Ritorni

Non sempre tornare in luoghi o città amati o da tempo visitati costituisce un piacere...
MARIA LUISA SEMI
Condividi
PDF

Non sempre il ritorno in luoghi o città amati o da tempo visitati costituisce un piacere. Non mi riferisco naturalmente a grandi città. Londra o Parigi, ad esempio, pur con mutamenti “fisiologici”, sono percorribili con il medesimo spirito di sempre. Certo, a Londra, la Ruota al di là del fiume può essere ritenuta incoerente, ma qualche nuovo quartiere, di recente architettura, è godibile. Ad esempio un edificio, dalla struttura che ricorda un ananas, e che – detto da un gentile portiere – i londinesi definiscono “una supposta”. Parigi: il nuovo o quasi quartiere città, ai margini della stessa, può ricordare un Bronx, ma tuttavia non disturba la città nel suo insieme.

The London Eye (foto di Adam Bengtsson)

Altre città invece… Praga: la visitai da sola – era il mio primo volo aereo – e, nonostante alcune difficoltà, l’amai. Era l’anno precedente la cosidetta “Primavera di Praga”, il turismo quasi inesistente, le chiese zeppe di fedeli o di cittadini, una povertà dilagante, ma non miseria, anzi dignità. Veniva parlata la lingua locale e soltanto il tedesco. Inglese e francese ignoti. L’albergo, pur pulito, quasi impraticabile per i servizi. Tuttavia, un sogno: il Ponte Carlo, la città vecchia, i viali, l’atmosfera mi erano rimasti nel cuore. Ritornai a Praga dopo molti anni e mi spiace, non avrei dovuto o voluto rivederla. Il turismo di massa ormai dilagante, la mia Praga non era la stessa. Alberghi a 4 o 5 stelle simili ad aeroporti, cioè anonimi, guide parlanti italiano, ma che ritenevano noi italiani persone ignoranti, il Ponte Carlo invaso da venditori ambulanti e da lenzuola stese a terra, la meravigliosa Piazza zeppa di bancarelle con orrendi souvenir, hot dog che appestavano con odore di fritto, e masse di turisti che in fondo cercavano soltanto buoni ristoranti. Penoso, insomma, e voglia di chiudere gli occhi a fronte di grande tristezza.

Overtourism a Praga

Infine ma non ultima, Capodistria. Non mi riferisco ai dintorni, alla mia strada di Semedella, percorsa da bambina con la mia prima bicicletta, ora allargata e pedonale; da un lato il mare, dall’altro fabbriche e capannoni, dove un tempo vi erano prati e ancora prima le “saline”, di proprietà, mi dicono, di miei antenati.

ytali è una rivista indipendente. Vive del lavoro volontario e gratuito di giornalisti e collaboratori che quotidianamente s’impegnano per dare voce a un’informazione approfondita, plurale e libera da vincoli. Il sostegno dei lettori è il nostro unico strumento di autofinanziamento. Se anche tu vuoi contribuire con una donazione clicca QUI

Mi riferisco al centro storico, la vera Capodistria. Una manutenzione, alcuni restauri eseguiti con cura e intelligenza. La celebre Fontana Da Ponte, anni or sono in totale degrado, restaurata e riportata all’originario splendore. La ”calegaria”, arteria non ampia ma considerata il “corso” della città, che dalla casa dei nonni – quanti ricordi – porta alla Piazza, ripulita, rinfrescata. Tre lati notevoli: il Palazzo Pretorio, ora Municipio, dove un tempo si trovava una misera birreria, viene adibito a mostre di arte organizzate con cura. Il Duomo con la mitica statua, il Busto di San Nazario, patrono della città, e con un meraviglioso Carpaccio che forse avrebbe bisogno di un restauro. E il Caffè della Loggia (“la losa”, così era chiamato dai cittadini) risalente al Quattrocento. Sul quarto lato la sede dell’università, che mantiene integra la facciata, ma che all’interno porta un restauro o rifacimenti notevoli.

Non tutto comunque è come un tempo: il viale – un tempo chiamata “strada Eugenia” – attorniato da ippocastani, che dal “Brolo” porta alla chiesa di Sant’Anna, ed era quasi un Unter Den Linden locale, ora è una tranquilla anonima via. La Riva Casteleone, già sede di villette o semplici case, ora un mercato, con una o due pizzerie. Onestamente orrendo, un fabbricato accanto al Belvedere che da via Verdi porta alla Riva, non soltanto alto ma – chissà perché – intonacato di un terribile color lilla intenso: una stonatura totale a fronte di vicini edifici non alti, a mattoni o pietra d’Istria.

Il palazzo Pretorio in stile gotico veneziano si trova nel centro cittadino nella storica piazza del Duomo, oggi piazza Tito – Titov Trg, ed è il palazzo comunale della città.

Altri palazzi o monumenti, fra cui Palazzo Tacco con un “batocio” (un battente) che alcuni mattacchioni attribuivano un tempo a Benvenuto Cellini. E ancora il ricordo del monumento a Nazario Sauro, in riva al mare, sul quale ho alcune foto di me bambina, ma distrutto negli anni Quaranta dai tedeschi perché impediva alle loro navi la visione della città. E il molo della Porporella sul quale attraccava alle 17 in punto “el vapor”, quasi unico modo per congiungersi a Trieste – i mezzi pochi e le strade interne non molto percorribili. Ma non è il caso che io faccia la guida turistica.

Certo, Trieste era la grande città nella quale, ad esempio, i commercianti andavano a fare i necessari rifornimenti. Ma il vero punto di riferimento era ed è tuttora Venezia; palazzi e case sono ancora tappezzati di leoni di San Marco e gli abitanti – non soltanto di Capodistria, ma anche di Piranzo, Parenzo, Rovigno a domanda rispondono nella loro lingua oppure in pieno dialetto veneziano o veneto: il dialetto triestino è molto diverso, sia per termini sia per accento.

Un accenno ai nomi e ad alcune stranezze. Ovviamente le vie portano nomi in lingua slovena; tuttavia via Verdi è rimasta tale, forse perché Verdi era gradito agli sloveni, mentre la “calegaria” non è sopprimibile. Tuttavia, mentre la Piazza, che non era mai stata intitolata ad alcuno – Mussolini, Garibaldi, altri… – ma era sempre stata semplicemente Piazza del Duomo, da decenni viene definita “Piazza Tito”. Una stranezza anche perché la Jugoslavia non esiste più e perché Tito non era sloveno, ma croato. Perché allora?

Ritorni quindi, memorie che mi riportano ai miei anni più freschi, alle case di tutti i parenti, ai primi bagni in mare, sulla spiaggetta sotto al Belvedere, ora notevole porto commerciale.

Si dirà, ed è vero, che i mutamenti sono fisiologici, che tutto il mondo è cambiato, eppure…

Immagine d’apertura: Veduta aerea di Capodistria

Ritorni ultima modifica: 2021-05-10T15:25:33+02:00 da MARIA LUISA SEMI

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento