Demografia e Covid. La triste conferma di un’Italia vecchia e fragile

A leggere l’ultimo report dell’Istat sugli indicatori demografici del 2020 si comprende bene come lo scorso anno sia stato davvero un annus horribilis: popolazione in calo, crescita abnorme dei decessi, crollo (ulteriore) delle nascite, migrazioni con l’estero in frenata, invecchiamento che prosegue.
scritto da VITTORIO FILIPPI
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A leggere l’ultimo report dell’Istat sugli indicatori demografici del 2020 si comprende bene come lo scorso anno sia stato davvero un annus horribilis: popolazione in calo, crescita abnorme dei decessi, crollo (ulteriore) delle nascite, migrazioni con l’estero in frenata, invecchiamento che prosegue. Da qualsiasi parte lo si guardi, il quadro demografico appare problematico. E inquietante, se non minaccioso, per la sostenibilità complessiva del paese; d’altronde “demografia è destino”, disse (sembra) due secoli fa il positivista francese Auguste Comte. 

Tuttavia in questo la pandemia c’entra ma fino ad un certo punto. Perché il virus ha esasperato delle tendenze che in realtà da tempo, anzi da molto tempo, attraversano la società italiana. Il depopolamento, per cominciare: l’Italia raggiunse il suo massimo storico nel 2014 (con 60 milioni e 346 mila abitanti): poi il calo costante, con i 59 milioni e 259 mila oggi, in pratica più di un milione di abitanti perduti in sei anni. E alla metà del secolo potremmo essere sui 40 milioni, stima l’Onu.

In realtà il problema non è esattamente questo, perché la perdita di abitanti deriva dallo squilibrio tra nati, morti e migrazioni, di cui ne è la somma algebrica. Uno squilibrio che l’Istat traduce in due semplici cifre: lo scorso anno vi sono stati 7 nati e 13 decessi ogni mille abitanti. Le nascite: anche questo è un discorso non nuovo, dato che la denatalità corre dal 2008 e ogni anno si sottolinea che si è raggiunto un record negativo. Un record senza fine, dato che già nel gennaio di quest’anno le nascite sono calate del 14 per cento rispetto all’anno prima, tanto per ricordarci che i “figli del lockdown” che nasceranno quest’anno saranno molto pochi (un crollo del 14 per cento delle nascite ci fu anche nel lontano febbraio dell’87, ma quella fu la paura di avere figli malformati in seguito alla catastrofe di Chernobyl). Un record reso irreversibile dall’invecchiamento strutturale della popolazione femminile in età feconda e che oggi – soprattutto nel Mezzogiorno – fa correre ormai verso un solo figlio per coppia. 

E poi ci sono i decessi: 746 mila, circa centomila in più di quanto sarebbe stato ragionevole aspettarsi per l’effetto fisiologico dell’invecchiamento. Su questo c’entra ovviamente il coronavirus: che ha tagliato anche la sopravvivenza media “rubando” circa 14 mesi di vita (che diventano 2,3 anni in Lombardia) riportandoci ai livelli del 2012. L’eccesso di mortalità ha colpito soprattutto ottantenni e novantenni, ricordando che dietro il volto rassicurante della longevità si nasconde il lato oscuro della fragilità: la compresenza di due o più patologie croniche riguarda un ultra 65enne su quattro, è più frequente al crescere dell’età (tocca il 19 per cento delle persone 65-74enni ma raddoppia dopo gli 85 anni) e tra le persone con status più svantaggiato, per difficoltà economiche (43 per cento) o bassa istruzione. Così dimostrando che il Tristo Mietitore dipinto da Arnold Böcklin con lividi colori ha inclinazioni classiste.

Infine le migrazioni, che la pandemia ha decisamente frenato. In realtà una riduzione della popolazione straniera si era già verificata nel biennio 2015-2016, cui aveva fatto seguito una ripresa nel periodo 2017-2019, tutto sommato modesta se comparata allo sviluppo registrato nel primo decennio di questo secolo. Il termine invasione, urlato da un certo linguaggio mediatico e politico qualche anno fa, oggi è afono. Eppure non bisognerebbe dimenticare che negli ultimi vent’anni proprio le migrazioni sono state l’unico, seppur insufficiente, elemento di dinamismo della stanca demografia italiana.

Infine, nota l’Istat, malgrado la pandemia l’invecchiamento non si arresta. Perfino nel caso degli ultraottantenni, i più colpiti dalla super-mortalità, si riscontra comunque un incremento che li porta a sfiorare i 4 milioni e mezzo, cioè il 7,6 per cento della popolazione. Questa crescita della quarta età fa pendant con longevità, cosa indubbiamente positiva. Anche se non basta aggiungere anni alla vita, ma anni in salute, possibilmente. 

Il coronavirus, alla fine, non ha generato chissà quali sorprendenti novità sociodemografiche. Ha semplicemente accelerato o esaltato fragilità antiche. Che però mordono il presente ed ipotecano il futuro. Perché “demografia è destino”, pur senza alcun determinismo.

Demografia e Covid. La triste conferma di un’Italia vecchia e fragile ultima modifica: 2021-05-08T14:02:02+02:00 da VITTORIO FILIPPI

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