccinare gran parte della popolazione. Ora si può guardare al mondo dall’alto di un primato riconquistato.

La spettacolare scelta di Biden sui vaccini arriva a sancire questa sorta di politica con la pancia piena. Dopo essere usciti dalla morsa del contagio, e aver archiviato le immagini delle fosse comuni a New York, si può cominciare a chiedersi in quale mondo vivere. E a farlo in inglese.

Alle spalle degli USA l’Europa arranca, in una spirale di contenziosi con le imprese dei vaccini e di incertezza continua nella loro gestione proprio perché non se ne controlla in alcun modo la produzione. La Cina che aveva provato a capitalizzare il vantaggio di essere uscita per prima dalla pandemia si trova ora con vaccini inefficienti ed esposta al rischio di possibili ritorni di fiamma.

La svolta solidarista della Casa Bianca sembra ratificare una rinnovata leadership globale, e soprattutto il modo per rinnovare un patto sociale con il proprio popolo, ricomponendo l’aspro conflitto che Trump aveva alimentato.

Infatti l’impennata di Biden, che palesemente colpisce gli interessi di Big Pharma, parla anche alla parte più arrabbiata e anti elitaria della base sociale della destra del paese, mostrando come gli interessi più sfacciati possano essere colpiti dall’America che torna veramente grande.

Ma accanto all’accorta politica che s’intravvede dietro la mossa del presidente non si può non cogliere il senso di una trasformazione più profonda del capitalismo occidentale che sembra si stia resettando, mutando sia la propria identità etica sia l’ambizione di rappresentatività.

Attorno a una strategia globalista del vertice del paese infatti vediamo come l’intero sistema delle grandi imprese si stia muovendo in direzione di un capitalismo etico, che assume le emergenze del pianeta non più come vincoli ma come opportunità.

La transizione ambientale infatti è diventata la grande variabile dei piani di sviluppo dell’intero sistema industriale statunitense, e anche la civilizzazione delle potenze tecnologiche, a cominciare dai grandi imperi di Google e Facebook, sembra confermare questa nuova percezione del sistema.

La sostenibilità, come predicava il futurologo Jeremy Rifkin, diventa oggi il miglior investimento dei grandi fondi finanziari, come Black Rock, o delle banche d’affari, come Goldman Sachs. I Global spender della pubblicità, come Coca Cola e Unilever, stanno boicottando i social più aggressivi e opachi, come Facebook, affermando che solo un contesto trasparente e responsabile premia la comunicazione d’impresa. 

Siamo in un passaggio epocale, dove la società sembra correre più velocemente sia delle istituzioni sia del mercato. 

La pandemia ha reso il sapere scientifico un parametro indispensabile per la vita, e si è alzata la soglia di consapevolezza e di ambizione per i processi tecnologici e sanitari. Cinquant’anni di rete hanno selezionato una specie di individui attenti, curiosi e soprattutto interferenti, non solo interattivi: sono utenti pronti e capaci di intervenire nei processi di deliberazione, frenando gli automatismi di mercato e rallentando i meccanismi di adattamento alle logiche delle imprese.

Dall’intelligenza artificiale alle variabili ambientali e biologiche, ormai ogni frammento dell’ecosistema è sottoposto a una pressione pubblica. La condivisione, il riconoscimento, la reputatzone sono fattori costitutivi di un piano d’impresa ed entrano in forma diretta in ogni procedura istituzionale. L’efficienza non è più l’ostaggio che permette a centri tecnologici di operare discrezionalmente con i dati degli utenti.

Le banche si trovano nel mirino per dare trasparenza alle loro decisioni. La borsa deve fare i conti con modelli di auto organizzazione dei risparmiatori, che alterano il corso delle operazioni pianificate a tavolino. Persino la moneta sfugge al dominio delle grandi banche internazionali e delle stesse autorità monetarie che devono diventare competitive con le cripto valute.

Un grande filosofo della politica come fu John Dewey, negli anni del New Deal, reagendo a una politica che stava privatizzando i mercati delle sementi, che fino ad allora erano prodotti pubblicamente, scriveva nel suo saggio Problemi di tutti: “I filosofi devono chiarire l’intrinseca affinità della democrazia con i metodi del mutamento diretto che hanno rivoluzionato la scienza”. La relazione fra scienza e politica cominciava a diventare un riferimento nel paese tecnologicamente più avanzato.

Siamo alla vigilia di una guerra che sposterà proprio sul sapere il baricentro del potere, con la strategia nucleare. Già nel 1945, a conflitto ancora in corso, Vannevar Bush con il suo storico report to the President Science the Endless Frontier spiega quale ruolo centrale avrà l’organizzazione del sapere e la sua distribuzione nella contesa fra i due sistemi sociali che usciranno vincitori dalla guerra: il liberalismo di mercato occidentale e il sovietismo russo.

La spallata che l’informatizzazione delle relazioni sociali, tramite la rete e le prime forme di condivisione open source del software, ha poi dato al muro di Berlino, derubricando il ruolo del lavoro rispetto al potere degli individui, ne ha ratificato il predominio. Più che la proprietà è l’inclusione nel sistema culturale che determina l’egemonia, in senso gramsciano, sul pianeta. 

La pandemia ha drammatizzato il quadro. Le condizioni in cui versano i tre quarti dell’intero globo non lascia dubbi. Solo il 2 per cento della popolazione dei paesi più poveri in Asia e Africa è stata vaccinata, contro l’80 per cento dei paesi ricchi. Ma il virus non conosce frontiere e l’ansia degli americani di riprendere a viaggiare reclama paesi sicuri e località aperte. Bisogna cambiare metodo e ritmo.

Non solo l’accessibilità ai vaccini diventa condizione di sopravvivenza, ma è ora essenziale, come in India o in Sud Africa, poter controllarne la produzione e l’eventuale riprogrammabilità del farmaco, che con la sua struttura RNa si presenta adattabile e riprogettabile nei diversi contesti. 

Difendere la titolarità dei brevetti che ingabbiano l’accessibilità, anche per l’inadeguatezza delle strutture logistiche e distributive delle singole aziende farmaceutiche, che non erano state pensate come fornitori globali di interi continenti, entra in rotta di collisione con gran parte delle stesse potenze emergenti. Non era solo il mondo povero a patire la proprietà dei vaccini, ma anche protagonisti della nuova geopolitica, come il subcontinente indiano o il Brasile o i nuovi paesi emergenti africani. Turismo e interscambi hanno preteso una svolta.

Biden ha scelto il primato nel servizio rispetto alla rendita del brevetto. 

Una scelta che rimette gli Usa al centro del pianeta come erogatore di un piano Marshall del sapere. Ancora il preveggente Dewey che abbiamo prima citato scriveva che “nella scienza l’ordine della stabilità è già irrimediabilmente diventato un ordine delle connessioni nel processo in corso“. Le connessioni sono oggi il motore della vita e della geopolitica. La Cina lo sa bene perché la sua strategia pre-Covid, basata sulla Via della seta, era una politica di connessioni materiali, dirette, di contatto.

Oggi gli Stati Uniti rilanciano con una filosofia delle connessioni virtuali, a distanza, basata sull’omologazione delle competenze e delle tecnicalità. 

Un vaccino, come un agente intelligente, è il frutto di un processo complesso, in cui saperi e componenti si combinano in base a logiche e capitolati, che sono i veri vettori di un’ideologia. Gli Stati Uniti controllano ancora oggi gran parte dei circa duecento elementi essenziali per produrre un vaccino e hanno il dominio sui linguaggi e le modalità di adattamento, la programmazione delle soluzioni, che orientano l’intelligenza artificiale.

Stiamo entrando nell’epoca della riproducibilità della scienza e della tecnica, avrebbe detto Benjamin, e controllare i trasmettitori è meglio che tutelare i singoli prodotti. 

Si tratta ora di capire dove si fermerà il pendolo di questo capitalismo delle connessioni globali. Dove si ricostruiranno le forme di controllo e di remunerazione degli investimenti. Ma soprattutto bisogna comprendere quali effetti si produrranno concretamente: la sospensione dei brevetti porterà a una condivisione delle produzioni? E questo principio si limiterà solo all’emergenza sanitaria o coinvolgerà anche settori affini come appunto i sistemi di calcolo e l’automatizzazione sociale? Il Piano Marshall del sapere ci porta a una società aperta o solo a un mercato aggiornato e sostenibile? Sono le domande che dovrebbero portare a un nuova politica e forse persino a nuovi partiti. 

Biden guida il capitalismo delle connessioni globali ultima modifica: 2021-05-07T16:09:21+02:00 da MICHELE MEZZA

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento